Sparatoria di Aarau, parla il padre del presunto killer: «Era schizofrenico»

«Pensiamo soprattutto alle vittime. A quella giovane donna morta, alla sua famiglia, ai feriti, a tutte quelle persone. È terribile. Ci scusiamo per nostro figlio». A quasi una settimana dalla sparatoria alla rave-party di Aarau, costata la vita a una persona e nella quale altre sei sono rimaste ferite, a parlare per la prima volta è il padre del presunto autore. Lo fa in un'intervista esclusiva al Quotidien Jurassien, nella quale racconta gli ultimi contatti con il figlio e rivela nuovi elementi sulla sua storia personale e sulla sua salute psichica.
Secondo il padre, il 43enne di Montsevelier soffriva infatti da molti anni di schizofrenia. Una diagnosi che, sostiene, era stata formulata ben prima della sparatoria e che porta oggi la famiglia a interrogarsi soprattutto su come abbia potuto detenere diverse armi nonostante i suoi problemi psichici.
«Era stato ricoverato»
Secondo quanto ricostruisce il Quotidien Jurassien, in conferenza stampa le autorità argoviesi si erano limitate a indicare il sospetto di importanti disturbi psichici. Il padre sostiene però che la situazione del figlio fosse nota da molto tempo. Circa vent'anni fa, ricorda, l'uomo era stato ricoverato per tre settimane in un'unità psichiatrica a Delémont.
«Era stato ricoverato, se ricordo bene nel 2007, perché non sopportava più di avere persone attorno e non era più in grado di lavorare normalmente», racconta al quotidiano giurassiano.
Macellaio di formazione, aveva successivamente avuto altre brevi esperienze professionali e percepiva, secondo il padre, una rendita dell'assicurazione invalidità al 100%. Con il passare degli anni si sarebbe progressivamente isolato. «Eravamo praticamente le uniche persone che vedeva ancora», racconta il genitore, descrivendo un uomo molto riservato sulla propria vita, chiuso e a tratti paranoico.
Dopo il ricovero avrebbe inoltre sviluppato una forte paura dell'ambiente psichiatrico. La terapia farmacologica sarebbe stata progressivamente ridotta e, sempre secondo il racconto del padre, da tempo il 43enne non assumeva più alcun trattamento. La famiglia avrebbe cercato più volte di convincerlo a riprendere un regolare percorso medico, senza successo.
L'ultimo messaggio prima della strage
I genitori avevano visto il figlio per l'ultima volta il venerdì precedente alla sparatoria. Era partito con il suo piccolo furgone bianco attrezzato, come faceva talvolta per trascorrere alcuni giorni fuori casa. La famiglia avrebbe dovuto raggiungerlo all'inizio della settimana successiva in Italia per trascorrere insieme le vacanze.
L'ultimo contatto era stato un messaggio inviato alla madre per comunicarle che era arrivato e che andava tutto bene. I genitori, tuttavia, non sapevano dove si trovasse. Né sanno spiegare perché successivamente si sia recato ad Aarau.
Nella notte tra il 30 e il 31 agosto sono stati svegliati dalla polizia nella loro abitazione. In un primo momento, racconta il padre, gli agenti non avrebbero spiegato cosa stesse accadendo. Soltanto alcune ore più tardi, durante la perquisizione della camera del figlio nella casa di famiglia, avrebbero comunicato loro che l'intervento era legato alla sparatoria.
Il nodo delle armi
È soprattutto un'altra questione, però, a tormentare oggi la famiglia: le armi. I genitori sapevano che il figlio nutriva un interesse per le armi, ma, secondo il padre, ignoravano che ne possedesse diverse e non le avevano mai viste.
«Gli era stata diagnosticata la schizofrenia, percepiva una rendita AI al 100% per disturbi psichici e, nonostante questo, apparentemente poteva possedere tutte quelle armi. Mi chiedo davvero come sia possibile», afferma il padre al Quotidien Jurassien.
Il genitore contesta inoltre un'informazione fornita dalle autorità durante la conferenza stampa successiva alla sparatoria: sostiene che il figlio non abbia mai svolto il servizio militare e che, di conseguenza, non abbia potuto conservare un'arma d'ordinanza.
Secondo il racconto della famiglia, il 43enne non era mai stato fisicamente violento con i suoi cari. Poteva avere momenti di forte agitazione, diventare verbalmente aggressivo e pronunciare frasi pesanti, salvo poi scusarsi poco dopo. «Era molto difficile da vivere. Ma al di fuori di queste crisi poteva anche essere estremamente gentile con noi», racconta il padre, che auspica che quanto accaduto permetta di interrogarsi sul sistema di accesso alle armi. «Bisognerebbe colmare questa lacuna amministrativa. Forse oggi esistono altre persone malate che possiedono armi», afferma.
E torna infine alle vittime: «Siamo devastati per loro, siamo con loro con tutto il cuore».
