Criminalità

Abusi sessuali negli asili nido: i sospetti, le lacune e l’indagine

Un educatore avrebbe aggredito sessualmente almeno quindici bimbi piccoli in due Cantoni: ora è in carcere - La Federazione svizzera delle strutture di accoglienza per l’infanzia chiede di «migliorare il flusso di informazioni tra le autorità»
©Ann in the uk
Luca Faranda
25.03.2026 20:00

La notizia era stata anticipata lo scorso novembre. Ieri, la SRF ha puntato di nuovo i riflettori su un possibile grave caso di abusi su minori: un educatore 33.enne avrebbe abusato di almeno 15 bambini piccoli in due diversi asili nido. Uno nei pressi di Winterthur (GE), l’altro nella regione di Berna. Il condizionale è d’obbligo e vige, come sempre, la presunzione d’innocenza. Dall’inchiesta giornalistica, che si basa sull’atto di accusa della procura di Berna di fine luglio 2025, la vittima più giovane aveva presumibilmente un anno all’epoca dei fatti, le più grandi quattro, rileva la SRF, aggiungendo che la maggior parte delle vittime sono femmine.

Le indagini della tv svizzero-tedesca rivelano che, secondo l’atto d’accusa, gli abusi sono stati gravi e sistematici: l’educatore 33.enne (che rivestiva anche il ruolo di responsabile di gruppo in entrambe le strutture coinvolte) sarebbe passato all’atto più volte durante l’orario di lavoro, all’interno delle strutture stesse: nei bagni, nei dormitori e persino nella sala principale dell’asilo nido.

I segnali e il cambio di lavoro

La vicenda era venuta alla luce lo scorso novembre dai giornali del gruppo Tamedia. Allora, «Bund» e «Berner Zeitung» avevano indicato che le aggressioni sessuali ai danni dei bimbi sarebbero state una cinquantina. Nessuno, tra direzione e dipendenti, si è mai accorto di nulla di anomalo. L’asilo nido bernese è venuto a conoscenza delle gravi accuse solo dopo l’arresto dell’uomo nel febbraio 2024.

Riavvolgiamo il nastro. Nell’estate del 2022, quando l’uomo lavorava ancora in un asilo nido nei pressi di Winterthur, una madre preoccupata ha contattato la direzione dell’asilo nido: la figlia di quattro anni le aveva raccontato di essere stata abusata dall’educatore.

La direzione dell’asilo ha presentato una denuncia alla Polizia cantonale di Zurigo: l’uomo si è rifiutato di rilasciare dichiarazioni. La bambina, dal canto suo, è rimasta in silenzio durante la deposizione. Alla fine di maggio 2023, l’indagine è stata archiviata. La procura zurighese, alla RTS, ha reso noto che nonostante le approfondite indagini, non è emerso alcun sospetto sufficiente di reato per giustificare l’apertura di un’inchiesta penale. L’educatore è comunque stato licenziato dalla struttura zurighese.

Il nodo delle referenze e i video

Nell’estate del 2023, il 33.enne ha poi assunto il nuovo incarico in un asilo nido nel Canton Berna. Stando alla SRF, la direzione dell’asilo nido ha dichiarato di aver ottenuto referenze positive dal precedente datore di lavoro a Winterthur. Tuttavia, la direzione dell’asilo nido zurighese contraddice questa affermazione, precisando al media svizzero-tedesco che non sono mai state richieste referenze da parte bernese.

Nel febbraio 2024, quando ancora era responsabile di gruppo nell’asili nido nel canton Berna, l’uomo è stato arrestato per presunte violazioni legate a materiale pedopornografico online. Secondo l’atto d’accusa, al momento dell’arresto la polizia ha sequestrato computer portatili, hard disk e chiavette USB contenenti oltre 800 immagini, illustrazioni e video di pedopornografia. Tra questi, anche video delle sue azioni e dei presunti abusi avvenuti negli asili nido.

Esecuzione anticipata

Oggi, l’educatore sotto inchiesta deve rispondere di una serie di accuse: atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere, coazione sessuale, violenza carnale e atti sessuali con fanciulli. Il processo si sarebbe dovuto svolgere a fine aprile, ma stando ad informazioni della SRF i tempi slitteranno poiché il difensore d’ufficio ha rinunciato al caso. Il 33.enne oggi si trova dietro le sbarre, ma non in detenzione preventiva. È in carcere in regime di espiazione anticipata della pena. L’educatore - oltre alle prove video sequestrate - avrebbe infatti parzialmente ammesso i fatti.

I due asili nido coinvolti nella vicenda hanno entrambi indicato che all’epoca degli abusi erano già in vigore dei piani di protezione. Ad esempio, nella struttura zurighese la porta della stanza per il cambio dei pannolini deve rimanere aperta e la porta della stanza del riposo non doveva essere chiusa. L’asilo nido bernese, dal canto suo, aveva vietato l’uso di dispositivi elettronici personali. A seguito degli abusi sessuali, entrambe le strutture toccate hanno introdotto ulteriori misure di sicurezza. Tra queste, la videosorveglianza nella zona notte. La legale che difende sette famiglie delle vittime, alla SRF, ha indicato che gli abusi su così tanti bambini sono stati talmente sistematici che devono esserci state carenze organizzative negli asili nido. Pertanto, nell’autunno del 2025 ha presentato una denuncia penale contro la direzione dell’asilo nido bernese per una possibile violazione del dovere di assistenza.

Bisogna comunicare

Per Kibesuisse, la Federazione svizzera delle strutture di accoglienza per l’infanzia, la prima cosa da fare è migliorare il flusso di informazioni: «Le autorità devono assolutamente comunicare tra loro per evitare che i bambini siano messi in pericolo», ci spiega Maximiliano Wepfer, portavoce di Kibesuisse, ricordando che la Federazione - insieme anche ad altre associazioni - si impegna attivamente e in vari modi per garantire la migliore prevenzione possibile, ad esempio attraverso la sensibilizzazione di chi lavora a contatto con i bimbi. A suo avviso, inoltre, Cantoni e Comuni devono assumersi le proprie responsabilità e adempiere al loro dovere di vigilanza. L’obiettivo deve essere anche quello di prevenire il più possibile la violenza sessuale. «Ciò include la richiesta e la verifica sistematica dei piani di protezione».

In un Paese federalista come la Svizzera, però, la situazione varia notevolmente da un Cantone all’altro per quanto riguarda l’obbligo per le autorità di disporre di un piano di protezione. «Per questo motivo sarebbe auspicabile una legislazione di base sugli standard minimi a livello nazionale. I piani di protezione non dovrebbero limitarsi esclusivamente alla violenza sessuale», sottolinea Wepfer. Non sempre è facile portare alla luce e riconoscere un problema sociale. Il movimento Me Too, ad esempio, ha dimostrato che ci vuole molto prima che qualcuno abbia il coraggio di denunciare i casi. Per il portavoce di Kibesuisse, «occorre più coraggio ovunque per guardare in faccia la realtà e agire».