L'intervista

Accordi UE-Svizzera, parla Christophe Grudler: «I Bilaterali III non sono una trappola»

«In ballo non ci sono solo gli affari, è una questione di solidarietà» afferma il relatore parlamentare per la Svizzera all'Eurocamera
©Jan VAN DE VEL
26.03.2026 22:15

«L’unione fa la forza, e di fronte alla guerra dobbiamo avvicinarci più che mai». Francese di Belfort, a meno di trenta chilometri dalla frontiera, Christophe Grudler è dallo scorso ottobre il relatore per il Parlamento europeo sul pacchetto di accordi UE-Svizzera. È anche vicepresidente della delegazione che si occupa di Spazio economico europeo e di relazioni con Svizzera e Norvegia. Lo incontriamo a Bruxelles nel suo ufficio nell’edificio principale dell’Europarlamento.

«La fase esplorativa è stata un po’ lunga», ma in fin dei conti «concludere un trattato internazionale è una prova della sovranità di entrambe le entità coinvolte», dice Grudler al Corriere del Ticino: i cosiddetti “Bilaterali III” «non sono una trappola, ma servono a rafforzare la cooperazione con i nostri vicini». Dopo il via libera dei governi dei 27 Stati dell’UE, un mese fa, manca ora solo il sì dell’Eurocamera per completare l’iter di approvazione a livello UE. Grudler ha presentato il suo rapporto davanti alla commissione parlamentare Affari esteri a inizio marzo, appena due giorni dopo la firma sul pacchetto da parte della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e del presidente della Confederazione Guy Parmelin.

In che cosa consiste la sua relazione?
«È la risoluzione politica che accompagna il consenso che dovrà dare il Parlamento (procedura con cui si approva o respinge un atto senza poterlo modificare, ndr): non ci limitiamo a dire sì o no, ma insistiamo sull’importanza delle relazioni di lungo periodo con la Confederazione. In un mondo estremamente complicato e pericoloso, l’UE è un partner affidabile per la Svizzera, e la Svizzera è un partner affidabile per l’UE. In ballo non è solo l’accesso al mercato unico o la possibilità di fare affari: a unirci è anche una comunanza di valori».

Quindi?
«Quindi c’è interesse a lavorare insieme in modo rispettoso, ma che permetta di andare avanti. Questo vuol dire che ci sono concessioni da entrambe le parti, ma che alla fine arrivano vantaggi per tutti. Ad esempio, all’aggiornamento dinamico degli accordi per rispondere all’evoluzione del diritto europeo, si affiancano temi come l’intesa sull’elettricità che vuole garantire alla Svizzera la sicurezza degli approvvigionamenti contro i blackout e la possibilità di partecipare meglio al mercato europeo di settore. Il mio testo, per il momento, non affronta tutte le questioni, ma deve restare aperto ai pareri delle altre commissioni competenti per materia, come Industria, Commercio e Trasporti. A giugno arriveranno gli emendamenti».

Veniamo al calendario...
«Abbiamo sei mesi per il voto in commissione Affari esteri, che sarà quindi a settembre. Poi il dossier andrà al vaglio della plenaria per l’approvazione finale, tra novembre e gennaio. Lì possiamo ancora modulare i tempi, aspettando l’avanzamento dell’esame al Parlamento svizzero. Concludere il nostro iter con molti mesi di anticipo non sarebbe un buon messaggio: è bene che ciascuno resti sulla propria corsia, e che si proceda per dare un segnale positivo comune».

Esiste una maggioranza solida a favore degli accordi?
«Penso che si possa costruire, ma occorre essere prudenti perché rischiano di esserci criticità sui singoli temi. Tutti i relatori ombra del rapporto vengono da Paesi vicini alla Svizzera: Francia, come nel mio caso, Austria, Germania. Tutti vogliono che il nuovo assetto funzioni. Ma più ci si allontana geograficamente, meno il tema interessa. Alcuni Stati a basso reddito sostengono che Berna abbia un accesso eccessivo al mercato europeo e che non contribuisca abbastanza al bilancio. Io contesto questa impostazione: il contributo finanziario è solo un aspetto. Una comunità di valore vuol dire anche solidarietà, e noi l’abbiamo vista ad esempio in fatto di adozione delle sanzioni contro la Russia da parte della Confederazione. Delle difficoltà possono emergere pure sulla difesa, per via del divieto di riesportare materiale bellico verso l’Ucraina, ma per il momento mi sembrano marginali».

Oltre agli accordi siglati con Bruxelles e alle misure attuative interne, il Parlamento si dovrà pronunciare anche sul tipo di referendum a cui sottoporre il pacchetto-UE. Il Consiglio federale ha proposto il referendum facoltativo (la sola maggioranza popolare), ma da più parti si chiede il referendum obbligatorio, che prevede la doppia maggioranza (popolo e Cantoni). Il tema è controverso. Ne discuteranno in seduta pubblica, domattina alle 9.15 (canale Youtube del Parlamento) cinque esperti di diritto, storia e scienze politiche, davanti alla Commissione delle istituzioni politiche degli Stati: Astrid Epiney, Adrian Vatter, Oliver Zimmer, Andreas Glaser e Stefan Schmid.

A proposito di difesa, ritiene che un accordo di partenariato con l’UE sia possibile?
«Forse è un po’ presto, ma siamo sulla strada giusta: bisogna continuare a lavorare e alla fine arriveremo all’obiettivo. L’Europa deve rafforzare la propria autonomia».

Rimaniamo sulle criticità: vede rischi per i “Bilaterali III” se il 14 giugno dovesse essere approvata l’iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni”, che implicherebbe vincoli alla migrazione una volta raggiunta una certa soglia di popolazione residente?
«Bisognerà vedere nel dettaglio, ma potrebbe mettere in discussione alcune parti degli accordi: non si può avere la libera circolazione delle persone e allo stesso tempo limitarla drasticamente. Per me, la crescita della popolazione elvetica è un segnale positivo: significa che l’economia funziona e che nel breve periodo il Paese può farcela da solo. Ma grazie ai “Bilaterali III”, collegandosi a un sistema più ampio di cooperazione, ciò potrà essere vero anche nel medio-lungo termine».

A influenzare le relazioni ci sono altri dossier non direttamente legati al pacchetto, come l’industria. Partiamo dall’acciaio: dal 1. luglio, l’UE dimezzerà il quantitativo di importazioni a dazi zero e raddoppierà l’aliquota sulle eccedenze. A differenza dei Paesi dello Spazio economico europeo che hanno ottenuto un’esenzione, la Svizzera non scamperà alla stretta, nonostante il tentativo proprio dell’Eurocamera di escluderla. Vede margini di manovra?
«Purtroppo non era possibile fare altrimenti: se avessimo introdotto esenzioni avremmo dovuto concederle anche a Ucraina, Regno Unito e così via. Ma la Svizzera produce comunque poco acciaio, la sua industria è completamente integrata nel mercato europeo, e si occupa in particolare di riciclo di rottami, soprattutto tedeschi, il che è molto utile per la nostra economia circolare. Gli impegni che ho ricevuto dal commissario all’Industria Stéphane Séjourné (anch’egli liberale francese, ndr) sono, però, piuttosto positivi: Bruxelles lavorerà sull’introduzione di contingenti tariffari, cioè quote assegnate alla Svizzera a dazi zero, a partire da luglio. Mi sembra la formula migliore e sono abbastanza fiducioso».

Berna sembra invece aver ottenuto la possibilità di estendere all’industria elvetica (ma non solo) la preferenza per le aziende europee in alcuni appalti pubblici strategici.
«Già oggi la Svizzera ha accesso agli appalti pubblici nell’UE e viceversa. È una base eccellente per passare a una fase successiva, cioè quella della “preferenza europea”. Stiamo andando nella giusta direzione. Sono il relatore di questo provvedimento in commissione parlamentare Industria e posso dire che puntiamo a ridurre la lista dei Paesi che oggi rientrano nel concetto ampio di “made in EU” per limitarlo a chi si trova geograficamente in Europa».

In chiusura, le Camere federali pensano a introdurre una tassa di transito, una misura che lei stesso ha condannato.
«L’eventuale incostituzionalità è una questione interna alla Svizzera. Io, però, sono contrario a qualsiasi forma di discriminazione: è facile dire che è lo straniero l’origine di un problema, mentre la situazione è più complessa. Se si introducesse una tassa per tutti gli automobilisti, tanto dell’UE quanto svizzeri, ulteriore rispetto alla vignetta, non avrei nulla contro. Ma puntare il dito contro gli altri nel momento in cui si cerca un riavvicinamento non aiuta».