Bilaterali III, pure il calendario è diventato terreno di scontro

Sin dall’inizio, il pacchetto di accordi con l’Unione europea è stato fonte di divisioni e discussioni: dapprima la denominazione, con l’espressione «Bilaterali III» prima criticata e poi sdoganata dal Consiglio federale; poi il tipo di referendum (che terrà ancora banco a lungo) e ora anche il calendario. I dibattiti alle Camere stanno entrando nel vivo.
A partire da lunedì 29 settembre, i «Bilaterali III» arrivano ufficialmente sul banco degli Stati: per tre giornate (il primo giorno fino a orari improponibili) i «senatori» si confronteranno sul vasto pacchetto di accordi, con l’obiettivo di chiudere il dossier già entro questa sessione e passare la palla al Nazionale.
Divergenze
La Camera del popolo, dal canto suo, dovrebbe trattare gli accordi nel mese di dicembre. È già chiaro che ci saranno divergenze tra le due Camere. Ciò significa che i tempi slittano.
Nel caso in cui Nazionale e Stati portino a termine le discussioni a marzo, una eventuale votazione popolare (che sia con referendum semplice oppure obbligatorio) si potrebbe tenere solo nel 2028. Non ci sarebbero i tempi tecnici per votare a giugno. A mescolare le carte in tavola ci sono però le elezioni federali che si tengono in autunno: a causa di questo appuntamento alle urne, non ci sarà alcuna domenica di votazione su temi federali né a settembre, né a novembre. La successiva data disponibile? Il 19 marzo 2028.
Prima delle elezioni
E si votasse invece già al 6 giugno dell’anno prossimo? È quanto lasciano intendere alcuni media d’Oltralpe, parlando di «manovre» a Palazzo federale da parte dei deputati più filoeuropeisti per anticipare i dibattiti e dunque permettere l’appuntamento alle urne prima delle elezioni. I giornali di CH Media, una decina di giorni fa, riferivano che il pacchetto potrebbe essere separato e dunque arrivare alle urne in date separate (l’accordo sull’elettricità, ad esempio, verrà trattato a dicembre agli Stati e non in questa sessione). L’UDC, per questioni elettorali, vorrebbe ritardare il più possibile il voto popolare, anziché anticiparlo.
A spingere sull’acceleratore, stando a informazioni di CH Media rilanciate ieri dal Nebelspalter, sarebbe la Commissione della politica estera del Nazionale, che ha previsto sedute aggiuntive in autunno per consentire un tempo sufficiente per le discussioni preliminari. L’obiettivo? Finire le discussioni e risolvere le divergenze entro il 18 dicembre per poi andare (anche solo parzialmente) al voto popolare nel giugno del 2027. I tempi, al netto delle speculazioni, appaiono tuttavia troppo stretti anche per parlamentari e addetti ai lavori.
