Crans-Montana, dopo la tragedia: il percorso del dolore (e della vita)

Le settimane passano, velocemente. Ma quello che è successo la notte di Capodanno a Crans-Montana non viene dimenticato. La tragedia avvenuta nel bar Constellation ha lasciato segni indelebili. C'è chi, colpito in prima persona, continua a portare sul proprio corpo le ferite di quella maledetta notte. Qualcun altro, invece, quelle ferite le porta nell'animo. E altri, ancora, pur non essendo rimasti coinvolti in prima persona, sono stati in qualche modo toccati dal dramma, tanto da non riuscire a togliersi dalla testa quanto accaduto.
Quella di Crans-Montana è stata una tragedia collettiva, non confinata al solo Vallese e, tantomeno, alla sola Svizzera. Una strage che ha lasciato profonde cicatrici alle famiglie delle vittime e ai sopravvissuti, e che ha scosso, terribilmente, anche il resto della popolazione. Questo perché, come ci spiega Maria Chiara Ferrazzo Arcidiacono, responsabile del servizio di psicologia clinica e psicoterapia dell’OSC, «una tragedia collettiva espone tutti, in misura diversa, alla fragilità dell'esistenza umana e al senso di precarietà che, normalmente, rimane sullo sfondo della vita quotidiana».
Quanto successo a Crans-Montana ha creato un prima e un dopo nella vita di molte persone. E come sottolinea l'esperta, convivere con una tragedia non significa dimenticare o tornare, semplicemente, alla condizione precedente. «Un evento traumatico lascia tracce nella memoria emotiva e corporea della persona e può riattivarsi anche in modo involontario, attraverso immagini, pensieri o sensazioni che emergono senza essere cercati». Per questo motivo, in psicologia si parla più correttamente di «integrazione dell'esperienza traumatica» e non di «accettazione o di superamento». «Integrare significa riuscire, nel tempo, a collocare quanto accaduto all'interno della propria storia personale, senza che questo continui a occupare tutto lo spazio psichico e a essere onnipresente nella vita quotidiana».
Emozioni intense, reazioni diverse
Riprendere in mano la propria vita, dopo una tragedia, è un aspetto che cambia da persona a persona. «Le reazioni sono molto diverse e dipendono dal grado di coinvolgimento, dalla storia personale, dalle esperienze precedenti, dalle risorse emotive e dalla propria resilienza», evidenzia l'esperta. Alcune persone sentono il bisogno di riprendere rapidamente le proprie abitudini «per ristabilire un senso di normalità e controllo». Altre, invece, sviluppano paura o evitamento anche senza essere state coinvolte direttamente. Per fare un esempio, dopo la tragedia di Crans-Montana, alcuni giovani, sui social, hanno rivelato di non riuscire a tornare in discoteca o in un locale per festeggiare. «Questo succede perché l'evento attiva un processo di identificazione emotiva». In questi casi può capitare di pensare: «Una tragedia simile sarebbe potuta succedere anche a me».
«È importante riconoscere che queste reazioni sono, entro certi limiti, fisiologiche», avverte Ferrazzo Arcidiacono. «Dopo un evento straordinario, è normale vivere emozioni intense o sentirsi temporaneamente più vulnerabili». Ma ristabilire una quotidianità, anche se diversa, è possibile. «Ciò che favorisce il ritorno a una nuova quotidianità è la possibilità di mantenere alcune routine, preservare le relazioni significative, dare spazio alle emozioni senza giudicarle e accettare che il tempo dell'elaborazione non sia lineare». In questo percorso, il sostegno sociale e, quando necessario, quello professionale, rappresentano fattori protettivi fondamentali.
Verso la guarigione
Il processo di guarigione, neanche a dirlo, è diverso a seconda del grado di coinvolgimento. Da un lato, ci sono i feriti che dovranno convivere con quanto accaduto, portandone i segni sulla pelle per sempre, affrontando non solo traumi emotivi, ma anche numerose operazioni. Dall'altro lato, ci sono i familiari delle vittime e delle persone coinvolte: persone per le quali tutto è cambiato, nel giro di una notte. E poi, ancora, ci sono coloro che per vicinanza geografica, di età, o semplicemente emotiva, sono stati toccati dalla tragedia, anche se in modo diverso.
«Il processo di guarigione dopo una tragedia di questo tipo è complesso: riguarda soprattutto il recupero progressivo di un senso di sicurezza e interna e di continuità della propria identità», chiarisce l'esperta. «Non si tratta solo di «stare meglio», ma di riuscire a riacquisire fiducia in sé stessi, negli altri e nella prevedibilità del mondo, elementi che il trauma tende a incrinare».
Come abbiamo detto in precedenza, esistono livelli diversi di coinvolgimento nella tragedia. «I feriti devono spesso affrontare contemporaneamente la dimensione fisica e quella psicologica del trauma, con tempi di recupero lunghi, dolorosi e con la necessità di confrontarsi con cambiamenti concreti nella propria vita quotidiana». Discorso diverso per i familiari delle vittime che «affrontano invece un processo di lutto profondo, caratterizzato dalla necessità di dare un nuovo significato alla propria esistenza in assenza della persona perduta». Un trauma complesso che richiede tempi lunghi (talvolta infiniti) di elaborazione. Infine, le persone indirettamente coinvolte possono vivere «reazioni emotive intense legate all’empatia, alla vicinanza anagrafica o geografica, o all’esposizione mediatica ripetuta all’evento».
Eppure, nonostante queste importanti differenze, si osservano spesso alcune tappe comuni. «Una fase iniziale di shock e incredulità lascia progressivamente spazio a un confronto più realistico con quanto accaduto. Successivamente emerge una fase di ricerca di senso, in cui la persona prova a comprendere come andare avanti nonostante la perdita, la paura, l’angoscia, l’abisso in cui ci si trova catapultati». È solo in un secondo momento e solitamente dopo anni, puntualizza l'esperta, che diventa possibile riattivare progettualità, relazioni e desideri. «L’ultima fase è quella dell’integrazione, in cui l’esperienza dolorosa rimane parte della storia personale, ma non ne rappresenta più l’unico centro».
È importante, però, sottolineare che questo processo teorico non è lineare e può non succedere per tutte le persone e le famiglie coinvolte. «Momenti di apparente miglioramento possono alternarsi a ricadute emotive, soprattutto in occasione di anniversari o situazioni che ricordano l’evento o anche a dipendenza di fattori precedentemente citati».
I sensi di colpa
C'è, tuttavia, un altro aspetto importante da affrontare quando si parla di ritorno alla normalità dopo una tragedia: quello legato ai sensi di colpa. «È una delle reazioni più frequenti dopo eventi traumatici, perché la mente umana tende naturalmente a cercare spiegazioni e connessioni causali, anche quando l'evento è casuale e imprevedibile», spiega Ferrazzo Arcidiacono. Nei sopravvissuti questo può tradursi nella cosiddetta «colpa del sopravvissuto», con pensieri come «perché io sì e altri no?» o «se avessi fatto qualcosa di diverso forse sarebbe cambiato qualcosa?». «Questi pensieri rappresentano spesso un tentativo di recuperare una sensazione di controllo di fronte all’assurdità dell’accaduto».
Ma non solo. Anche le persone non direttamente coinvolte possono sperimentare forme di colpa più sottili, legate al sentirsi autorizzati a stare bene o a riprendere una vita normale mentre altri soffrono. «In questi casi può emergere la convinzione, spesso inconsapevole, che il proprio benessere sia irrispettoso nei confronti delle vittime. Questo può portare a limitare la propria vita sociale o a evitare luoghi e situazioni associati alla tragedia».
Di più, come osserva la nostra interlocutrice, è importante ricordare che il dolore non è misurabile né confrontabile. «Non esistono sofferenze più legittime di altre, il dolore non si spiega, si attraversa. Riconoscere questi pensieri come parte del processo di elaborazione permette di non rimanerne intrappolati». Nella maggior parte dei casi, tali vissuti tendono a ridursi spontaneamente. Ma non sempre succede. «Quando invece diventano persistenti e impediscono di riprendere la propria vita, un accompagnamento psicoterapeutico può aiutare a rielaborarli».
La distanza dal trauma
Come abbiamo detto, il tempo scorre, velocemente. Ma con il passare dei giorni, non tutto svanisce. Il tempo necessario per ricominciare con la propria vita, senza aver paura che elementi della tragedia si ripresentino nella quotidianità, varia molto, da persona a persona. «Dopo un evento traumatico, il sistema di allarme interno rimane temporaneamente più attivo: è un meccanismo di protezione che porta a essere più vigili e sensibili ai possibili pericoli», osserva l'esperta. Per questo motivo è normale che alcuni stimoli – come il fuoco, i luoghi affollati o situazioni simili a quelle dell'evento – possano suscitare, inizialmente, paura o disagio.
«Il recupero avviene generalmente attraverso un ritorno graduale alla quotidianità. Riprendere le proprie attività, senza forzarsi, ridurre le condotte di evitamento prolungato, consente al cervello di apprendere nuovamente che la maggior parte delle situazioni è sicura». In tal senso, le routine quotidiane, il lavoro, la scuola e le relazioni sociali svolgono una funzione regolatrice «molto importante».
Non sempre, però, si guarisce con facilità. «Quando la paura rimane intensa, porta a restringere progressivamente la propria vita o non mostra miglioramenti dopo alcune settimane, può essere utile rivolgersi a un professionista. In particolare, se i sintomi persistono oltre due o tre mesi e interferiscono con il sonno, la concentrazione o la vita sociale, è opportuno considerare un sostegno specialistico».
Vivere, anche se con il dolore
Quello che è successo a Crans-Montana, lo abbiamo detto, lascia cicatrici profonde. E, proprio per questo, è importante ricordare che «il dolore non può essere cancellato, perché rappresenta una risposta umana a una perdita o a un'esperienza profondamente destabilizzante». Questo accade perché, ancora una volta, «il dolore non si cancella, ma si attraversa». A tal proposito, l'obiettivo del processo psicologico non è eliminare il ricordo, ma trasformare il rapporto che si ha con esso. «Con il tempo, ciò che inizialmente è vissuto come un’esperienza totalizzante può diventare una parte della propria storia, senza definire interamente l’identità della persona», chiarisce Ferrazzo Arcidiacono.
Si tratta di un processo simile a quello del lutto. «La letteratura mostra che il dolore acuto del lutto tende generalmente ad attenuarsi nell’arco di 12-24 mesi, con una graduale ripresa delle attività e della capacità di provare emozioni positive. In alcune situazioni il processo può essere più lungo e, in alcuni casi, il lutto può diventare persistente e richiedere un intervento clinico».
L'esperta, però, ricorda come sia fondamentale evitare l'isolamento. «La possibilità di raccontare l'esperienza, di essere ascoltati senza giudizio e di sentirsi riconosciuti nel proprio dolore permette di evitare che le memorie traumatiche si fissino in modo rigido e attivino comportamenti disfunzionali». Per questo tipo di traumi esistono, infatti, tecniche specifiche come l'EDMR. «Superare un trauma non significa dimenticare, ma arrivare a un punto in cui la persona può nuovamente investire nel presente e nel futuro, mantenendo il legame con ciò che è stato senza esserne prigioniera». Chiedere aiuto, in questo percorso, è quindi «un atto di responsabilità». Verso sé stessi e verso la propria vita.
