L'intervista

Speziali: «I Dipartimenti vanno rimescolati; a Berna dobbiamo trovare alleati»

La futura lista elettorale del PLR, la perequazione, il blocco dei ristorni, i Dipartimenti e i rapporti con il Centro - A «La domenica del Corriere», in onda domani sera su TeleTicino, il presidente liberale radicale Alessandro Speziali, ha messo a fuoco i temi più caldi dell’attualità politica
© Cdt/Chiara Zocchetti
Gianni Righinetti
23.05.2026 06:00

È presidente del PLR dal novembre 2020: cosa ha perso e cosa ha conquistato in quasi sei anni?
«Sono stati sei anni di crescita, di maturazione a livello di comprensione del territorio, del partito e dei temi. Evidentemente sono stati sei anni che hanno bruciato diverse energie, ma passione ed entusiasmo sono gli stessi del novembre 2020. Spesso mi chiedono ‘‘chi ti fa portare questa croce?’’, io penso che sia un privilegio conoscere il territorio, tante personalità e le aziende. Vivo questa funzione con il piacere di essere a contatto con il Paese, di essere un soldato delle istituzioni e di poter servire il Paese».

Lei si ritiene più coraggioso o più ambizioso?
«Coraggioso. Anche perché non mi nascondo nei commenti, nei giudizi o di mostrare le mie idee. Talvolta devo giustamente limarle, perché siamo un partito pluralista con delle anime importanti e dunque devo rappresentarle. Se inteso come carrierista, non penso di essere ambizioso. Mi impegno a essere ogni giorno all’altezza dei miei ideali».

Il più grande errore che ha fatto da quando è diventato presidente?
«Politicamente parlando, probabilmente quello di mettere l’accento su alcuni temi quando le priorità sentite dalla popolazione erano altre. Per un politico si tratta sempre di cercare di mantenere la coerenza politica, ma farsi carico anche delle preoccupazioni della popolazione. Come la cassa malati o la previdenza. Quello che bisogna fare è parlare di visioni ma anche di soluzioni che devono arrivare a breve. Altrimenti sempre più persone si troveranno in difficoltà. E questo non ce lo possiamo permettere».

Da anni avete l’etichetta della «responsabilità», spesso letta come prudenza eccessiva. Alla fine non è un limite nel mercato della politica ticinese?
«Sì, lo è. È un chiaro limite. Si può giocare meno con la comunicazione, o spingere meno con il massimalismo e la semplicità delle soluzioni. E le iniziative sulle casse malati ne sono l’esempio. Come prima priorità vogliamo alleggerire i costi salute, ma non ci sentiamo nemmeno di buttare all’aria i conti delle future generazioni. Stiamo cercando di portare avanti le cose con un senso di realtà. Forse più che parlare di responsabilità, abbiamo bisogno di diverse dosi di realismo».

Se dovesse riassumere la sua presidenza in tre parole fino ad oggi, quali sceglierebbe?
«In questi anni ho provato a profilare il partito in maniera chiara. Abbiamo portato avanti o difeso riforme e temi non sempre iper-popolari. Questo ha un costo. Ma abbiamo anche tenuto fede alle priorità maggiori, come la formazione, i posti di lavoro, il costo della vita. Ora si tratta di fare la battaglia per rendere la vita più semplice e meno costosa sia per le famiglie, sia per le aziende, lottando contro la burocrazia».

Sarò provocatorio: il vero problema del PLR è che non riesce più a farsi amare o che non riesce più nemmeno a farsi temere?
«In politica non occorre farsi temere, occorre farsi rispettare. Bisogna convincere: occorre avere priorità chiare e le persone all’altezza di rappresentarle. Come PLR abbiamo tante personalità, anche nei Comuni. È così che ci guadagniamo la fiducia, che spieghiamo perché votare PLR: una vita più libera, meno cara e una formazione al passo con i tempi».

Come prima priorità vogliamo alleggerire i costi salute, ma non ci sentiamo nemmeno di buttare all’aria i conti delle future generazioni. Stiamo cercando di portare avanti le cose con un senso di realtà.

Non nascondiamoci: tutti attendono un segnale da Christian Vitta, consigliere di Stato dal 2015. Solo lui dirà se sarà o meno della partita, non speculiamo. Ma quanto cambia la strategia di lista con Vitta o senza Vitta?
«Christian Vitta non si trova isolato nei suoi pensieri. Il ragionamento che facciamo per il 2027 lo facciamo insieme. È un uomo di istituzioni, di partito. Prenderemo insieme la decisione. Lui è un consigliere di Stato uscente, ha un grosso bacino di voti ed è una personalità trasversale. La sfida, per il PLR, sia con Christian sia senza, è di avere una lista forte sui temi, sul territorio e sulle priorità».

Gli avete fatto pressione per avere una risposta o rispettate i tempi di decisione di Vitta?
«Non c’è stato bisogno di fare pressione, perché ha capito che il Paese vuole sapere cosa succede nel Consiglio di Stato, sente quali sono gli umori, le attese e le prospettive. Lui stesso mi ha detto tempo fa che sta maturando una decisione e che vuole farlo nelle tempistiche condivise. E così faremo».

Lei è un po’ il presidente delle parole sofisticate. A chi le rimprovera di rivolgersi agli elettori da chef stellato, mentre i ticinesi chiedono polenta e brasato, come replica?
«Nella mia cucina mentale si mangiano sia polenta e brasato, sia chicche innovative. So che ogni tanto mi esprimo con troppe metafore o che pronuncio qualche parola un po’ strana, ma fa parte di me. Cerco di tradurre con più semplicità i pensieri. So che è una critica che mi viene fatta spesso, vedrò di migliorare».

Quanto lascia vedere pubblicamente della sua vita privata?
«Poco. È una sorta di protezione, perché questa continua esposizione mediatica non è semplice da sopportare, soprattutto se si è introversi. Lascio trasparire di più le passioni generali, quelle culinarie, i vini. È un modo per non parlare sempre di politica, ma anche di passioni che accomunano tanti ticinesi».

Un aggettivo per Piccaluga, Dadò e Sirica.
«Piccaluga è una persona verace, autentica, disponibile. Dadò lo definirei spirituale da Bignasco in su. A Bellinzona invece è un po’ un discolo. Sirica lo definirei un agitatore passionario, ogni tanto irrequieto. Con tutti e tre ho comunque un buon rapporto».

Da settimane, ogni martedì, è psicodramma politico sulle iniziative di cassa malati. Come vive questo “tira, molla e spacchetta”?
«I cittadini giudicheranno non tanto il diario di bordo della Commissione, bensì i risultati. Il nostro obiettivo è di alleviare il prima possibile i costi della salute, in maniera realistica. Ecco perché portare avanti insieme entrambe le iniziative ci sembra difficile, quindi abbiamo scelto quella un po’ più nelle nostre corde (quella fiscale, ndr). Non si tratta di un’iniziativa di serie A e un’altra di serie B: conta solo il risultato. Bisogna dare sollievo alle famiglie il prima possibile, ma al contempo evitare che le future generazioni debbano sopportare 300 milioni di debito in più ogni anno. Uno psicodramma? È una situazione complessa, difficile. Il nostro compito è avvicinarci a una soluzione»

Christian Vitta non si trova isolato nei suoi pensieri. Il ragionamento che facciamo per il 2027 lo facciamo insieme. È un uomo di istituzioni, di partito. Prenderemo insieme la decisione. 

Ha detto che bisogna evitare il “crash finanziario” e assicurare la finanziabilità dell’iniziativa sul 10%. In sostanza: state dicendo ai cittadini che hanno votato una cosa giusta ma forse non sostenibile?
«Se sommiamo tutti gli impegni dello Stato, rischiamo di sfasciare le finanze, certo. Arriverà la riforma EFAS, così come altri aggravi. Se schiacciamo i bottoni di partenza delle iniziative senza un minimo di copertura finanziaria, il rischio è di passare in pochi anni da un debito di 2,7 miliardi a uno di 4 miliardi. Preferisco usare i soldi non per pagare le banche ma le infrastrutture sportive, le scuole e altre cose».

Non correte il rischio che il PLR passi per il partito che comprende il disagio ma arriva sempre con il pallottoliere?
«No. Perché se poi bisogna aumentare le imposte, creiamo nuovi costi per il ceto medio. La priorità numero uno è trovare una soluzione per abbassare i costi della salute e frenare la crescita di prestazioni: su questi dossier, non mancano nostri atti parlamentari. Non abbiamo il pallottoliere come prima priorità, ma se facciamo finta che le finanze non esistono, qualcuno in futuro ne pagherà il conto».

Sul dossier della perequazione il Ticino ha spesso la sensazione di essere ascoltato poco e capito peggio. È un problema di numeri o di peso politico?
«L’ultima partita l’abbiamo persa. Ciò che dobbiamo fare è difendere interessi cantonali legittimi. Noi viviamo una situazione di frontiera non paragonabile a quella di altri cantoni. Sappiamo che il federalismo non è più solidale, ma competitivo. Solo facendo pressione sul Consiglio federale e alleandoci ad altri Cantoni riusciremo a ottenere una perequazione più equa».

Ignazio Cassis avverte di non bloccare i ristorni, Karin Keller-Sutter non ci sente sul tema della perequazione. Il PLR ha due problemi a Berna?
«Come ogni consigliere federale, ragionano a livello nazionale. Noi a Keller-Sutter abbiamo scritto le nostre motivazioni. I rapporti con Berna sono talvolta tesi, talvolta cordiali. È normale, succede in tutti i Cantoni. Sulla questione dei ristorni, ritengo che se l’Italia viola i trattati è ragionevole bloccare o congelare parte dei ristorni. Se si fa questo sulla perequazione, si sbaglia metodo. L’unica via è stringere alleanze».

Il Governo ticinese è stanco?
«Sì. È stanco nelle riforme. Penso a Giustizia 2018, alla sanità o alla revisione dei compiti dello Stato, solo per citarne alcune. Una delle poche riforme andate in porto è quella fiscale. C’è una certa stanchezza, e il dipartimentalismo che si trascina da 30 anni segna una difficoltà di passo del Governo».

L’arrocchino è stato un errore?
«Sì, un chiaro errore. Sono partiti da una soluzione più incisiva ma la comunicazione è stata scellerata a livello istituzionale. La soluzione finale ha sconsolato mezzo cantone».

In questo studio il presidente del Centro Fiorenzo Dadò ha avuto parole gentili sui rapporti tra voi due. Se la sente di invitarlo nel suo buen retiro di Paudo questa estate per sottoscrivere quell’omonimo patto promosso nell’estate del 2022?
«Certo, con Fiorenzo i rapporti sono migliorati, dopo frizioni iniziali piuttosto futili. In politica però non per forza i matrimoni sono una buona soluzione. Lo vediamo a sinistra e soprattutto a destra. Penso che lavorare su temi comuni sia un esercizio ben più utile e costruttivo: territorio, valli, scuola, costi della salute».

Si è tornati a parlare di riforma dei Dipartimenti. Che cosa ne pensa?
«È molto importante rivedere la struttura dei vari Dipartimenti. Ci sono dei muri. Il futuro Governo dovrà capire come si potrebbe rimescolarli, con una coerenza interna. A 30 anni dal lago d’Orta, è l’occasione di individuare i principali cantieri dei prossimi 20 anni e su quelli costruire i nuovi Dipartimenti».

La formazione e l’educazione ci interessano da tempo e ci interesseranno per sempre. Non è una questione di etichetta di partito. È qualcosa che riteniamo fondamentale, ancora più del passato.

Al netto di Vitta, al PLR interessa il DECS?
«La formazione e l’educazione ci interessano da tempo e ci interesseranno per sempre. Non è una questione di etichetta di partito. È qualcosa che riteniamo fondamentale, ancora più del passato. Il futuro dei ragazzi è difficile, all’orizzonte c’è una rivoluzione tecnologica. E quindi la formazione, in un mondo del lavoro che cambia, è centrale».

Ha un messaggio per Fabrizio Sirica dopo l’accordo, preceduto da un diverbio, sul salario minimo?
«Gli ho sempre detto che ci sono temi comuni, come il potere d’acquisto. Abbiamo trovato un compromesso sul salario minimo senza giocare col fuoco di strane formule, migliorando il salario di molti ticinesi. Ci sono soluzioni che dobbiamo trovare insieme. È stato un esercizio che deve servire a ispirarne altri, non deve essere un episodio isolato».

Concludiamo con una nota personale. Ci racconta brevemente chi è il papà Alessandro Speziali?
«Cerco di essere un padre di confronto, di riferimento. La vita non è solo rose e fiori, ci sono delle spine. Il mio ruolo è quello di preparare i miei figli alla vita, con un po’ di regole, un po’ di calore e accoglienza. La mia barra della pazienza non è infinita, lo so. Ma quando li vedo insieme sul divano, con la testa del più piccolo sulla spalla del più grande, mi dico che queste sono le immagini che ti riempiono la vita».