Il caso

C'è un «latte» di Danone che ha avuto guai con la giustizia svizzera

Si tratta della bevanda all'avena di Alpro, marchio del colosso francese: complice lo slogan posto sull'imballaggio, secondo le autorità potrebbe trarre in inganno i consumatori
Red. Online
04.04.2026 21:30

La vicenda, questa vicenda, affonda le radici in un controllo casuale in una filiale Coop di Zurigo, nel 2022. Un dipendente del laboratorio cantonale, scrive Watson, a suo tempo aveva notato due confezioni del marchio Alpro. Due confezioni di, citiamo, «bevanda all'avena» dal design furbo e curato, verrebbe da dire, al punto che un consumatore avrebbe potuto confondersi pensando che sullo scaffale si trovasse del latte vaccino.

Il motivo? Lo slogan nella parte frontale della confezione, blu e bianca: «SHHH… THIS IS NOT M💧LK», che in italiano si traduce approssimativamente con «Psst… questo non è latte». La parola «latte» era in evidenza, con la «i» sostituita da l'emoji di una goccia. E, probabilmente, questa goccia, definita in seguito «bianco lattiginoso» in una sentenza del Tribunale amministrativo cantonale, combinata con la parola «Milk» ha fatto traboccare il vaso o, in questo caso, la brocca del latte per dirla con Watson.

Il laboratorio di Zurigo aveva immediatamente ordinato il ritiro delle confezioni dagli scaffali dei supermercati: l’inizio di una battaglia legale che ha attraversato tutti i gradi di giudizio e si è conclusa alla fine di marzo dinanzi al Tribunale federale. I cinque giudici hanno deciso, con quattro voti contro uno, che in effetti sussiste un rischio di confusione con il latte vaccino e che la confezione, di conseguenza, deve essere modificata. Con buona pace del gruppo alimentare Danone, proprietario del marchio Alpro, secondo cui nessun consumatore si è mai lamentato di aver confuso questa bevanda con il latte vaccino.

La sentenza, ribadisce Watson, va oltre il singolo caso: il termine «latte» – salvo rare eccezioni – non può essere utilizzato per prodotti alimentari che non provengano dalla mammella di un mammifero. Pure la negazione, ovvero lo slogan «questo non è latte», non è utilizzabile. In altri Paesi, per intenderci, il «Not Milk» di Alpro non è oggetto di contestazioni.

La sentenza, va da sé, ha suscitato forti reazioni sui social media. Sulla piattaforma LinkedIn, diversi utenti hanno espresso indignazione per il fatto che il latte d’avena non possa più essere definito «latte». Tuttavia, il Tribunale federale non ha detto nulla di nuovo al riguardo, limitandosi a richiamare la giurisprudenza esistente. L'Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria informa i Cantoni sulle norme linguistiche applicabili ai prodotti alimentari. Già nel 2020, in una comunicazione sulle «alternative vegane e vegetariane agli alimenti di origine animale», aveva sottolineato che termini come latte, siero di latte, panna, burro o latticello non possono in linea di principio essere utilizzati per prodotti puramente vegetali. Punto.

Un divieto, attenzione, che vale anche «quando il nome è integrato da un'indicazione esplicativa o descrittiva che rimanda all'origine vegetale del prodotto». Il latte d'avena viene così denominato «bevanda all'avena», il latte di mandorla «bevanda alla mandorla». Tutto normale, tutto giusto, tutto secondo le regole. Ma il burro d'arachidi, allora? Un'eccezione. Proviamo a fare chiarezza, sempre con l'aiuto di Watson: le norme linguistiche vigenti in Svizzera si basano sulle decisioni della Commissione Europea. Quest’ultima prevede delle eccezioni per i prodotti «il cui uso tradizionale è ben consolidato» o quando la denominazione contestata «serve chiaramente a descrivere una caratteristica specifica». Queste eccezioni sono elencate separatamente per ogni lingua. Ne consegue che il latte di mandorla non può essere chiamato così nella Svizzera tedesca, ma può esserlo in Ticino nella forma «latte di mandorla». Per il burro di arachidi, vale il contrario. Il termine è autorizzato nella Svizzera tedesca e anche in francese nella forma «Beurre de cacahuète». Al contrario, il termine italiano «burro d’arachidi» compare certamente nei dizionari e nei negozi online, ma non sulle confezioni, dove si trova invece «Crema di arachidi». A titolo di confronto, il termine «burro di cacao» è consentito in tutte le lingue nazionali.

Interpellato in merito ai prodotti pasquali, l’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria ha spiegato a Watson che non esiste una base giuridica esplicita per i termini «uovo di Pasqua» e «coniglietto di cioccolato», indipendentemente dalla lingua. Questi classici prodotti rimangono comunque autorizzati, poiché il loro uso tradizionale è ben noto e il rischio di inganno è molto basso. Il rischio di confusione, quindi, è il criterio fondamentale. Teoricamente, chiosa, Watson, è possibile che un uovo di cioccolato in una confezione bianca con la scritta «questo non è un uovo di gallina» venga ritirato dalla vendita, in particolare se esposto vicino alle uova di gallina.