«Abbiamo perso il controllo, il Ticino è la vittima principale»

La campagna dell’iniziativa «No a una svizzera da 10 milioni!» è ormai entrata nel vivo. Dopo le parole del consigliere federale Beat Jans (cfr. edizione del CdT di ieri), è il turno del presidente dell’UDC Marcel Dettling. Per il consigliere nazionale svittese, la Svizzera deve iniziare a limitare l’immigrazione: «Continuare così, senza fare nulla, non è un’opzione».
L’iniziativa per la sostenibilità, per il campo dei contrari, ha un nuovo nome: è l’iniziativa del caos, perché non risolve i problemi e crea solo nuove incertezze. Non c’è questo rischio?
«Si chiama “No a una Svizzera da 10 milioni!”, o “Iniziativa per la sostenibilità” perché vogliamo semplicemente tornare a limitare noi stessi l’immigrazione nel nostro Paese. Vogliamo uno sviluppo sostenibile, anche per quanto riguarda la crescita demografica. È chiaro che i nostri avversari sono nervosi e tra questi c’è anche il PLR. All’inizio l’hanno definita “Kündigungsinitiative” (Iniziativa della disdetta, ndr). Poi si sono resi conto che non funzionava. Ora la chiamano “Chaos-Initiative”, ma credo che nemmeno con questa denominazione abbiano alcuna possibilità di affossare questa iniziativa. Perché i problemi in tutto il Paese sono enormi, e in particolare nelle regioni di confine, in Ticino, ma anche nella Svizzera romanda. C’è una forte pressione sui salari e moltissime persone vivono vicino alla soglia di povertà. Proprio a causa dei frontalieri. E proprio in Ticino, ma anche in altre regioni di confine, è probabile, o almeno credo, che il sostegno a questa iniziativa sarà ancora maggiore che nel resto della Svizzera. Perché molte persone desiderano che qualcosa cambi».
Se si fissa un limite alla popolazione residente permanente, significa che il numero di frontalieri potrebbe esplodere. Il Ticino sarebbe penalizzato ancor di più.
«In Ticino si vede quanto il numero dei frontalieri sia esploso. Ciò è legato alla libera circolazione delle persone: prima della sua introduzione, in Svizzera avevamo 150 mila frontalieri. Oggi ne abbiamo 410 mila. È triplicato. Abbiamo ormai perso il controllo e il Ticino è la vittima principale. Anche le infrastrutture sono al limite».
I promotori dell’iniziativa criticano il sovraffollamento, le infrastrutture al limite, gli affitti troppo alti. Eppure, non vengono offerte soluzioni a breve termine, né per il prossimo decennio. Non vendete illusioni?
«Penso che, se l’iniziativa venisse approvata, la pressione da parte dell’economia sul Consiglio federale sarebbe così forte che finalmente agirebbe, soprattutto nel settore dell’asilo, che è il primo punto dell’iniziativa. Le prime restrizioni dovranno essere adottate al più tardi quando si raggiungono i nove milioni e mezzo di abitanti. Ad esempio, per le persone ammesse provvisoriamente (permesso F, ndr). Si tratta di persone a cui è stato negato l’asilo, ma che restano comunque in Svizzera. Tra 20 anni saranno oltre 100 mila. Molti di essi non lavorano, sono a carico dello Stato e occupano alloggi che potrebbero essere destinati agli svizzeri. Abbiamo sempre meno possibilità di trovare abitazioni. È per questo che sono fermamente convinto che l’economia eserciterà una forte pressione sul Consiglio federale affinché non reagisca solo quando si raggiungeranno i nove milioni e mezzo nel settore dell’asilo, ma già il giorno dopo, quando l’iniziativa sarà stata approvata».
L’attuazione “light” dell’iniziativa «Contro l’immigrazione di massa», approvata nel 2014, non ha permesso alla Svizzera di regolare autonomamente l’immigrazione. Perché dovrebbe farlo questa iniziativa?
«Nel 2014 l’elettorato ha detto che vogliamo gestire noi stessi l’immigrazione, tramite tetti massimi e contingenti. Il PLR ha lottato in prima linea affinché l’iniziativa contro l’immigrazione di massa non venisse attuata. E ora ne paga le conseguenze con questo nuovo testo. Cosa è cambiato da allora? Dal 2014 ci sono un milione di persone in più nel nostro Paese. E non è stato risolto nemmeno un problema. Abbiamo ancora più carenza di manodopera qualificata. Abbiamo costi dell’assistenza sociale che stanno esplodendo. Abbiamo svizzeri che non riescono più a trovare un alloggio, perché arrivano così tante persone che non riusciamo a costruire abbastanza. D’altra parte, però, stiamo perdendo la nostra identità. E ogni secondo perdiamo un metro quadrato di terreno».
Il tentativo di trovare un compromesso non ha avuto alcuna chance di trovare una maggioranza in Parlamento. Perché non avete proposto un testo meno estremo?
«L’iniziativa non è affatto estrema. Ogni anno potranno comunque arrivare circa 40 mila lavoratori qualificati. Sono fermamente convinto che la maggior parte della popolazione non sia disposta a continuare così come finora. La vera delusione è la decisione del Parlamento, che non vuole l’iniziativa o almeno un controprogetto efficace. E dopo il 14 giugno si continua come prima. Questo è il segnale del Parlamento. E la mia domanda agli oppositori è sempre: quando sarà abbastanza? Quante persone devono ancora arrivare nel Paese affinché non ci sia più carenza di manodopera qualificata? Non ottengo alcuna risposta».
Arrivare a denunciare l’Accordo sulla libera circolazione delle persone non è una misura estrema per l’UDC?
«La denuncia dell’accordo avverrà solo se prima del 2050 verrà superata la soglia dei 10 milioni di abitanti. Ciò significa che se il Consiglio federale continua ad aspettare a lungo in materia di asilo, se non interviene, se continuano ad arrivare ogni anno da 25 mila a 30 mila richiedenti asilo e se si permettono i ricongiungimenti familiari, allora raggiungeremo questa soglia prima del 2050. Ma se il Consiglio federale fa il suo lavoro, se finalmente adotta misure e restrizioni in materia di asilo, allora non è detto che raggiungeremo il limite. Ma se non riusciremo a negoziare con l’UE una clausola sulla libera circolazione delle persone, allora siamo pronti a denunciare questi accordi».
Denunciare l’ALC significa anche far cadere tutti i Bilaterali I. Ma potrebbero esserci conseguenze anche sul sistema Schengen e Dublino. Senza Schengen, la polizia sarebbe cieca e lo scambio di informazioni sarebbe più difficile. Così non si mette a rischio la sicurezza del Paese?
«Gli oppositori avvertono che Schengen verrà revocato, ma fa parte dei Bilaterali II. Non c’è alcun nesso. Lo stesso vale per il sistema Dublino. Sarebbe da stupidi. L’UE lo sarebbe. Perché ci sarebbe una macchia bianca nel cuore dell’Europa, di cui l’UE non conosce la situazione. Sarebbero “ciechi” a loro volta. Inoltre, la Svizzera investe molto nel sistema Schengen, anche per la protezione delle frontiere esterne. Ciò significa che altri Paesi UE dovrebbero aumentare i contributi per sopperire a quelli elvetici. Ma si sa quanto siano indebitati e sono contenti che la Svizzera contribuisca al finanziamento. L’UE di certo non rescinderà di propria iniziativa gli accordi di Schengen/Dublino».
Mettendo in discussione il sistema Dublino, qualsiasi richiedente asilo la cui domanda sia stata respinta in un altro Stato potrebbe presentare una nuova richiesta in Svizzera. Non è un autogol?
«Da quando siamo in questo sistema, il numero delle richieste di asilo è alle stelle. Da 25 mila a 30 mila ogni anno. E nonostante gli accordi in vigore, l’Italia non riprende più i trasferimenti che le spettano. Per farla breve, la Svizzera era più o meno sicura prima di Schengen/Dublino? Si può facilmente rispondere a questa domanda. Chiunque in Svizzera può rispondere da sé. Senza controlli alle frontiere, non abbiamo più idea di chi attraversa il confine. Ma non è questa la questione».
Secondo lei non ci saranno ripercussioni. Ma davvero l’UDC è convinta che questa iniziativa possa portare solo vantaggi?
«Questa iniziativa è stata presentata solo perché il Parlamento non ha fatto il proprio dovere. L’iniziativa contro l’immigrazione di massa del 2014 non è stata attuata. Non ci sono contingenti né la precedenza per i lavoratori svizzeri. L’immigrazione è nuovamente aumentata in modo significativo. I problemi sono diventati ancora più gravi. Gli altri partiti ignorano le preoccupazioni della popolazione. Ecco perché ora serve l’iniziativa per la sostenibilità».
In molti settori, tuttavia, la Svizzera dipende da personale straniero. Nel settore sanitario, in particolare. Come si sceglie chi può arrivare, chi può restare e chi no?
«Con questa iniziativa non stiamo dicendo che nessuno possa più venire. Potranno comunque arrivare fino a 40 mila lavoratori qualificati ogni anno. Per la selezione dei lavoratori non abbiamo bisogno della libera circolazione delle persone. Le persone vogliono venire in Svizzera perché disponiamo di buoni salari, perché alla fine del mese paghiamo sempre gli stipendi, perché abbiamo buone prestazioni sociali. Se qualcuno rimane disoccupato, viene sostenuto. Abbiamo un ottimo sistema sociale e salari molto alti. Ecco perché le persone vengono in Svizzera a lavorare, non per la libera circolazione delle persone. Avremo comunque anche in futuro i lavoratori qualificati nel settore sanitario. D’altra parte, però, vediamo che abbiamo quasi 150 mila disoccupati. Più della metà di loro sono stranieri. Un terzo di tutti i disoccupati in Svizzera ha una laurea. Ciò significa che stiamo formando le persone sbagliate».
È davvero corretto puntare il dito contro la Svizzera perché forma tanti laureati?
«Una laurea costa molto denaro ai contribuenti. Come politici dobbiamo intervenire anche sulla scelta della professione. Dobbiamo potenziare la formazione in altri settori in cui possiamo impiegare le persone in Svizzera».
Se l’iniziativa verrà approvata il 14 giugno, cosa pensa che succederà con l’Unione europea dal 15 giugno?
«Non lo posso ancora dire. Io vedo semplicemente che la situazione che abbiamo ora nel Paese non va più bene. Non abbiamo mai avuto cifre legate alla criminalità così elevate come negli ultimi tre anni. I reati stanno raggiungendo livelli altissimi. Molti stranieri e richiedenti asilo non dovrebbero nemmeno essere qui, eppure commettono reati. Per questo è imperativo che ora guardiamo alla sicurezza del nostro Paese. Non possiamo guardare a ciò che fa l’UE, a ciò che pensa la Germania. No, dobbiamo ora adempiere ai nostri doveri per i nostri cittadini. Ma è chiaro che ci saranno ostacoli. Non possiamo dire come andranno le cose con l’Unione europea. Ma per noi è chiaro: continuare così senza fare nulla non è un’opzione».
