Washington

Sui dazi Donald Trump rilancia: «Presto un’altra iniziativa»

La Casa Bianca annuncia una tariffa globale del 15% basata su una norma del 1974 - Entro 150 giorni dovrà però ottenere l’approvazione del Congresso - Domani il Parlamento europeo potrebbe sospendere l’intesa di Turnberry - Intanto la direttrice della SECO invita alla «prudenza»
Donald Trump ha contestato duramente la decisione della Corte Suprema sui dazi. © Richard Drew
Dario Campione
22.02.2026 22:59

Nessun passo indietro. Nonostante una sentenza in qualche modo umiliante - se si considera la posta in gioco e i rapporti di forza tra conservatori e progressisti all’interno della Corte Suprema - sui dazi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non si è fermato. E domani, nel tradizionale discorso alla nazione, potrebbe annunciare ulteriori novità. Vedremo. D’altronde, l’imprevedibilità del tycoon è tale che non è permesso congetturare alcunché.

Il punto rimane politico. Per Trump, ha scritto il New York Times, «i dazi sono l’antidoto alla globalizzazione, un modo per costringere le imprese manifatturiere a produrre di più negli Stati Uniti, ridurre la dipendenza americana dai prodotti esteri e abbassare il deficit commerciale». E tuttavia, almeno «finora, le prove economiche non sono state a suo favore. Invece di riportare la produzione negli USA, i dazi di Trump sembrano per lo più aver rimescolato il commercio, a caro prezzo per le aziende statunitensi».

Tornare indietro significherebbe però negare l’intera narrazione che sostiene l’architrave politico dell’amministrazione di Washington. Ecco perché, sabato, sul suo profilo di Truth, Trump ha subito lanciato un messaggio chiaro: «Basandosi su una revisione approfondita, dettagliata e completa della decisione ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana sulle tariffe emessa oggi, dopo molti mesi di riflessione, dalla Corte Suprema - ha scritto - questa [mia] dichiarazione serve a rappresentare che io, in qualità di presidente aumenterò con effetto immediato la tariffa mondiale del 10% sui Paesi, molti dei quali hanno “fregato” gli Stati Uniti per decenni, senza ritorsioni (fino a quando non sono arrivato io!), fino al livello pienamente consentito e legalmente testato del 15%. Nei prossimi mesi l’amministrazione Trump determinerà ed emetterà i nuovi dazi legalmente consentiti, che continueranno il nostro processo straordinariamente riuscito di rendere l’America grande di nuovo».

Make America Great Again. Una barriera politico-ideologica che la sentenza della Corte Suprema ha pericolosamente crepato, e che il presidente deve giocoforza provare a puntellare, a partire proprio dal nuovo dazio globale del 15% basato sulla Section 122 del Trade Act del 1974. Il problema è che il provvedimento scade dopo 150 giorni, dopo i quali la Casa Bianca deve chiedere al Congresso di estenderlo temporalmente. Alla Camera, dove i repubblicani hanno una maggioranza risicatissima e numerose potenziali defezioni, l’esito sarebbe incerto. Anche per questo, gli analisti hanno già ipotizzato una nuova iniziativa daziaria basata sulla Section 301, che obbliga a condurre investigazioni per appurare eventuali pratiche commerciali ingiuste verso gli USA, da punire - appunto - con le tariffe.

L’Europa chiede uno stop

In attesa di scoprire le mosse di Trump, la discussione si è al momento spostata su un altro tema: che fine faranno gli accordi che molti Stati avevano firmato, o stavano firmando, con Washington per scongiurare dazi punitivi? «Gli accordi commerciali siglati dall’amministrazione Trump restano in vigore - ha ripetuto oggi in varie interviste ai media americani Jamieson Greer, capo dell’Agenzia federale per lo sviluppo e la promozione delle politiche commerciali - Vogliamo che tutti capiscano come si tratti di buoni accordi».

È chiaro, però, che la situazione non è più la stessa di prima. Sempre oggi, sul suo profilo X, il presidente della commissione Commercio internazionale dell’Europarlamento, Bernd Lange, relatore anche dell’intesa UE-USA sui dazi, ha scritto: «Nella riunione di domani proporrò al team negoziale del Parlamento europeo di sospendere i lavori legislativi fino a quando non avremo una valutazione giuridica adeguata e impegni chiari da parte degli Stati Uniti. Nessuno riesce più a capirci qualcosa: solo domande aperte e crescente incertezza per l’UE e gli altri partner commerciali degli USA. Le condizioni dell’accordo di Turnberry e la base giuridica su cui è stato costruito sono cambiate».

Preservare il lavoro in Svizzera

Sul tema è intervenuta pure la Segreteria di Stato svizzera dell’economia (SECO), invitando tutti alla prudenza. «Non è escluso che l’amministrazione USA introduca nuovi dazi con un nuovo decreto - ha affermato la direttrice Helene Budliger Artieda in un’intervista al SonntagsBlick - Al momento, numerosi aspetti restano poco chiari. Meglio attendere qualche giorno».

La SECO ritiene probabile che i dazi rimangano in vigore, indipendentemente dagli sviluppi giudiziari. «Presumo che dovremo ancora fare i conti con i dazi americani», ha aggiunto Budliger Artieda, secondo cui la nuova situazione comporta sfide ma anche possibili opportunità: «L’obiettivo principale rimane preservare i posti di lavoro e la Svizzera come sede produttiva, nonché di garantire alle nostre aziende il miglior accesso possibile al mercato americano, che è molto importante».