«Con i Bilaterali III, il rischio di un no dei Cantoni è più alto»

Cosa significa il voto di ieri per le relazioni tra la Svizzera e l’Europa? E quale impatto avrà sul dibattito in merito alla scelta del tipo di referendum per i cosiddetti «Bilaterali III»? Lo abbiamo chiesto al politologo Adrian Vatter, professore dell’Istituto di scienze politiche dell’Università di Berna.
Professor Vatter, cosa rappresenta l’esito scaturito dalle urne?
«Il risultato ha confermato la tendenza al no emersa già dagli ultimi sondaggi: si è registrata una bocciatura ancora più netta di quanto previsto a questa importantissima votazione, che va ad aggiungersi alla lunga serie di iniziative sull’immigrazione respinte. E trova ancora espressione una divisione netta della Svizzera. C’è stato il classico Röstigraben: nella Svizzera romanda la narrazione dell’UDC non ha preso piede».
Anche le città, più toccate dai problemi denunciati dai promotori (affitti elevati, infrastrutture di trasporto al limite), si sono dette contrarie all’iniziativa. L’UDC che cosa ha sbagliato?
«Sì, c’è un doppio divario. Non solo Svizzera romanda e Svizzera tedesca (Ticino incluso, ndr), ma anche Città-Campagna. Per quanto riguarda il voto, c’è una sorta di “correlazione negativa” nelle zone in cui c’è un’elevata immigrazione e dove c’è un’alta densità di stranieri. Qui l’iniziativa è stata respinta in modo molto più netto rispetto alle zone rurali, dove, per così dire, c’è meno Dichtestress (stress da densità di popolazione, ndr) e dove in parte c’è stato un consenso all’iniziativa molto elevato. Ciò dimostra che qui non si è votato solo su temi di realpolitik, ma anche su determinate narrazioni di ordine superiore. Non è solo una questione di contenuto, ma anche politico-ideologica: ovvero quale tipo di Svizzera si vuole? Si preferisce un Paese più isolato e con una forte identità legata alla natura, oppure si vuole una Svizzera aperta, dove quindi anche molte più persone dall’estero vogliono entrare? È questo il nocciolo della questione sottoposta in votazione».
Dal voto emerge però che l’immigrazione rimane un tema sensibile. Al netto dell’UDC, le altre forze politiche stanno un po’ ignorando questo fattore?
«È vero, la questione non va sottovalutata, così come il 45% di voti a favore dell’iniziativa. Ciò significa che questa insoddisfazione si estende fino al centro politico e che si voleva dare un segnale proprio in questo ambito. Anche in questo caso l’iniziativa svolge un’importante funzione di valvola di sfogo, come è tipico della democrazia diretta. Una grande minoranza ha votato sì a questa iniziativa proprio perché non è soddisfatta della politica degli altri partiti».
Con lo spoglio di questa domenica si lancia ufficialmente il dibattito sui Bilaterali III. Quale effetto avrà il voto?
«Già dalle prime reazioni provenienti dall’estero si nota che il voto è stato interpretato come un ulteriore passo verso lo sviluppo delle relazioni bilaterali e come un avvicinamento all’Unione europea».
L’iniziativa non ha trovato né la maggioranza del popolo, né quella dei Cantoni. Questo rimarrà un aspetto decisivo nell’ambito dei nuovi accordi?
«È una buona domanda, perché la situazione potrebbe invertirsi quando si andrà a votare sullo sviluppo degli accordi con l’UE. Questa domenica, chi era favorevole a un’apertura ha votato di no. Con i Bilaterali III succederà il contrario e in quel caso il rischio è decisamente più alto. In base a questa logica, la doppia maggioranza di popolo e Cantoni rappresenterebbe una sfida molto grande».
Dunque, l’elettorato è più portato a votare no che a mettere il sì sulla scheda di voto?
«Esattamente. Si capovolge la situazione, e lì il rischio è decisamente più alto che più Cantoni votino no».
Nel caso in cui si andasse verso una doppia maggioranza, quali sono i Cantoni che potrebbero essere decisivi da una parte o dall’altra?
«Se guardiamo alle votazioni sulla politica europea tra il 1972 e il 2022 sono cinque i Cantoni che potrebbero fare la differenza: Argovia, Soletta, San Gallo, Lucerna e i Grigioni. Potrebbero essere definiti “Swing Cantons” (dagli “Swing States” delle elezioni statunitensi, ndr) e sono quelli che di fatto determinano l’esito della maggioranza dei Cantoni in votazioni serrate sulla politica europea (negli altri Cantoni i risultati sono invece più chiari). Il Ticino, nella media pluriennale, registra la percentuale di approvazione più bassa di tutti i Cantoni per quanto riguarda le proposte di politica europea».
