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Crans, il Ticino e poi Trump: l’anno complicato di Parmelin

Il presidente della Confederazione si è raccontato al festival Endorfine – «Il rogo di Capodanno? Uno dei momenti più difficili: è stato drammatico, anche personalmente» – Spazio anche ad aneddoti e a qualche critica al Consiglio di Stato: «Dà un’immagine negativa del Cantone»
©PABLO GIANINAZZI
Luca Faranda
11.09.2026 23:16

Per quanto tempo Guy Parmelin sarà a Berna? «È una domanda che ogni consigliere federale si pone continuamente. Quando sarà il momento lo comunicherò. Ma questa sera, non ho niente da comunicare». Il presidente della Confederazione, ospite al festival Endorfine questa sera, ha voluto metterla sul ridere, alternando aneddoti divertenti a momenti più profondi. E non ha risparmiato qualche critica al Consiglio di Stato ticinese.

Parmelin, nel corso dell’incontro moderato dal giornalista Sacha Dalcol, ha anche ripercorso i momenti più difficili vissuti nell’Esecutivo: la pandemia, la guerra, i dazi di Donald Trump e soprattutto il dramma di Crans-Montana al primo giorno del suo anno presidenziale. Sul palco del Palazzo dei Congressi, però, tutto è partito da un cappellino ormai diventato un simbolo: «Switzerland Great Since 1291», indossato dal vodese ai recenti campionati del mondo di calcio. «Gli Stati Uniti festeggiavano i 250 anni dalla firma della dichiarazione d’indipendenza. Volevo mostrare che comunque eravamo migliori», ha scherzato Parmelin, pur sottolineando di non voler provocare direttamente Trump. Eppure, ha ammesso il vodese, «anche alcuni membri dell’entourage di Trump me ne hanno chiesto uno. Forse qualcuno glielo vuole offrire».

«We have a deal»

Per il «ministro» dell’Economia, la stangata del 31 luglio 2025 con i dazi al 39% è stata uno shock. «La parte più difficile? Aspettare il segnale che il presidente statunitense fosse d’accordo con quello che il suo delegato al commercio aveva negoziato con noi. Fino a quando non ha detto “We have a deal with Switzerland”, è stata lunga», ha ricordato. «Ma su quello che ci siamo detti all’incontro a gennaio, a telecamere spente, non dirò nulla», ha detto ancora scherzosamente Parmelin.

Tanti i temi affrontati dal vodese: dalla sua prima presidenza del 2021, in piena pandemia, alla siccità e al clima. «Il cambiamento climatico è evidente. Vent’anni fa, non potevamo produrre il merlot nella nostra regione. Ora anche noi nel canton Vaud lo produciamo. È una concorrenza amichevole», ha commentato divertito Parmelin, soffermandosi anche sui rapporti tra Berna e il Ticino.

A suo avviso, il Consiglio di Stato con il blocco dei ristorni ha sbagliato. «Siamo delusi da questo modo di agire. Dà un’immagine negativa del Cantone», ha criticato Parmelin, invitando anche il Ticino (o meglio, il governo ticinese) a far sentire la propria voce nelle sedi opportune (come la Conferenza dei governi cantonali per quanto riguarda la perequazione finanziaria). «Non posso dire che il Ticino sia discriminato», ha continuato. «Il ruolo del Consiglio federale è di ricordare che ci sono delle regole. E che forse anche i Cantoni stessi devono fare prova di introspezione», si è lasciato sfuggire il presidente della Confederazione.

Mantenere il sangue freddo

Poi, spazio anche per l’argomento più difficile: la tragedia di Crans-Montana. «È stato un momento drammatico, anche personalmente», ha detto in tono sommesso Parmelin, che ha poi ripercorso quegli istanti. «Ero in vacanza a Villars-sur-Ollon e alle 6.30 di mattina ho ricevuto la prima chiamata. Quando sono arrivato sul posto mi sono reso conto della gravità del dramma». E sulle critiche dall’Italia? «Bisogna saper mantenere il sangue freddo. Non bisogna arrabbiarsi. Non serve a niente», ricordando però che i segnali da parte del governo italiano erano forse più una leva di politica interna.

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