Armamenti svizzeri negli USA, un affare da quasi 100 milioni

Oltre 94,2 milioni di franchi. A tanto ammontano le esportazioni di materiale bellico in direzione degli Stati Uniti. Lo ha reso noto oggi la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), presentando le cifre del 2025. L’anno precedente, l’export di armi verso Washington si era fermato a circa 76 milioni di franchi. In tutto il mondo, però, c’è la corsa al riarmo. La fa l’Europa, la fanno gli USA e la sta facendo anche la Svizzera. L’industria bellica è attiva: nel 2025, le esportazioni di materiale bellico prodotto in Svizzera hanno sfiorato i 948,2 milioni di franchi, in aumento del 43% rispetto all’anno precedente.
In totale, gli armamenti sono stati inviati a 64 Paesi, tra cui Ungheria, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Pakistan. A fare la parte del leone è tuttavia l’Europa (86,14% del totale dell’export), seguito da America (10,37%), Asia (3,26%), Australia (0,20%) e Africa (0,03%).
Durata e intensità
C’è un aspetto di cui tenere conto: la Svizzera, con la sua politica di neutralità, vieta le esportazioni (e le riesportazioni) di materiale bellico verso Paesi coinvolti in conflitti armati internazionali. E verso gli Stati Uniti, che sono il secondo cliente più importante della Svizzera per l’esportazione di armamenti? «La questione è attualmente in fase di esame», ha risposto Guy Parmelin, lunedì, all’Ora delle domande, aggiungendo che è troppo presto per giudicare se il diritto di neutralità sia applicabile in seguito all’azione militare degli USA e di Israele in Iran. Tale meccanismo, ha aggiunto il presidente della Confederazione, non può essere attivato per «ogni incidente armato» nel mondo. Si parla di conflitto armato internazionale quando vi è ricorso alla forza armata tra diversi Stati. Inoltre, il conflitto deve avere una certa durata e intensità»,
Parmelin ha poi ricordato che dall’escalation del conflitto in Medio Oriente il 28 febbraio, non è più stata rilasciata (né è stata richiesta) alcuna autorizzazione all’esportazione di materiale bellico verso gli Stati Uniti. Per quanto riguarda Israele, invece, le esportazioni non sono autorizzate da anni. Tuttavia, nel 2025 sono state rilasciate autorizzazioni verso Israele per beni a duplice impiego (che possono essere utilizzati a fini militari o civili, come attrezzatura per lo sminamento, giubbotti antiproiettile, visori notturni e via dicendo) per circa 122 mila franchi.
Reputazione danneggiata
«L’invio all’estero di armi ha raggiunto nuovamente livelli record. L’industria svizzera degli armamenti esporta come non faceva da decenni. E lo fa anche verso Paesi che utilizzano queste armi per guerre e violazioni dei diritti umani. Credo che questo non solo sia immorale, ma danneggi anche l’immagine della Svizzera nel mondo», critica il consigliere nazionale Fabian Molina (PS/ZH), citando esplicitamente gli USA.
Per il consigliere nazionale socialista, «quello che sta facendo il Consiglio federale è un atto di codardia nei confronti degli Stati Uniti. Non vuole irritare Washington e non vuole danneggiare l’industria bellica». Parmelin ha infatti parlato di «incidente armato». Per Molina, che deplora l’uso di questi «cavilli giuridici», la formulazione utilizzata dal Governo «ricorda il presidente russo, che definisce la guerra contro l’Ucraina un’operazione militare speciale».
«Immagine fuorviante»
L’industria degli armamenti, dal canto suo, resta cauta e sostiene che le cifre presentate oggi dalla SECO diano una «immagine fuorviante», poiché gli ordini - per gran parte delle industrie - sarebbero in realtà in calo dal 2022. L’aumento delle esportazioni è trainato verso l’alto dalla vendita di pezzi di ricambio e di componenti. Il mercato (per la maggior parte delle aziende che vi operano) non è invece così positivo come sembra, poiché le PMI sono escluse dalle catene di approvvigionamento internazionali e la produzione e il know-how si stanno trasferendo all’estero. «Per la sopravvivenza dell’industria della difesa è essenziale che le aziende possano esportare. Per questo motivo la revisione della legge federale sul materiale bellico (LMB) approvata dal Parlamento deve entrare in vigore il più rapidamente possibile», indica un comunicato del Gruppo di lavoro sicurezza ed economia (ASUW).
Il popolo voterà sul referendum
Sullo sfondo, infatti, c’è un netto allentamento dei criteri per inviare all’estero armamenti prodotti in Svizzera, di cui ne beneficerebbero anche gli Stati Uniti. Per Molina, «questa revisione della LMB, contro la quale è stato lanciato un referendum, la situazione peggiorerà ulteriormente, perché la Svizzera potrà fornire armi in modo del tutto legale anche in zone di guerra». La raccolta firme, iniziata a gennaio, si concluderà il prossimo 17 aprile. «Sono fiducioso che il referendum avrà successo e che il popolo svizzero voterà su questa riforma», è convinto Molina.
Una lista di 25 Paesi
Ma di cosa si tratta? Lo scorso dicembre, il Parlamento ha deciso che in futuro un gruppo di 25 Paesi occidentali - fra cui gli stessi USA, l’Argentina o l’Ungheria - potrà acquistare armamenti svizzeri con maggiore libertà rispetto a oggi: anche qualora fossero coinvolti in una guerra, la Svizzera potrà fornire loro materiale bellico. Rimangono escluse solo le nazioni che violano i diritti umani in modo grave e sistematico. Il Consiglio federale, inoltre, avrà un diritto di veto, ad esempio se ritenesse che tali esportazioni possano mettere in pericolo la neutralità.
Regole molto meno severe si applicherebbero anche alla riesportazione: in linea di principio (ma dipende dai casi), tutti i Paesi potranno in futuro trasferire liberamente a terzi gli armamenti acquistati in Svizzera.
