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«Bisogna togliere ossigeno alla mafia»

Per il numero uno del Ministero pubblico della Confederazione, Stefan Blättler, la criminalità organizzata è un problema anche in Svizzera: «È come un cancro: quando è visibile ormai è troppo tardi» – Per le indagini servono risorse e tempo – La collaborazione con i partner interni ed esterni funziona
© KEYSTONE/Anthony Anex

Di recente è finito in manette in Ticino un presunto referente della ‘ndrangheta in Svizzera. Un altro era stato arrestato in febbraio. Che cosa ci dicono questi episodi per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata?
«La criminalità organizzata è una realtà anche nel nostro Paese. E dobbiamo tenere conto di ciò perché può mettere in pericolo la coesione sociale di uno Stato. È come un cancro. Quando è visibile, è ormai troppo tardi. Dico che bisogna fare di più sin da quando ho iniziato questo mandato (Blättler è Procuratore generale dal 1. gennaio 2022, ndr). Dobbiamo essere vigili e questo è un compito di tutte le organizzazioni che si occupano di garantire la sicurezza pubblica: la polizia a livello comunale, cantonale e federale insieme alle procure».

Come funziona attualmente la collaborazione con i partner in Svizzera?
«Giro la domanda. Senza collaborazione, non funzionerebbe niente. Soprattutto quando si parla di criminalità organizzata, siamo obbligati a cooperare. E lo facciamo. C’è una buona collaborazione con le polizie e le procure nei Cantoni. Ad esempio, con i colleghi in Ticino abbiamo davvero ottimi contatti».

Cosa manca per essere ancora più efficienti nella lotta alla criminalità organizzata?
«Dobbiamo essere oggettivi. Mancano le risorse e gli effettivi, a tutti i livelli. Soprattutto risorse di polizia. Negli ultimi tre anni il MPC ha ricevuto i posti supplementari richiesti al Parlamento e ne sono grato, perché ne avevamo bisogno. Alle polizie cantonali, ma anche a fedpol, servono più inquirenti. Questo è sicuro. Oltre a ciò, dobbiamo osservare se le leggi sono ancora adeguate per quanto riguarda la lotta alla criminalità in tutte le sue forme».

La politica deve fare di più per contrastare la mafia?
«Sì, io credo che sia un problema che interessa la società. Dunque, anche il legislatore. Il Parlamento deve valutare se alcune modifiche di legge siano appropriate o meno».

Il Parlamento ha avallato la richiesta di potenziamento. La polizia federale riceverà 20 unità in più all’anno nei prossimi dieci anni.
«Anche di questo sono grato al Parlamento. Non dimentichiamo che le procure, sia quella federale sia quelle dei Cantoni, possono produrre atti di accusa solo grazie al lavoro della polizia. Se non investiamo in questo ambito, non sarà possibile fare tutto quello che ci siamo prefissati e questo avrà conseguenze per la sicurezza interna».

La Svizzera rischia di perdere il controllo sul perseguimento della criminalità organizzata?
«Abbiamo sempre un alto livello di sicurezza pubblica. Ma dobbiamo investire per mantenerlo e restare un Paese attrattivo e sicuro. Se questo livello si abbassa, ci potrebbero essere gravi conseguenze. Ben inteso, anche la legislazione va adeguata, sia con una regolamentazione sui pentiti, per citare un esempio, sia tramite forme di giustizia transazionale (justice transactionnelle, ndr) con le società, una formula conosciuta nei Paesi anglosassoni. Andrebbe rivista anche la legislazione sull’assistenza giudiziaria che risale a un’era pre-digitale. L’arsenale legislativo dovrebbe diventare più snello e garantire maggiore rapidità».

Da tempo, infatti, c’è chi chiede una legge più incisiva relativa ai pentiti, o collaboratori di giustizia. In quali casi potrebbero essere utili?
«Anche a causa della mancanza di una norma di questo tipo, utilizziamo unicamente dichiarazioni di pentiti provenienti dall’estero. Questo non significa che non abbiamo necessità di una nuova base legale. Non vorrei sentirmi dire, in futuro: “Abbiamo dimenticato di fare una legge e ora è tardi”. Quando vedo che riceviamo già oggi domande, nell’ambito dell’assistenza giudiziaria internazionale, per esempio dall’Italia, che risultano da deposizioni di un pentito, significa che sfruttiamo questi risultati. Se ne approfittiamo indirettamente, perché non creare anche una norma adeguata nel nostro sistema?».

Lei ha assunto l’incarico dando priorità alla lotta alle organizzazioni criminali. Finora quanti atti d’accusa ci sono stati? E dove stanno le difficoltà?
«Abbiamo depositato recentemente un importante atto d’accusa nell’ambito della criminalità organizzata. Diversi procedimenti sono in corso. Le indagini relative alle organizzazioni criminali richiedono un’enormità di tempo. Non è un settore nel quale ci si possono aspettare risultati immediati. Per definizione, questi casi hanno una connotazione internazionale. Quindi dipendiamo dalla cooperazione con altre autorità e dalle richieste di assistenza giudiziaria».

E la collaborazione con i partner esteri funziona?
«Ci sono Paesi dai quali riceviamo rapidamente delle risposte. In altri casi non sappiamo nemmeno se la richiesta sia arrivata. Questa è una delle tante difficoltà che incontriamo e che allunga i tempi delle indagini. Inoltre, raccogliere le prove da fornire a un tribunale per provare che un sospettato faccia parte di un’organizzazione criminale richiede molto tempo. E non basta solo provare che un sospettato ha partecipato, per esempio, a un atto di riciclaggio di denaro. Vogliamo andare oltre e dimostrare che tutto questo fa parte di un sistema che si chiama organizzazione criminale. Questo passo supplementare, come detto, richiede tanto tempo, ma dobbiamo farlo perché ci permetterà di arrivare ad altro. Ad esempio, procedere alla confisca di denaro. I soldi sono il sangue e l’ossigeno delle organizzazioni criminali. Dobbiamo seguire i flussi e mettere le mani sul denaro per indebolirle».

E come sono i rapporti con le autorità italiane?
«I rapporti sono buoni e gli scambi sono continui. Incontro regolarmente i colleghi della direzione distrettuale antimafia per casi specifici. Dobbiamo però tenere conto del fatto che la legislazione non è sempre la stessa. In Svizzera, quando parliamo di riciclaggio di denaro, dobbiamo provare che è stato commesso un crimine. In altri Paesi le condizioni sono più flessibili».

Fino a dove si sono infiltrate queste organizzazioni in Svizzera?
«Dobbiamo considerare la particolarità della Svizzera. È una piazza finanziaria situata al centro dell’Europa. La difficoltà sta nel provare, per esempio, che una società, costituita legalmente e che paga le tasse, è alimentata da denaro illecito. Le indagini sono difficili, ma è il nostro compito. Non dobbiamo diventare il rifugio logistico delle organizzazioni criminali. E non sono solo quelle basate in Italia. Vediamo crescere altre organizzazioni criminali di provenienza turca, ma anche dal Sudamerica e dai Balcani. Osserviamo che queste organizzazioni collaborano, come le grandi ditte internazionali. Talvolta operano tramite joint-venture, come le multinazionali legali».

A livello di criminalità economica il lavoro non manca.
«In questo settore il nostro lavoro è apprezzato anche a livello internazionale. Abbiamo ricevuto un premio da Global Investigation Review (GIR) per i procedimenti e le multe milionarie a carico di società attive nel settore delle materie prime (ndr Glencore, Gunvor) e nel settore bancario. È importante che si sappia che in Svizzera teniamo gli occhi aperti e diamo un contributo a uno sviluppo del commercio internazionale rispettoso delle regole, anche perché il nostro Paese è un importante polo economico. Anche la lotta contro la corruzione internazionale e il riciclaggio del denaro sono una nostra priorità».

C’è anche chi vi ha criticato per aver sanzionato alcune società di primo piano.
«Nemo propheta in patria. D’altra parte, ognuno ha il diritto di criticarci. La nostra missione è chiara: dimostrare che le leggi vengono fatte rispettare». 

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