Stati Uniti, «una storia lunga 250 anni nel segno della democrazia»

Giovanni Borgognone è ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. Ha scritto: Storia degli Stati Uniti. Dalla fondazione all’era globale (Feltrinelli, 2021); America bianca. La destra reazionaria dal Ku Klux Klan a Trump (Carocci, 2022); Storia culturale degli Stati Uniti. Dagli anni Settanta a oggi (Carocci, 2026 con Marco Mariano); Dal conservatorismo al postliberalismo: traiettorie della destra negli Stati Uniti dalla Guerra fredda a Donald Trump (Otto, 2026).
Professor Borgognone, in che momento storico cade il 250.mo anniversario della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti?
«L’anniversario di quest’anno è un’occasione per riflettere sulla parabola del significato della Dichiarazione di indipendenza, uno dei documenti fondativi del pensiero politico occidentale. Un testo che parlava all’umanità di valori universali: uguale diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Parole che si rivolgevano e riguardavano non soltanto gli americani, ma l’essere umano. Bene, quella Dichiarazione ha avuto la capacità di ispirare movimenti di popolo in tutto il mondo, inclusa l’Asia e l’Africa. E tuttavia, oggi ci troviamo in un’epoca nella quale l’universalità dei diritti, la caratteristica principale del documento fondativo americano, si è eclissata, è venuta meno. Se dobbiamo descrivere l’era Trump in poche parole, potremmo proprio parlare di una svolta: da questa universalità, da questo impegno universale, che aveva naturalmente anche tante contraddizioni, tanti elementi critici, a una visione degli Stati Uniti ripiegati su sé stessi, incentrata sugli interessi nazionali e, proprio con Trump, caratterizzata da una commistione tra pubblico e privato per cui gli interessi economici sono diventati quelli prioritari».
Il nazionalismo americano, però, è sempre esistito.
«Ovviamente sì. Non sto dicendo che, nell’epoca precedente a Trump, non ci fossero interessi nazionali, che l’universalismo non si mescolasse, non si intrecciasse con un’ottica nazionalista. È avvenuto spesso, quasi sempre. Ma oggi è venuto meno l’altro elemento: l’afflato universalistico. Un connotato del modo in cui gli Stati Uniti intendevano sé stessi. Ecco, io credo che questo sia l’elemento più significativo per descrivere la differenza del ruolo dell’America da 250 anni a oggi, tenendo conto appunto del grande cambiamento che è avvenuto negli ultimi anni. La Dichiarazione d’indipendenza non si rivolgeva al re Giorgio III d’Inghilterra, non parlava di privilegi particolari per gli americani, ma di diritti universali dell’umanità. Siamo passati a un’epoca nella quale, invece, gli Stati Uniti, sotto Trump, anche retoricamente, si occupano del mondo e cercano soluzioni sulla base dei propri interessi nazionali».
Gli Stati Uniti sono sempre stati un Paese ricco di contraddizioni. Si sono consolidati dopo aver annientato le popolazioni indigene e hanno condotto guerre talvolta difficili da giustificare. Restano, però, la più grande democrazia del mondo, e lo sono perché il loro sistema istituzionale è stato in grado, sin qui, di neutralizzare spinte autoritarie o fughe in avanti: penso, ad esempio, alle recenti sentenze della Corte Suprema sullo ius soli.
«A mio giudizio, ancora oggi la Dichiarazione di indipendenza ha significato se viene intesa come un documento che consente l’autocritica da parte dell’Occidente. Non era una fotografia del 1776, e non è mai stata la fotografia di alcun momento specifico della storia dell’America o dell’Occidente. Il movimento abolizionista della schiavitù, il movimento femminista, Martin Luther King e la maggior parte delle lotte all’interno degli Stati Uniti per l’avanzamento dei diritti non ne hanno mai chiesto l’annullamento, tutt’altro: si sono rifatti ad essa, molto spesso esplicitamente. Quel documento, più che essere una constatazione di ciò che l’America era, o è stata, o è oggi, resta per molti versi una promessa. Come dicevo, ha un valore di autocritica. Credo che quei valori - sganciati dall’arroganza americana, da una visione imperialista o colonialistica - abbiano ancora un senso. Quelle parole, sul piano teorico-politico, conservano un loro significato. Pur con tutti i limiti che ogni generazione può imputare alle precedenti, e con tutte le contraddizioni a venire che hanno caratterizzato l’impegno americano verso la democrazia, verso la libertà».
Pensa che sia una promessa tuttora viva?
«Gli Stati Uniti dimostrano di essere, così come buona parte delle democrazie occidentali, in una fase di grande difficoltà. La concezione della presidenza di Donald Trump, la sua commistione di poteri privati e poteri pubblici, la sua estensione del potere esecutivo in senso tendenzialmente autoritario, mostrano profondamente le inquietudini delle democrazie liberali e, in particolare, della democrazia americana, che chiaramente vive una fase di profonda tensione. I poteri costituzionali sono messi fortemente alla prova dalla presidenza Trump, ma penso che potranno uscirne ancora intatti. Non credo che gli Stati Uniti siano all’anticamera di un regime autoritario. La Corte Suprema, che è di orientamento conservatore, sta tenendo conto di questi rischi, e delibera per non mettere Trump nella condizione di andare al di là del dettato costituzionale. Se egli avesse trovato una Corte Suprema eccessivamente rigida nei suoi confronti o, viceversa, avesse avuto i nove giudici dalla sua parte in tutto e per tutto, avrebbe finito con l’oltrepassare pericolosamente il limite della legalità».
Il XX è stato il secolo americano, dal punto di vista politico ma anche da quello culturale. Potrà esserlo anche il XXI o, come dicono molti, sarà l’Asia a prendere il sopravvento?
«Sicuramente ci troviamo di fronte a un nuovo conflitto tra due superpotenze, Cina e Stati Uniti. Ma rispetto a quanto avveniva al tempo dell’Unione Sovietica, siamo in una condizione diversa: a fare la differenza rispetto all’era della Guerra fredda è soprattutto la globalizzazione. Le due odierne superpotenze, infatti, sono strettamente interconnesse; c’è il mercato globale, che si regge soltanto con la presenza di entrambe. In questo scenario, il ruolo degli Stati Uniti è ancora e resterà importante, ma con profondi cambiamenti. Il soft power americano, così come è stato concepito nella seconda metà del XX secolo - il potere persuasivo degli USA, della loro cultura, dei loro valori - ha contribuito agli ideali di libertà dell’Occidente, alla liberal-democrazia ispirata al New Deal rooseveltiano. Oggi, invece, l’influenza globale statunitense si basa su altri presupposti. Siamo nell’epoca dei semiconduttori, dei social media, dell’intelligenza artificiale. Il potere americano, in questa situazione, è molto più opaco, e anche la competizione con la Cina ha un volto più sinistro, peraltro con contorni ancora non del tutto delineati».
Un’ultima domanda: che cosa ci dicono i 250 anni di storia degli Stati Uniti?
«Come ci hanno insegnato alcuni dei più importanti scienziati politici americani del secolo scorso, penso a Robert Dahl e a Samuel Huntington, l’essenza di questa lunga storia è la tensione tra ideale e realtà. È questa la grande eredità della cultura politica degli Stati Uniti, anche per il mondo contemporaneo: la liberal-democrazia, il cui significato è spesso visto in modo liquidatorio o addirittura negativo da settori dell’opinione pubblica e dell’alta cultura occidentale, si basa sulla tensione tra ideale e reale, su una capacità autocorrettiva, sia pure non priva di sbandamenti e di contraddizioni, anche gravi e talvolta gravissime. Da questo punto di vista, la Dichiarazione d’indipendenza americana, che è una delle matrici della liberaldemocrazia occidentale, sebbene vecchia di 250 anni, parla ancora al tempo presente».
