L'intervista

Svizzera e Serbia due Paesi neutrali che stanno cercando il proprio posto in un mondo che cambia veloce

A colloquio con Ivan Trifunović, ambasciatore della Repubblica di Serbia a Berna
©Gabriele Putzu
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
15.02.2026 20:13

Chimico di formazione, dopo una notevole carriera nel settore farmaceutico e sanitario dove ha lavorato ai massimi livelli del management per diverse aziende biotecnologiche, anche quotate al NASDAQ, e specialmente nell’area Asia e Pacifico - oggi Ivan Trifunović è ambasciatore della Repubblica di Serbia a Berna. Il fine settimana scorso era in Ticino per il 30.mo anniversario dell’Associazione Sveti Sava di Bellinzona, nata per favorire l’integrazione dei serbi nella realtà ticinese. Lo abbiamo incontrato a Lugano, al LAC, alla fine di un suo piccolo tour d’arte.

Ambasciatore, la Serbia ha fatto parlare di sé per tutto l’anno scorso. Dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, il 1. novembre 2024, con sedici morti, le proteste a Belgrado e in altre città non sono mai cessate.

«Penso che il movimento studentesco in Serbia faccia parte di un più ampio movimento globale composto da vari gruppi che, per diverse ragioni, sono insoddisfatti del proprio governo. È qualcosa di nuovo. Alcune delle loro preoccupazioni possono essere legittime, ma alla fine manifestazioni e violenze non portano a cambiamenti politici positivi. Bisogna fare riferimento al pilastro della democrazia: le elezioni. Il Governo serbo del presidente Aleksandar Vučić ha annunciato elezioni per quest’anno. Probabilmente si terranno nella seconda metà dell’anno».

Serviranno a qualcosa?

«Spero che tutte le questioni ‘aperte’ vengano risolte alle urne. Resta da vedere se e come questo movimento - in parte spontaneo e nato dal basso, in parte sostenuto da alcuni gruppi politici stranieri e nazionali - riuscirà a unirsi e a presentare una piattaforma coerente. Mi è ancora poco chiaro chi potrebbe rappresentare pienamente tutti i manifestanti, ma lo vedremo nei prossimi mesi».

Ci sarebbe il caso Djokovic, però. Il leggendario campione potrebbe assumere una posizione ancora più politica. Che ne pensa?

«Voi giornalisti cercate sempre la polemica, eh? Il caso Djokovic è stato enormemente ingigantito. Lui è un’icona per il popolo serbo, indipendentemente dalla politica. Ha espresso sostegno ai giovani ma non ha una posizione contraria al Governo. Djokovic non fa politica. Questa controversia è stata davvero esagerata dai media. Il presidente Vučić ha affermato chiaramente di tifare per lui nella finale degli Australian Open, proprio come ogni serbo».

È comunque un anno delicato. Si va verso l’Expo 2027 a Belgrado.

«Prima di tutto, mi lasci dire che sono felice di questo. È stata una competizione dura, c’erano in gara gli Stati Uniti, la Spagna... Il team che ha preparato la nostra candidatura ha lavorato bene. Siamo molto orgogliosi che questo superevento si terrà in Serbia e vorrei ringraziare la Svizzera: è stato il primo Paese a confermare la propria partecipazione. Per l’Expo abbiamo scelto un tema leggero e positivo: Play for Humanity. Cioè sport e musica per tutti. Ci stiamo preparando seriamente, ci aspettiamo una gran-de visibilità per la Serbia. Spero dunque che le tensioni politiche interne vengano risolte entro quest’anno per via democ ratica».

Dall’Expo trarrà vantaggio l’intero Paese o sarà il trionfo innanzitutto di Belgrado?

«Lo sviluppo economico non uniforme non è un problema solo serbo. Il Governo sta investendo parecchio in strade e ferrovie. Un tempo la Serbia aveva una sola autostrada, oggi ne ha molte che collegano le regioni interne alla capitale. Riguardo il mercato immobiliare a volte un po’ su di giri di Belgrado, è una questione di domanda e di offerta. È un problema comune a tutte le metropoli europee».

Quali sono i vostri obiettivi con l’Expo 2027?

«Posizionare la Serbia come un Paese aperto agli affari e alla collaborazione. La nostra politica estera è pragmatica, vogliamo lavorare con chiunque abbia buone intenzioni. E ribadire che uno dei tratti peculiari del carattere serbo è il senso dell’ospitalità. Un evento internazionale come l’Expo è perfettamente in linea con l’animo serbo».

I rapporti Berna-Belgrado ne usciranno ancora più rafforzati?

«E sono già ottimi. Sul piano economico, la Svizzera è tra il quarto e il quinto posto per investimenti diretti in Serbia, con un occhio alla produzione. Nestlé ed altre aziende hanno investito molto da noi. Un altro grande successo è il settore dell’informatica. Gli investimenti sono passati da 350 milioni di dollari a oltre 4,5 miliardi in sei-sette anni. Microsoft ha un centro di sviluppo serbo con 600-700 dipendenti. Ci sono aziende svizzere che fanno sviluppo software in outsourcing. Ci sarà una visita ufficiale del presidente svizzero Guy Parmelin, quest’anno».

Un altro aspetto vi lega alla Svizzera: quello scolastico.

«Sì. Abbiamo praticamente copiato il sistema svizzero di formazione duale, con scuole che preparano una forza lavoro adatta anche, volendo, alle aziende elvetiche. Abbiamo lavorato con una professoressa dell’ETH, Ursula Renold, e abbiamo implementato quasi esattamente il vostro stesso sistema».

Tensioni geopolitiche. Lo storico rapporto della Serbia con la Russia sembra indebolito.

«Ci sono naturalmente legami culturali e religiosi che a volte vengono esagerati dai media. A Belgrado crediamo che si debba parlare con tutti quando ciò non danneggia altri. Riteniamo che la Russia non possa essere ignorata. A questo proposito anche la Svizzera, a mio avviso, ha un approccio pragmatico. Quando si parla di politica estera, Svizzera e Serbia hanno elementi in comune: siamo due Paesi neutrali al centro dell’Europa. Con la guerra in Ucraina e le nuove dinamiche globali, entrambi cerchiamo di trovare il nostro posto. Detto questo, Belgrado all’ONU ha votato a favore di risoluzioni sull’integrità territoriale dell’Ucraina. Sosteniamo l’integrità territoriale di tutti i Paesi, inclusa la Serbia».

A proposito, se non di integrità, di sovranità: siete ancora convinti di aderire all’UE?

«Sì. E il presidente Vučić è insoddisfatto per il ritmo lento del processo di adesione. È complicato: serve il consenso di tutti gli Stati membri. L’UE stessa è in una fase di dibattito interno. Noi ci sentiamo parte dell’Europa, geograficamente e culturalmente, e speriamo che la strada venga percorsa senza incertezze».

Non temete una parziale cessione di sovranità?

«La Serbia metterà sempre al primo posto i propri interessi e al momento non vediamo un grande conflitto tra questi e le regole dell’UE. Certo, non nego che da questo punto di vista la Svizzera ha una posizione unica. Sarebbe molto difficile conciliare il sistema dei referendum popolari elvetici con il sistema decisionale di Bruxelles. Ammiro molto il sistema politico svizzero: è uno dei più vicini alla perfezione. Per la Serbia, invece, entrare nell’UE è una scelta quasi naturale».

C’è il nodo dell’import dell’energia, però.

«Stiamo lavorando per diversificare le fonti. Abbiamo accordi con l’Azerbaigian per il gas, utilizziamo un gasdotto che passa attraverso la Croazia e stiamo discutendo un collegamento con la Grecia per acquistare GNL americano, oltre a un collegamento per il gas proveniente dalla Romania. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dalla Russia. Un problema importante era che la compagnia petrolifera nazionale serba fosse in parte di proprietà russa. Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni e hanno chiesto il ritiro di Mosca. È stato annunciato di recente che la quota russa sarà venduta alla compagnia petrolifera ungherese MOL, il che dovrebbe soddisfare gli americani. Ma restiamo pragmatici e manteniamo relazioni corrette con Mosca».

Non sempre ci sono stati questi rapporti idilliaci con Washington...

«Voi giornalisti vi concentrate sempre sui momenti difficili, eh? Le relazioni con gli Stati Uniti sono molto migliorate. Abbiamo firmato un accordo di partenariato strategico che rappresenta un quadro formale per costruire legami di amicizia. Recentemente, gli Stati Uniti hanno mostrato una comprensione più favorevole dei serbi in Bosnia. Oggi a Washington c’è maggior consapevolezza: sanno benissimo che non può esserci stabilità nei Balcani occidentali senza la Serbia».

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