Crans-Montana, parla la madre di Trystan: «Da Parmelin una lettera fotocopiata e totalmente impersonale»

Il comune di Crans-Montana, il responsbile della sicurezza, i coniugi Moretti. Vinciane Stucky, madre di Trystan, una delle 41 vittime dell'incendio del Constellation, intervistata dal Blick non ha usato giri di parole. Tutte le persone responsabili del dramma, a suo dire, «devono pagare una pena esemplare». E ancora: «Noi vogliamo giustizia, vogliamo verità. E non molleremo».
Distrutta dal dolore, il volto rigato dalle lacrime, Vinciane ha ripercorso i momenti, terribili, successivi all'incendio. Quando, per intenderci, non aveva idea se suo figlio fosse vivo o se avesse perso la vita. «Più i giorni passavano – spiega – e più, non ricevendo notizie, speravo che Trystan fosse vivo. Ci attaccavamo alla hotline, era come il filo della vita. Era tutto ciò che ci teneva in piedi. Sapevo che, se avessi perso Trystan, sarei morta anche io».
Il personale dell'hotline, spiega la madre, «non sempre ma spesso aveva un atteggiamento arrogante quando chiamavamo». E ancora: «Io dicevo che cercavo mio figlio Trystan, loro mi rispondevano che tutti erano nella nostra situazione e che avrebbero richiamato. Ma voi, onestamente, avreste la forza di aspettare che il telefono squilli».
Vinciane voleva sapere. A maggior ragione perché, da un primo aggiornamento, aveva saputo che suo figlio aveva riportato gravi ustioni. «Volevo sapere se fosse ricoverato in ospedale. Per tre giorni, io e mio marito siamo rimasti così. In attesa». Quindi, purtroppo, la conferma. «Eravamo a Lutry – ricorda l'intervistata – e in chiesa si stava tenendo un momento di raccoglimento. Squilla il telefono: era la Polizia cantonale vallesana». Dopo quelle parole, «un buco». Vinciane non ricorda nulla, se non di aver urlato in chiesa. «Temevo che volessero passarmi Trystan per un ultimo saluto. Per questo, ho chiesto di poter parlare con lui. Ma mi è stato detto di no». Una volta riattaccato, all'esterno della chiesa sono arrivati gli agenti di polizia per prelevare Vinciane. «Cammin facendo, mi hanno informato. Io, però, non volevo ascoltare. Mi dicevo che se non avessi ascoltato, sarei rimasta nel dubbio. E il dubbio, vista la situazione, mi andava bene». La Polizia, infine, è riuscita a farsi ascoltare: «Mi hanno detto che Trystan era morto. Non ci credevo, mi sembrava impossibile. Ho chiesto di vederlo, a quel punto, ma aveva ustioni in tutto il corpo. Ho dovuto aspettare quattro giorni. Quando ho potuto salutarlo, era davvero lui. I capelli, le sopracciglia, il viso. Era lui».
Vinciane ha ricevuto l'aiuto e il sostegno della comunità, a cominciare dai compagni di scuola di Trystan che «hanno portato cibo e bevande e sono rimasti tutto il tempo nella sua stanza». Lei, la madre, era devastata. Lo è ancora. «Mi dicevo: voglio morire, ma prima devo e voglio sotterrare mio figlio». L'aiuto ricevuto da amici, parenti e compagni di scuola ha cozzato, e non poco, con la freddezza mostrata dalle autorità. Ancora Vinciane: «Abbiamo ricevuto una lettera, con la firma di Guy Parmelin. Una lettera fotocopiata 41 volte, totalmente impersonale: non è nemmeno menzionato il nome di Trystan».
Quanto agli aiuti, «ci hanno detto che arriveranno questi famosi 10 mila franchi e noi li stiamo aspettando, ma per il momento non è arrivato nulla. Credo, in generale, che stiano facendo di tutto per non far esplodere il caso, è una cosa molto svizzera: mostrare l'immagine perfetta, la vernice e non ciò che c'è sotto, ovvero la corruzione, le mazzette, il fatto che i soldi abbiano avuto la meglio sulla sicurezza dei giovani, di questi giovani». Di più, secondo Vinciane «se davvero tocca alle autorità vallesane giudicare quanto successo, non ci sarà alcuna giustizia». E questo perché «sono tutti amici, tutti conoscono tutti, è un cantone piccolo e le persone sono come fratelli e sorelle». Di qui l'amara constatazione: «Non ho più fiducia nella Svizzera, anzi: ho paura dela Svizzera. Ma io voglio andare fino in fondo, anche a costo di farmi giustizia da sola».
