Antonio Di Pietro su Crans-Montana: «Grave l'arresto dopo 9 giorni, ma la collaborazione italosvizzera darà buoni risultati»

Svizzera e Italia, molto probabilmente, collaboreranno alle indagini per far luce sull’incendio avvenuto la notte di Capodanno nel bar Le Constellation di Crans-Montana. Una tragedia che ha aperto una ferita profonda nei due Paesi, arrivati sull’orlo di una crisi diplomatica in seguito alla decisione della premier Giorgia Meloni di richiamare a Roma l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado.
Un’ingerenza politica che non è piaciuta a Berna e ha spaccato ulteriormente i partiti della vicina Penisola, già ai ferri corti sul cosiddetto «referendum giustizia». In mezzo alle incessanti polemiche sulla tragedia di Crans-Montana, con l’ex magistrato di «Mani pulite», Antonio Di Pietro, abbiamo cercato di tornare sui giusti binari, parlando di indagini e collaborazione tra autorità.
Come possiamo valutare, dunque, l’invio di unità investigative italiane in Vallese? Anche in questo caso si tratta di un’ingerenza? Per Di Pietro, la questione, va piuttosto vista come un’opportunità, in quanto entrambi i Paesi perseguono uno stesso obiettivo: fare chiarezza su quanto avvenuto quella maledetta notte.
«La collaborazione giudiziaria fra Italia e Svizzera da sempre, o quantomeno dall'epoca di "Mani pulite", è stata corretta, importante, proporzionata e reciproca» commenta l’ex magistrato, ricordando i suoi rapporti, ma pure quelli di Giovanni Falcone, con Carla Del Ponte. E dopo «Mani pulite», evidenzia il politico italiano, la collaborazione tra i due Paesi si è «perfezionata sempre più». Per Di Pietro, «nel rispetto dei ruoli e ovviamente della giurisdizione svizzera, l'Italia ha aperto un fascicolo presso la Procura di Roma, in vista di una collaborazione che potrà portare a buoni risultati».
Se un’azione congiunta nelle indagini potrebbe dunque fare chiarezza, diverso invece è il discorso per quanto concerne gli interventi politici, a maggior ragione se provengono dall'Italia. A tal proposito, l’ex magistrato puntualizza: «Ciò che è avvenuto a Crans-Montana è un fatto criminale e, in quanto tale, se ne devono occupare le autorità giudiziarie. È quindi chiaro che non si può chiedere al Governo svizzero di intervenire, poiché, come in Italia, vige la separazione dei poteri. Però, mentre sono contrario alle pressioni politiche, sono convinto che una sollecitazione tra autorità giudiziarie sia corretta».
L’operato della Procura vallesana ha suscitato molti dubbi, sia in Italia che in Svizzera, specialmente per quanto concerne le tempistiche del rilascio su cauzione di Jacques Moretti (il Tribunale delle misure coercitive aveva infatti 3 mesi a disposizione per prendere una decisione in merito). Su questo punto, Di Pietro non ha dubbi: «Credo che tutti stiano focalizzando troppo l'attenzione sul momento del rilascio, a mio parere, valutando da ex magistrato, non corretto. Però ritengo che il vero errore sia stato quello di non ricorrere immediatamente a misure cautelari nei confronti di Moretti. Più che per un pericolo di fuga - questa è stata la motivazione dell'arresto - si sarebbe dovuto procedere alla limitazione della libertà personale a causa dell’elevata possibilità di inquinamento probatorio. Di fronte a un fatto così grave, si sarebbe dovuto avviare immediatamente le perquisizioni e con i sequestri, non solo a casa dei titolari del locale, ma anche presso l’ufficio pubblico che doveva occuparsi di effettuare i controlli al bar Le Constellation. Mi riferisco alle autorità comunali: bisognava effettuare immediatamente le analisi forensi degli smartphone, dei computer e altro. Quei 9 giorni, a mio avviso, rappresentano un grave ritardo».
Ulteriori critiche alla magistratura vallesana sono arrivate a causa degli scarsi aggiornamenti pubblici sulle indagini, filtrati sui media con il contagocce, nonostante la portata internazionale dell'evento. Secondo Di Pietro, per fugare ogni dubbio su possibili conflitti di interessi, si sarebbe potuto nominare un procuratore straordinario proveniente da un altro cantone. Ma puntualizza: «La giustizia non deve essere una questione mediatica. Sono favorevole alla corretta informazione dei cittadini, ma durante un'indagine istruttoria è alto il rischio di pregiudizi nell’opinione pubblica prima che i fatti vengano accertati. Questi pregiudizi poi rischiano di trasformare le vittime in colpevoli e possono trascinarsi fino alla pronuncia della sentenza. A me non interessa sapere giornalmente cosa sta facendo il magistrato, l'importante è che lo faccia».
Inoltre, evidenzia l'ex magistrato, «la comunicazione pubblica può avere effetti molto negativi». Un esempio? La conferenza stampa convocata subito dopo la tragedia. Un «controsenso», per Di Pietro, il fatto che allo stesso tavolo ci fossero «la procuratrice generale e il sindaco, con il Comune che si è dichiarato parte civile, mentre invece le autorità comunali finiranno molto probabilmente nel registro degli indagati come corresponsabili della tragedia».
