Christoph Blocher: «L’indipendenza della Svizzera non viene più presa sul serio»

«Nel Consiglio federale abbiamo visto troppi dietrofront». Per questo motivo, l’ex consigliere federale Christoph Blocher vuole dare meno margine di manovra al Governo. Per l’uomo forte dell’UDC, la Svizzera deve preservare la neutralità e il suo ruolo nel mondo. Lo abbiamo intervistato.
Il «ministro» degli Esteri Ignazio Cassis, dal 2022, ripete spesso che neutralità non significa indifferenza. Sbaglia?
«No, ha ragione. La nostra posizione - che la neutralità svizzera debba essere mantenuta in modo permanente, armato e integrale - non si fonda sulla comodità o sulla superficialità, ma è un bene profondamente radicato. Su questo sono pienamente d’accordo con il signor Cassis».
Eppure la neutralità svizzera, nel corso della storia, è sempre stata uno strumento, non un fine. Perché inserirla nella Costituzione con una definizione così rigida?
«Ciò che questa iniziativa propone di inserire nella Costituzione è semplicemente ciò che in Svizzera, con alcune interruzioni, vale sostanzialmente da duecento anni. Non è quindi qualcosa di rigido. Dice che siamo neutrali in modo permanente. E questo vale non solo per le guerre combattute con le armi, ma anche per le misure coercitive non militari: sanzioni economiche, misure diplomatiche, confische di patrimoni e così via. Oggi la guerra si conduce con molti mezzi. Ma la neutralità è uno strumento importante per preservare la Svizzera dalla guerra, e si è dimostrata valida nel corso di 200 anni».
Non serve maggior flessibilità, come dimostrato nell’ultimo secolo?
«No, quella flessibile non l’abbiamo avuta per 100 anni. L’abbiamo applicata una volta sola, quando dopo la Prima guerra mondiale ci siamo impegnati nella Società delle Nazioni (dal 1920, ndr) a non escludere le misure diplomatiche ed economiche. Nel 1938 siamo poi tornati alla neutralità tradizionale. Oggi, a Berna, questa viene sempre più erosa, anche perché l’indipendenza della Svizzera non viene più presa sul serio. Chi governa, chi ha il potere nel Paese, non ama la neutralità, perché la limita nel margine di manovra. Gli impedisce di fare ciò che vuole».
La Svizzera come avrebbe dovuto comportarsi nei confronti della Russia negli ultimi quattro anni?
«Nei primi due giorni dopo l’attacco russo all’Ucraina, la Svizzera ha preso la decisione giusta: per iniziativa del consigliere federale Cassis, tra l’altro. Abbiamo condannato l’attacco, ma in quanto Paese permanentemente armato e integralmente neutrale, non avremmo dovuto partecipare alle sanzioni economiche. Questo non avrebbe significato consentire il libero commercio: avremmo dovuto semplicemente congelare gli scambi ai livelli esistenti, senza espanderli, perché altrimenti gli altri Paesi avrebbero usato la Svizzera per fare affari. E ciò non sarebbe stato neutrale. Purtroppo, il Consiglio federale non ha mantenuto quella decisione. È stato messo sotto pressione dall’Unione europea, dagli Stati Uniti e, internamente, anche dalle grandi banche. Non ha nemmeno preso una decisione autonoma. Si è semplicemente allineato alle decisioni dell’UE. È un errore fatale, perché oggi la Svizzera è una parte belligerante contro la Russia, una potenza nucleare».
Quindi le violazioni del diritto internazionale da parte di una grande potenza non dovrebbero interessare la Svizzera?
«Certo che interessano. Però sono un po’ cauto con il termine generico “diritto internazionale”. Non è propriamente un diritto: non c’è nessuno che lo decide e nessuno che lo faccia rispettare».
Ma cosa pensa che sarebbe successo se Berna non avesse adottato le sanzioni contro la Russia? L’Europa non è più così divisa come 100 anni fa: è davvero convinto che non ci sarebbero state pressioni o ritorsioni?
«Le grandi potenze non hanno mai gradito la neutralità. Hanno sempre voluto che ci schierassimo dalla loro parte. L’America soprattutto ha sempre detto: “Chi non è con me è contro di me”. La pressione dell’UE avremmo potuto sopportarla. In fondo, l’abbiamo sempre avuta. La Svizzera è sempre stata sotto pressione delle grandi potenze, ma avremmo comunque fatto qualcosa: non avremmo espanso il commercio. E agli occhi del mondo intero la Svizzera sarebbe rimasta rigorosamente neutrale. Dopo quella decisione ho constatato con preoccupazione che i clienti commerciali di tutto il mondo si chiedevano con apprensione: “La Svizzera è ancora neutrale?” Questa incertezza può portare, prima o poi, a pericolosi conflitti che coinvolgono la Svizzera».
Teme il rischio concreto di una terza guerra mondiale, in cui sia coinvolta anche la Svizzera?
«Credo che dal secondo dopoguerra, il rischio di una terza guerra mondiale non sia mai stato così alto come oggi. E con la Russia come aggressore. Se Mosca conquistasse l’Ucraina, il passo successivo sarebbero i Paesi NATO. Come Polonia e Germania, oggi le forze più attive contro la Russia in questo conflitto. E allora si troverebbero ai confini svizzeri. Se attaccano i Paesi NATO, si troveranno contro l’intera Alleanza e la potenza militare guida è oggi l’America. Diventerebbe una guerra USA-Russia. Prima o poi si coinvolgerebbe anche la Cina. E avremmo la terza guerra mondiale».
E la Svizzera?
«La Svizzera ha superato due guerre mondiali terribili. Era accerchiata. Ma non è stata attaccata perché era permanentemente armata, integralmente neutrale, e aveva un esercito che avrebbe inflitto all’eventuale invasore danni tali - soprattutto a Hitler - da dissuaderlo dall’attaccarla. Questa volta sarebbe la Russia. Ma purtroppo non siamo più neutrali in questo conflitto: siamo una parte belligerante. E temo che la Russia, se le cose dovessero arrivare a quel punto, ci tratti come tutti gli altri. E allora avremmo la guerra in casa».
L’interoperabilità con i sistemi dei Paesi partner, oggi, è fondamentale per la difesa. Con l’iniziativa, non sarebbe più possibile cooperare e dunque prepararsi a un potenziale attacco diretto contro la Svizzera. Non è un errore?
«È un’illusione. Chi crederebbe, nella NATO, che gli americani verrebbero in nostro aiuto se la Svizzera venisse attaccata? Inoltre, una cooperazione con altri eserciti (che sia NATO o altre forze armate) per scopi tecnico-militari è possibile anche con l’iniziativa. Ma non deve esistere un’alleanza in cui si parteggia per l’esercito di un altro Paese. Non è ammissibile. Simili cooperazioni le abbiamo sempre fatte. E se si arrivasse a una guerra comune per necessità, gli eserciti non devono nemmeno essere identici per condurla. Nella Seconda guerra mondiale, tra gli Alleati, c’erano il Canada, gli Stati Uniti, l’Inghilterra e altri: hanno combattuto insieme senza unificare i loro eserciti. Questo tipo di argomento viene in realtà da chi vuole entrare nella NATO, così si lavora meno e ci si affida all’idea che gli altri vengano in aiuto».
Nel caso di un attacco improvviso con missili, non poter collaborare con la NATO o avere gli stessi sistemi o dati indebolirebbe la capacità di difesa. Non crede?
«Dopo la Seconda guerra mondiale si diceva: “Non abbiamo possibilità senza armi atomiche, sarebbe molto meglio avere armi nucleari come gli altri”. Eppure abbiamo raggiunto l’obiettivo di non essere attaccati. Con i missili si possono provocare danni, ma con i soli missili non si vince una guerra: lo si vede chiaramente oggi in Medio Oriente. Nonostante un gran numero di missili e operazioni aeree di vasta portata, l’Iran non ha vinto la guerra contro Israele».
In caso di attacco, però, i vertici militari sostengono che la Svizzera può difendersi solo per qualche settimana.
«Naturalmente, se tutti gli eserciti del mondo si scagliassero contro la Svizzera, avremmo pochi giorni di possibilità. È un caso improbabile. Ma l’esercito deve essere tale da infliggere a un aggressore un dolore che non voglia sopportare. Era così anche nella Seconda guerra mondiale. Hitler temeva che, attaccando la Svizzera per aprirsi il passaggio verso l’Italia, avrebbe subito gravi danni. Forse non sarebbe stato sconfitto, ma avrebbe pagato un prezzo d’ingresso che non voleva pagare. Ogni Paese, ogni esercito valuta quanto grande può essere il danno nel raggiungere i propri obiettivi militari».
Crede che l’Esercito, oggi, sia preparato a un simile scenario?
«No. Le stesse persone che oggi lamentano che l’Esercito non è pronto sono quelle che lo hanno smantellato. Ma bisogna lavorare con quello che si ha. Anche nella sua debolezza può infliggere danni, se lo si impiega correttamente. E deve essere potenziato. Finalmente si è giunti al punto di voler rafforzare l’esercito, ma questo non avviene dall’oggi al domani».
Ciò è dovuto anche a chi conduceva il DDPS prima di Martin Pfister e Viola Amherd, ovvero l’UDC.
«Il nostro partito si è sempre opposto allo smantellamento dell’esercito. Ma è vero: abbiamo anche guidato il DDPS. Alcuni hanno ceduto alle pressioni, in parte - soprattutto il consigliere federale Samuel Schmid - hanno persino proposto misure di riduzione in Consiglio federale. Lo deploriamo e lo abbiamo criticato. Ma ora non dobbiamo chiederci chi ha smantellato cosa, bensì lavorare insieme per ricostruire. Questo è ciò che conta. E su questo, almeno a parole, vedo un certo consenso. Se durerà, non lo so».
I sondaggi indicano che l’iniziativa sulla neutralità verrà respinta.
«Sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stata una strada molto difficile. Ma anche se l’iniziativa dovesse essere respinta, questo confronto è stato molto importante. Per la prima volta torniamo a parlare del significato della neutralità svizzera nella prevenzione della guerra e nei buoni uffici per la comunità internazionale. Ma constato anche che, da quando questa votazione è nell’aria, le dichiarazioni contrarie alla neutralità da parte dell’Amministrazione federale e del DFAE sono scomparse. In precedenza, quasi ogni due settimane venivano fatte ingerenze inutili in conflitti altrui che non servivano a nulla ma ci danneggiavano, facendo sì che la Svizzera non fosse più percepita come neutrale. Spero che rimanga così. Ma temo che, non appena respinta l’iniziativa, si torni alla vecchia routine e la neutralità venga di nuovo erosa, a danno della Svizzera e della comunità internazionale».
Non si fida dell’attuale Consiglio federale?
«Non posso dirlo con certezza. Abbiamo visto troppi dietrofront. Il Consiglio federale nel suo insieme è favorevole ai trattati con l’UE. Se siamo così fortemente legati all’UE, non so se si avrà la forza di non seguire più le sanzioni che Bruxelles impone».
Ma come si può impedire che il nostro Paese venga utilizzato per aggirare le sanzioni?
«L’ho vissuto negli ultimi 50 anni: quando abbiamo mantenuto lo status quo, i flussi commerciali sono stati controllati rigidamente, e quando si è andati oltre si è intervenuti. Non è difficile da controllare».
Il punto più critico dell’iniziativa però è proprio quello delle sanzioni. Non era meglio proporre una formulazione più flessibile?
«Non lo so. A posteriori si può vedere la cosa in mille modi. Ma il problema, in questo momento, sono anche le misure coercitive non militari. Gli Stati Uniti conducono sempre più guerre usando solo le sanzioni economiche, senza sacrificare un solo soldato. Affamano interi popoli e sperano che il Paese crolli. Lo si vede con Cuba, con l’Iran e così via. E se partecipiamo a questo, siamo parte belligerante. Lo stiamo vivendo ora con l’Ucraina. La Russia ha detto fin dall’inizio che la Svizzera non è più neutrale e che per lei non è più un interlocutore valido. Non è più un luogo dove condurre grandi negoziati, non è più disponibile per i buoni uffici. È una cosa tragica».
