«Alleluia!», Kamala Harris a Berna tra onda blu, status quo e il sogno del 2028

Kamala Harris, vicepresidente degli Stati Uniti dal 2021 al 2025 è stata la grande ospite del Prix Suisse 2026, evento che sabato sera ha illuminato il Kursaal di Berna consegnando il premio all'astrofisico Thomas Zurbuchen.
Ma l'attesa più grande era per le parole di Harris, arrivata a Berna a pochi giorni dall'ottimo risultato del suo partito alle elezioni di midterm. Grande la curiosità riguardo alla visione dell'ex vicepresidente e possibile candidata alla Casa Bianca in vista del 2028. A intervistarla c'era Sandra Studer, che ha ricordato come l'ospite sia stata la prima donna numero due della storia americana. Harris ha anche guidato la campagna presidenziale più breve della storia, durata appena 107 giorni, nata dopo il ritiro di Joe Biden.
Dopo la sconfitta contro Donald Trump, attorno a lei era calato il silenzio. Ma ora l'onda blu, lo tsunami dei democratici che si sono ripresi la Camera e il Senato, l'ha riportata sotto i riflettori. E la sua reazione più spontanea è stata un «Alleluia!».
«Un momento entusiasmante per gli USA»
«Sì, è un momento entusiasmante per gli Stati Uniti», ha detto. «Le elezioni sono state importantissime, non solo per il risultato – e io sono una democratica –: riprendere la Camera e il Senato era straordinariamente importante. Ma c'è un aspetto altrettanto cruciale: la partecipazione al voto. Abbiamo visto livelli storici di affluenza in luoghi e tra fasce della popolazione che non votavano da tanto tempo. Credo che siamo tutti d'accordo sul fatto che la forza della democrazia si misuri in molti modi, uno dei quali è la partecipazione attiva dei cittadini. È ciò che abbiamo visto in queste elezioni, e questo mi incoraggia molto».
Harris ha poi sottolineato un vero cambio di passo: «il coinvolgimento di tutte le generazioni, di diverse aree geografiche e di diversi orientamenti ideologici: un dato innegabile».
Le prospettive
E ora, cosa può succedere dopo la vittoria dei democratici? «Ci sarebbe molto da analizzare», ha puntualizzato Harris. «Il primo punto è che la gente ha lanciato un messaggio chiaro: è stanca dello status quo il quale non funziona. Uno degli indicatori più evidenti è la difficoltà che tanti americani vivono: non riescono a permettersi benzina, cibo, casa, asili nido e assistenza sanitaria. L'altro messaggio è che sono stanchi della corruzione. Che non viene in alcun modo nascosta. Avviene alla luce del sole ogni giorno, senza scuse né pudore. Credo sia una parte importante di ciò che ha spinto i cittadini ad agire, manifestando la loro insoddisfazione e l'impossibilità di far fronte ai bisogni essenziali».
Anche se non lo ha mai detto espressamente, è evidente che l'ex vicepresidente degli Stati Uniti imputa la situazione attuale a Donald Trump.
Ora resta da capire quale strada prenderà il suo partito. Harris, però, frena e predica prudenza: «I democratici devono stare molto attenti a non pensare che questo voto sia avvenuto perché il partito è particolarmente popolare. Non è esattamente così. Questo è stato un voto di rigetto dello status quo. Quindi il lavoro del Partito democratico è enorme e deve concentrarsi innanzitutto sul mantenere gli impegni presi, per rispondere ai bisogni reali delle persone. Non è il momento di stare seduti a brindare con lo champagne. Cinque minuti, e poi basta». Come dire che i cinque minuti di festa sono già finiti.
«Politiche commerciali sconsiderate»
L'ex vicepresidente statunitense ha poi puntato il dito contro Trump e le sue politiche commerciali. «Si è mosso in modo sconsiderato, e ora il Congresso dovrà esercitare la sua autorità per esaminare le politiche commerciali e, se necessario, indagare. Compreso quanto accaduto con la Svizzera: in quell'occasione Trump aveva esibito un meschino risentimento nei confronti di un leader straniero». Il riferimento è alla sconcertante telefonata in cui Trump aveva attaccato anche personalmente la consigliera federale Karin Keller-Sutter.
«Sto valutando se candidarmi alla Casa Bianca»
Durante la serata non si è eluso il tema più atteso ed è arrivata la domanda delle domande: Kamala Harris, nel 2028, si candiderà alla Casa Bianca? Fino a poche settimane fa aveva evitato il quesito, rispondendo «voglio concentrarmi prima sulle elezioni di metà mandato». Ora che sono passate, ha detto: «Sinceramente ci sto pensando. Non ho ancora preso una decisione e molto dipenderà dalla mia famiglia. Molti di voi qui presenti e impegnati in politica lo sanno: nessuno di noi lo fa da solo. Le nostre famiglie sono una parte importante di tutto questo e pagano anche un prezzo reale. Quindi ci sto pensando, e vi terrò aggiornati», ha concluso con un sorriso.
Il sostegno all'Ucraina
L'ultima visita di Harris in Svizzera risale al giugno 2024, quando, da vicepresidente, partecipò alla Conferenza di pace sull'Ucraina al Bürgenstock. Da allora è successo parecchio. Sapendo quello che sa oggi, cosa direbbe quindi Harris alla persona che era allora? «Le direi "preparati". Parlando dell'Ucraina, ciò che il presidente Trump ha fatto è stato abbandonare non solo il ruolo e la responsabilità dell'America nel far rispettare le regole e le norme internazionali, ma anche un Paese vittima di una violazione del diritto internazionale, al cui fianco la nostra amministrazione si era schierata. E poi c'è quello che abbiamo visto più di recente: l'abbraccio a Putin e la revoca delle sanzioni. Molto di questo lo avevo effettivamente previsto. Ma prevedere qualcosa e poi sentirsi in qualche modo gratificati perché si è avuto ragione è un'altra cosa. Non ho provato alcuna soddisfazione visti il danno che si è prodotto, il dolore causato e le vite umane perse. Quindi cosa direi a me stessa? "Preparati, ma poi combatti". Ed è proprio questo che abbiamo visto in queste elezioni. Voglio dire a tutti gli amici qui presenti che nel Congresso degli Stati Uniti c'è un sostegno bipartisan all'Ucraina. E questo sarà rafforzato dal risultato di queste elezioni. Il Congresso si attiverà come finora non ha fatto, per esercitare i suoi poteri e le sue prerogative, che si tratti di poteri di guerra o del potere di bilancio. Credo che vedremo un'azione più incisiva a Washington, in difesa dell'Ucraina».
Una figura capace di abbattere le barriere
Nel corso della sua carriera, Harris ha abbattuto molte barriere: è diventata la prima vicepresidente donna nella storia degli Stati Uniti, ma è stata la prima anche in tanti altri incarichi e ruoli. Quali pressioni comporta essere la prima donna, o addirittura la prima donna non bianca, in queste posizioni, e come le ha affrontate? «Ecco la questione: quando si abbattono delle barriere, non si passa semplicemente da un lato all'altro della barriera. Bisogna rompere qualcosa, e a volte, rompendo, ci si può ferire e sanguinare. Ma ne vale ogni volta la pena. Quando sono diventata vicepresidente, la nostra amministrazione è entrata in carica nel pieno della pandemia di COVID, quindi ci è voluto parecchio tempo prima di poter svolgere tutte quelle attività di rappresentanza e di ricevimento che un'amministrazione presidenziale fa normalmente. La prima leader straniera, che ho ricevuto nella residenza del vicepresidente dove allora abitavo, è stata la cancelliera Angela Merkel. L'ho invitata a colazione, ed è stato un momento davvero bello. Era prima dell'invasione russa dell'Ucraina, ma abbiamo parlato di Russia, Cina e del futuro del mondo. E lei è una donna molto coraggiosa sotto tanti aspetti».
La cucina e i viaggi nel Paese
Ma l'esperienza di questi anni come ha cambiato Harris e cosa, oggi, le dà gioia? «Dopo le elezioni del 2024, nei primi mesi ho passato il tempo a casa con la famiglia e gli amici. Non uscivo quasi mai. Avevo solo bisogno di tranquillità. Ho cucinato molto. Adoro cucinare. Mio marito adora che io cucini. Adora la mia cucina». Lo racconta anche nel suo libro: è il suo modo preferito per scaricare lo stress. «Sì, esatto. Tritare, tritare, tritare... A tutti piace».
E dopo? «Poi quel periodo di quiete è finito: ne avevo abbastanza e ho deciso di girare il mio Paese. Avevo bisogno di ascoltarlo, senza i filtri dei media e della stampa. Così ho viaggiato. E il vantaggio di non essere più vicepresidente era che potevo muovermi con un seguito molto più ridotto, senza una schiera di persone intorno che potesse risultare intimidatoria. Ho girato il Paese. Sono stata in oltre ventisette Stati, più volte. Ho incontrato gruppi della società civile e ho semplicemente ascoltato. In questo clima è fondamentale che le persone sentano di essere ascoltate sinceramente. E ciò che per me è stato bello è che non c'era nulla di transazionale. Non ero lì per chiedere un voto. Ecco, è soprattutto questo che ho fatto».
