Dazi, Berna cerca «sconti» per l’industria siderurgica

Il Parlamento Europeo potrebbe lanciare un salvagente all’industria siderurgica della Svizzera: un’esenzione, o perlomeno un trattamento di favore, rispetto ai nuovi dazi sull’acciaio importato che l’Unione applicherà dal prossimo 1° luglio. Nelle prossime settimane, l’Aula di Strasburgo dovrà infatti dire la sua sulle misure che - svelate a inizio ottobre dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen - hanno l’obiettivo di difendere le aziende siderurgiche dei 27 Stati membri dell’UE di fronte alla concorrenza sleale internazionale. La segretaria di Stato per l’Economia (SECO) Helene Budliger Artieda e il segretario di Stato per gli affari esteri (DFAE) Alexandre Fasel si sono recati in missione a Bruxelles, mercoledì, accompagnati dai consiglieri nazionali Elisabeth Schneider-Schneiter (Centro/BL) e Nik Gugger (PEV/ZH), per incontrare otto eurodeputati di diversa nazionalità ed estrazione politica, a vario titolo coinvolti nel dossier. Tra di loro, anche il tedesco Andreas Schwab e l’italiano Brando Benifei, i quali hanno confermato al Corriere del Ticino che lavori parlamentari sono in corso nel tentativo di concedere degli “sconti” alle importazioni elvetiche. La proposta di regolamento - che prima di diventare definitiva dovrà essere approvata dai governi riuniti nel Consiglio e, appunto, dall’Europarlamento - dimezza il quantitativo di importazioni di acciaio extra-UE che possono entrare nel mercato unico senza pagare dazi. In base al provvedimento, che ha già ottenuto un primo via libera da parte degli Stati, la franchigia viene limitata a 18,3 milioni di tonnellate all’anno (-47% rispetto ai 30,5 milioni registrati nel 2024), mentre l’aliquota di dazi sulle eccedenze viene raddoppiata, passando dall’attuale 25% al 50%; un livello analogo a quello imposto dagli Stati Uniti di Donald Trump. Al pari di Washington, la stretta di Bruxelles ha un obiettivo preciso: la Cina e i suoi maxi-volumi siderurgici a basso costo. Secondo i dati dell’associazione di settore World Steel, nel 2024 il gigante asiatico ha prodotto da solo oltre 1.000 milioni di tonnellate di acciaio, più della metà del totale mondiale, staccando nettamente India (al secondo posto con 149 milioni), Giappone (84), USA (79) e Russia (71). Il proposito, ha affermato l’esecutivo dell’UE, è combattere «le sovraccapacità globali spesso alimentate da politiche e pratiche non di mercato». Ma in questa fase non vengono fatte eccezioni per le aziende di Stati partner e vicini come la Svizzera o il Regno Unito. Gli unici a ottenere da subito delle concessioni sono i Paesi dello Spazio Economico Europeo (SEE), quindi Norvegia, Islanda e Liechtenstein, che non saranno soggetti né a dazi doganali né a contingenti tariffari. «Una simile differenziazione è giustificata alla luce del loro livello di integrazione particolarmente stretto con il nostro mercato interno, che non ha equivalenti», aveva precisato in autunno un alto funzionario dell’UE. Per la Confederazione, invece, varranno le regole che si applicano agli altri partner globali. Eppure, i rapporti tra Bruxelles e Berna sono piuttosto approfonditi, è emerso nel corso degli scambi a porte chiuse. Lo dimostrano la conclusione del pacchetto UE-Svizzera, oltre che i pagamenti elvetici per la coesione.
Schwab, che presiede la delegazione per le relazioni con la Svizzera e i Paesi del SEE, è cofirmatario, insieme alla collega croata Željana Zovko, di un emendamento che punta ad allargare il campo di applicazione delle esenzioni, includendovi la Confederazione (altri parlamentari propongono un trattamento analogo per l’Ucraina). «Non c’è alcuna ragione di separare la Svizzera dagli altri membri dell’Associazione Europea di Libero Scambio (AELS), soprattutto perché non stiamo parlando di grandi quantità o di prezzi bassi, ma semmai di acciaio verde e d’eccellenza», dice Schwab. Benifei si mostra ottimista: «Penso si possa trovare un accordo che riconosca il valore aggiunto delle produzioni di acciaio svizzero di qualità, che certamente non presentano rischio di “dumping” e che, anzi, rafforzano settori strategici per gli interessi dell’UE, come nel campo della difesa, dell’innovazione tecnologica e dell’energia sostenibile». Secondo quanto si apprende, sarebbe la Commissione Europea a mostrarsi piuttosto intransigente sulle deroghe. Il piano B potrebbe passare, allora, dalla fissazione di cosiddetti contingenti tariffari, cioè quote, perlopiù fissate sulla base dei volumi storici di importazione, soggette a dazi zero o ridotti. Il negoziato è in corso: «Se e in che maniera le misure dell’UE sull’acciaio limiteranno effettivamente le esportazioni svizzere dipenderà dalla configurazione finale e dalla loro attuazione», chiarisce la portavoce del SECO Françoise Tschanz, che pure ricorda come la stretta dell’UE «non è rivolta in modo specifico contro la Svizzera». Tra il 2022 e il 2024, la Confederazione ha esportato nell’UE circa 607 mila tonnellate all’anno di acciaio, per un valore medio di circa 963 milioni di euro annui (circa 897,5 milioni di franchi svizzeri).