Wall Street

SpaceX: record o flop?

L’azienda spaziale di Elon Musk si appresta a sbarcare in Borsa – Potrebbe trattarsi della più grande offerta pubblica iniziale della storia, con una raccolta che potrebbe arrivare a 86 miliardi di dollari – L’imprenditore, dietro dichiarazioni roboanti, ha bisogno di liquidità per finanziare la corsa verso la Luna, Marte e l’intelligenza artificiale
© John Raoux
Stefano Olivari
12.06.2026 06:00

Il grande giorno è arrivato per Elon Musk ma soprattutto per i due eserciti, adoratori e detrattori, che da almeno vent’anni combattono intorno a ogni sua dichiarazione, azione, tweet. Oggi la sua SpaceX debutta al Nasdaq con il ticker SPCX: si tratta della più grande offerta pubblica iniziale della storia dei mercati finanziari, con una raccolta che potrebbe arrivare a 86 miliardi di dollari, ma anche di una delle scommesse più rischiose mai proposte a Wall Street. Al di là delle valutazioni finanziarie, la domanda che si pongono tutti è semplice e riguarda l’intera storia imprenditoriale di Musk: genio o azzardo? Semplice anche la risposta-spoiler, visto che in lui genio e azzardo hanno sempre convissuto.

Numeri incredibili

SpaceX ha fissato il prezzo dell’IPO (l’offerta pubblica iniziale) a 135 dollari per azione, offrendo 555,6 milioni di azioni di Classe A, per una raccolta complessiva che è stimata fra i 75 e gli 86 miliardi di dollari. La capitalizzazione di mercato sfiorerebbe i 1.800 miliardi di dollari, collocando subito SpaceX all’ottavo posto nel mondo come valore. Se andasse anche soltanto discretamente sarebbe la più grande IPO della storia, superando il record di Saudi Aramco che nel 2019 raccolse 29,4 miliardi di dollari: SpaceX potrebbe fare quasi tre volte tanto. Nella marea di notizie è importante notare che il 30% delle azioni da collocare è riservato agli investitori retail, una scelta non comune per IPO di questa portata: Musk è quindi convinto di coinvolgere la sua enorme base di fan e follower. La quotazione dovrebbe trasformare in milionari non solo ingegneri e dirigenti, ma anche lavoratori manuali, come cuochi e saldatori, che hanno ricevuto azioni come parte del loro pacchetto retributivo, con il grosso concentrato a Brownsville, Texas, una delle città più povere degli Stati Uniti, dove SpaceX impiega oltre 3.000 persone. Non è soltanto per i soldi che questa IPO è diversa da tutte le altre.

Un po’ di storia

Quando SpaceX (Space Exploration Technologies Corp.) fu fondata da Elon Musk il 14 marzo 2002 a El Segundo, in California, l’obiettivo dichiarato era quello di rendere l’umanità una specie multiplanetaria. Musk aveva appena incassato i proventi della vendita di PayPal e li investì in un settore, quello dei lanci spaziali, dominato da colossi statali e contractor della difesa come Boeing e Lockheed Martin. All’inizio fu una storia di fallimenti tecnici, con i lanci flop del Falcon 1, e finanziari, per poi trasformarsi in successo quando nel 2011 la NASA interruppe il programma degli Space Shuttle, e SpaceX in piena era Obama diventò il suo partner principale grazie anche ai minori costi. Le innovazioni decisive furono l’atterraggio verticale e il riutilizzo dei razzi Falcon 9, con un costo per portare un chilogrammo in orbita crollato dai 54.500 dollari degli Shuttle ai 2.700 di Musk. Su questa base si è innestato Starlink, la costellazione di satelliti per l’internet a banda larga, e più recentemente xAI, la società di intelligenza artificiale di Musk, fusa con SpaceX a febbraio 2026 in un’operazione interamente in azioni.

Perché adesso?

SpaceX è rimasta privata per 24 anni, perché Musk non voleva che la pressione degli utili di breve periodo entrasse in conflitto con la missione della società. Poi sono cambiate tre cose. La prima è che adesso Starship funziona: dopo anni di test l’anno scorso ha realizzato profili di volo orbitale affidabili, e SpaceX detiene il contratto HLS (Human Landing System) della NASA per l’allunaggio della missione Artemis III, previsto per la metà del 2027. Musk sulla Luna, insomma. La seconda è che Starlink, dal 2023 disponibile anche sul mercato svizzero, sta andando bene: al 1. giugno 2026 conta oltre 10,3 milioni di abbonati attivi in più di 160 Paesi, con oltre 10.400 satelliti in orbita bassa. Ricavi per 11,4 miliardi di dollari con un utile operativo di 4,4: non c’è alcuna certezza che domani le cose vadano meglio, tanto vale monetizzare. Ovviamente decisivo il bisogno di liquidità: il segmento Space nel 2025 ha registrato ricavi per 4 miliardi di dollari ma una perdita operativa di 657 milioni, e la divisione ha investito 3 miliardi nel programma Starship l’anno scorso e quasi un miliardo solo nel primo trimestre 2026. A questo si aggiunge il buco nero finanziario dell’IA: nel primo trimestre 2026 l’attività sull’intelligenza artificiale ha un passivo di 2,5 miliardi. In sintesi, Musk ha bisogno di decine di miliardi per finanziare Marte, la Luna e l’IA, e il mercato pubblico è quello in cui lui può fare la differenza, rispetto ad altri imprenditori meno carismatici.

Un valore gonfiato?

SpaceX si presenta agli investitori con un posizionamento ambizioso: «L’unica azienda a costruire l’infrastruttura hardware e software integrata del futuro nei settori dello spazio, della connettività e dell’intelligenza artificiale». I tre pilastri del business raccontano però storie molto diverse. Il segmento Connectivity (Starlink) è il motore finanziario dell’intera costruzione, e genera il 61% dei ricavi totali del 2025. Il segmento Space resta strategico ma in perdita per via degli investimenti, mentre la divisione AI/xAI è quella che desta più perplessità tra gli analisti: la fusione con xAI ha trasformato un’attività redditizia in una in perdita, e il prezzo IPO di 135 dollari sconta già anni di crescita futura non ancora concretizzata. Il prezzo è sbagliato? Molti analisti, fra cui Morningstar, considerano intorno agli 800 miliardi il fair value di quanto collocato, meno della metà della richiesta dell’IPO. Il titolo che comprende anche X (il vecchio Twitter) viene quotato a circa 92 volte i ricavi annuali, un multiplo da bolla anche per gli standard della Silicon Valley più euforica. E il bilancio 2025 si è chiuso con ricavi per 18,7 miliardi di dollari ma una perdita netta di 4,9 miliardi. Da notare che Musk manterrà l’85,1% dei diritti di voto, una governance blindata che azzera di fatto i diritti della minoranza. Chi compra azioni SPCX, in altre parole, si mette totalmente nelle mani di Musk. Tra l’IPO del millennio e il flop del millennio, la differenza la farà la fiducia, per non dire la fede, in Musk.