Bilaterali, si scalda il dibattito per la doppia maggioranza

Referendum semplice, referendum obbligatorio, oppure ancora referendum «sui generis» e perché no anche una disposizione transitoria nella Costituzione per imporre la doppia maggioranza di Popolo e Cantoni. Il tema, ormai, è noto: il pacchetto di accordi con Bruxelles. Saranno discussi per la prima volta in Parlamento il prossimo mese di settembre (il Consiglio degli Stati sarà la prima Camera ad occuparsene). Eppure, il dossier occupa già da mesi le singole commissioni.
A farla da padrone, prima ancora dei contenuti, sono la forma e soprattutto le modalità con cui i cosiddetti Bilaterali III saranno portati al voto. I due fronti, favorevoli e contrari dell’accordo, sanno che con la doppia maggioranza l’asticella di difficoltà si alza per il sì alle urne(invece di superare il 50%, l’esperienza insegna che per ottenere anche la maggioranza dei Cantoni serva una quota di consensi attorno al 55%). I parlamentari favorevoli alla doppia maggioranza (UDC, seguiti anche da esponenti del PLR e del Centro) stanno cercando una via per sottomettere gli accordi al referendum obbligatorio, ancor prima che si entri nel merito dei contenuti. E oggi, al Consiglio degli Stati, il dibattito si è infiammato.
Questione di competenze
Sui banchi dei «senatori» c’era infatti un’iniziativa parlamentare, depositata dalla Commissione delle istituzioni politiche degli Stati, che mira a sottoporre il pacchetto di accordi a referendum obbligatorio. Alla fine, la maggioranza ha deciso per 24 voti a 20 di stralciare questo atto parlamentare dall’ordine del giorno. Ora la Commissione delle istituzioni politiche degli Stati dovrà elaborare un progetto di legge, avviando anche una consultazione esterna. Poi, il dossier tornerà sui banchi dei «senatori» già nel corso della sessione di settembre.
Rapporti di forza differenti
Tutto finito? Per nulla. Dietro questa decisione c’è infatti un acceso scontro tra quattro commissioni che dura da oltre un mese: si tratta delle commissioni delle istituzioni politiche (di Nazionale e Stati), nonché le due commissioni della politica estera (più filoeuropeiste rispetto alle prime). Il punto centrale è uno: stabilire di chi è la competenza di questa iniziativa parlamentare. È su questi aspetti procedurali che si sono alzati i toni. In breve: entrambe le commissioni delle istituzioni politiche sono favorevoli all’iniziativa che mira alla doppia maggioranza, mentre quelle della politica estera del Nazionale (ritenuta competente sul dossier) e degli Stati si sono dette contrarie.
Seduta a fine giugno
La maggioranza del Consiglio degli Stati ha così preso una decisione che sta già facendo discutere: dal momento che entrambe le commissioni delle istituzioni politiche sono favorevoli all’iniziativa parlamentare, ora quella degli Stati potrà elaborare un progetto concreto. Lo faranno in una seduta a fine giugno, quando tratteranno tre diverse proposte: oltre all’iniziativa parlamentare, dovranno valutare anche un referendum «sui generis» (sulla scorta di quanto avvenuto con la votazione sullo Spazio Economico Europeo). L’alternativa alla doppia maggioranza è invece il referendum facoltativo, come chiede il Consiglio federale.
E le due commissioni della politica estera? «Sono state aggirate», critica il consigliere agli Stati Carlo Sommaruga (PS/GE), che è proprio presidente di una delle due commissioni. E si batte contro la doppia maggioranza.
Lo sfogo del «senatore»
«La nostra Commissione si è già pronunciata e sostiene la posizione del Governo (referendum semplice, ndr). Ma quello a cui abbiamo assistito è problematico: è disprezzo delle regole». La maggioranza ha deciso di non tenere conto delle decisioni prese alla Camera del popolo: in particolare quella dell’Ufficio del Consiglio nazionale, che ha assegnato la competenza dell’iniziativa parlamentare alla Commissione della politica estera, non a quella delle istituzioni politiche. «La battaglia deve avere luogo sul pacchetto di accordi, non sulle procedure», afferma Sommaruga, secondo cui il popolo rischia di andare a votare su due oggetti contraddittori (uno sull’articolo costituzionale dell’iniziativa e l’altro sui Bilaterali III, che regola anch’esso la questione del referendum). Magari pure lo stesso giorno. Per Sommaruga, «una confusione istituzionale che non promette nulla di buono».
