La testimonianza

Crans-Montana, parla Mélanie: «Sono la donna che si è lanciata dalla ringhiera, da quel giorno non vivo più»

Ricoverata prima a Zurigo e poi a Nantes, in Francia, la cittadina francese ha scritto una lettera aperta su Facebook: «La mia pelle porterà per sempre il ricordo di quella notte»
Red. Online
09.02.2026 18:15

«Sono Mélanie, vittima della tragedia del 1. gennaio a Crans-Montana. Sono una donna di cui a volte si parla senza menzionare il suo nome. La donna che si è lanciata dalla ringhiera, non per coraggio, ma perché in quel momento il fuoco era più forte della sua paura». A parlare, via Facebook, è appunto Mélanie, cittadina francese ma residente in Vallese. La donna, oggi, è ancora ricoverata in ospedale a causa delle ustioni rimediate. Ha deciso di raccontare quanto le è accaduto. Tramite una lettera aperta.

«Restare avrebbe significato morire» scrive. «Ho saltato per salvarmi la vita. Da quel giorno, non vivo più. Sopravvivo. Il mio corpo è ustionato per quasi il 40%. Il mio corpo è diventato un campo di battaglia. Ogni medicazione, ogni due giorni, è una prova. Ogni cura ravviva il dolore. Il dolore non scompare mai veramente. Si insedia. Ti consuma. Ti invade».

Parole dure, se non durissime. Parole che rendono, perfettamente, che cosa sta vivendo Mélanie. «Ma oltre al corpo c'è qualcos'altro» prosegue la donna. «Il mio viso non sarà più lo stesso. Quello che riconoscevo allo specchio non esiste più. Quello che nemmeno mia figlia conosceva. È una perdita intima, silenziosa, impossibile da spiegare a chi non la vive. Sono stata presa in carico dal punto di vista medico a Zurigo, poi trasferita a Nantes, dove oggi ricevo la maggior parte delle cure. Lontano da casa mia. Lontano dalla mia vita. E soprattutto lontano da mia figlia, che non posso abbracciare quando il dolore diventa insopportabile».

«Bisogna capire una cosa» ribadisce Mélanie. Non sta guarendo, dice. «Mi sto trasformando mio malgrado. Il mio corpo non tornerà mai più come prima. Il mio viso non tornerà mai più come prima. La mia pelle porterà per sempre il ricordo di quella notte. E anche la mia mente. Mentre subisco interventi pesanti, mentre imparo di nuovo a convivere con un corpo profondamente danneggiato, altri continuano a vivere normalmente. Senza ustioni. Senza cicatrici. Senza notti tormentate».

E ancora: «Dov'è la giustizia quando la vittima porta per tutta la vita i segni visibili e invisibili, e le responsabilità rimangono vaghe, silenziose, diluite? Dov'è la giustizia quando si parla di un dramma, ma si distoglie lo sguardo dalle sue conseguenze umane? Dov'è la giustizia quando si chiede a una donna ustionata di ricostruirsi la vita mentre il mondo continua come se nulla fosse? La mia vita non sarà più la stessa. Il mio corpo non sarà mai più integro. Il mio viso non sarà mai più quello di prima. Lo porterò con me per tutta la vita. Non scrivo per vendetta. Scrivo perché il silenzio è una seconda bruciatura. Perché dimenticare è insopportabile quando si vive con cicatrici permanenti. Perché sopravvivere non dovrebbe mai significare tacere. Scrivo affinché si capisca che dietro ogni fatto di cronaca ci sono corpi mutilati, identità sconvolte, madri separate dai propri figli. Scrivo affinché finalmente si senta la voce di coloro che pagano il prezzo più alto».

«Sono Mélanie» conclude la vittima. «Sono viva. Ma ora vivo in un corpo e con un volto che non saranno mai più gli stessi. E finché questa realtà non sarà pienamente riconosciuta, il mio dolore non sarà solo fisico. Rimarrà profondamente umano».

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