Alpi, il rischio di alluvioni cresce più di quanto stimato

Le alluvioni nelle Alpi del futuro potrebbero essere molto più intense e frequenti di quanto stimato finora. È la conclusione di uno studio pubblicato il 15 luglio su Science Advances, coordinato dall’idrologo Paul Astagneau dell’Istituto WSL per la ricerca sulla neve e sulle valanghe (SLF), che ha analizzato 384 bacini idrografici tra Svizzera e Austria utilizzando dati registrati ora per ora. Il risultato è uno scenario molto più severo rispetto alle valutazioni precedenti.
«Il principale contributo di questo studio è mostrare che l’utilizzo di dati con una risoluzione temporale più elevata cambia il modo in cui vediamo l’evoluzione del rischio di piena in un clima che si riscalda, nei bacini alpini», spiega Astagneau. «Credo che fornisca nuove prove del fatto che le piene potrebbero diventare più gravi nelle Alpi. Naturalmente esistono ancora molte incertezze, ma il nostro studio offre nuove evidenze e si discosta da alcune ricerche precedenti sull’argomento».
Verso nuove stime
I ricercatori dell’istituto WSL hanno utilizzato un modello idrologico, un programma che simula il comportamento dei fiumi e come potrebbero evolvere le piene in futuro, sulla base delle proiezioni climatiche, delle caratteristiche dei bacini e dei dati idrologici disponibili. A fare la differenza è stato proprio il tipo di dati utilizzati, invece di considerare quanto accade nell’arco di un’intera giornata, il modello analizza l’evoluzione delle precipitazioni e dei fiumi ora per ora.
«Gli eventi di precipitazione estrema estivi, che sappiamo stare aumentando, durano generalmente meno di un giorno: possiamo immaginare un temporale molto intenso alla fine di una giornata particolarmente calda. Se utilizziamo dati con una risoluzione giornaliera rischiamo di perdere alcuni dei processi che possono innescare le piene più estreme, soprattutto se questi episodi diventeranno più frequenti in futuro». In altre parole, conclude Paul Astagneau, «questa scelta potrebbe portare a sottostimare l’aumento del rischio di piena nei bacini alpini».
È una conclusione che può sembrare controintuitiva, ma trova una spiegazione precisa. Finora molti studi avevano infatti previsto che nelle Alpi le piene sarebbero diminuite o sarebbero rimaste stabili, perché con il riscaldamento globale la neve si accumula meno durante l’inverno e in primavera si scioglie in quantità inferiori. Meno disgelo, quindi, avrebbe dovuto significare anche meno acqua nei fiumi durante gli eventi di piena. Il nuovo studio mostra però che questo effetto viene in gran parte compensato, e spesso addirittura superato, dall’aumento delle precipitazioni estreme di breve durata.
La ragione è legata al comportamento delle precipitazioni in un clima più caldo. Con il riscaldamento globale, aumentano le piogge intense di breve durata, proprio quelle che più facilmente provocano le piene improvvise. Quando però questi rovesci vengono «spalmati» sui dati dell’intera giornata, il loro effetto si attenua e il rischio viene sottostimato. Analizzando invece ciò che accade ora per ora, emerge che per ogni grado Celsius in più le precipitazioni estreme aumentano in media di circa il 7%, un incremento che compensa e spesso supera la minore quantità d’acqua dovuta alla riduzione del disgelo.
Gli scenari futuri
Secondo lo studio, entro la fine del secolo quelle che oggi definiamo alluvioni «centennali» potrebbero diventare dal 5 al 15% più intense. E non solo: potrebbe verificarsi molto più spesso, passando da un evento atteso mediamente una volta ogni secolo a uno ogni 45-80 anni. «Forse è più semplice ragionare in termini di probabilità», osserva Astagneau. «Nel nostro studio abbiamo visto che una piena che in passato aveva una probabilità dell’1% di verificarsi ogni anno potrebbe diventare, in un clima più caldo, da 1,25 a 2 volte più probabile».
Lo studio mostra anche che le differenze tra le simulazioni basate su dati giornalieri e quelle costruite con dati orari iniziano a emergere molto prima della fine del secolo. In molti bacini il divario tra i due modelli diventa statisticamente significativo già intorno alla metà del secolo, segno che gli effetti dell’intensificazione delle precipitazioni estreme potrebbero manifestarsi prima di quanto previsto.
Cambierà anche la stagionalità delle piene, il progressivo anticipo del disgelo sposterà infatti parte delle alluvioni verso la primavera, ma le simulazioni orarie mostrano che le precipitazioni intense estive continueranno ad alimentare numerosi eventi anche nei mesi più caldi. Di conseguenza, il rischio di piena tenderà a distribuirsi su una parte più ampia dell’anno, anziché concentrarsi esclusivamente durante il periodo del disgelo.
Per quanto riguarda il versante sud delle Alpi, Astagneau invita però alla prudenza. «Abbiamo incluso nel nostro studio anche alcuni bacini del Ticino. Riteniamo però di non poter formulare affermazioni specifiche per singole aree geografiche, perché le incertezze associate alle stime locali sono ancora molto elevate. I risultati mostrano tendenze e schemi generali, non cambiamenti a livello locale».
Pianificazione dei rischi
Gli autori ritengono che serva però ancora lavoro prima di trasferire questi risultati direttamente nella pianificazione del rischio. «La valutazione del rischio di piena utilizza già spesso dati orari, ma non sempre quando si tratta di studiare gli effetti del cambiamento climatico. Il nostro messaggio è dunque proprio questo: anche gli studi sugli impatti del cambiamento climatico dovrebbero utilizzare dati orari, per fornire stime più affidabili». Una sfida non banale ammette il ricercatore, perché «ottenere dati climatici orari sufficientemente affidabili è spesso difficile. Molti gruppi di ricerca, compreso il nostro, stanno lavorando per migliorare questo aspetto».
