«Difesa, il solo risparmio non basta: serve un compromesso svizzero»

Costituita nel 2021 da esponenti politici e della società civile di area borghese, l’Alleanza Sicurezza Svizzera è un gruppo di pressione che segue da vicino i dossier del finanziamento dell’esercito e della sicurezza in generale, compresa la lotta all’estremismo violento. Abbiamo intervistato il presidente, il consigliere nazionale del Centro (BE) Reto Nause.

Il Consiglio federale si appresta a presentare al Parlamento il messaggio sull’aumento dell’IVA di 0,5 punti a favore dell’esercito. Quali sono, secondo lei, le prospettive?
«Per la prima volta da decenni, il Consiglio federale ha riconosciuto che, oltre ai fondi già stanziati, per garantire la capacità di difesa sono necessari almeno 30 miliardi. Su questo punto vi è unanimità all’interno del fronte borghese in Parlamento. Sebbene il fabbisogno sia indiscusso, le opinioni sul finanziamento divergono: il solo risparmio non sarà sufficiente; d’altra parte, una soluzione che si basa esclusivamente su un aumento delle entrate non trova il sostegno della maggioranza. Sarà necessario un compromesso svizzero per un mix di misure».
Cosa comporterebbe un fallimento?
«Sarebbe una situazione estremamente grave. Oggi, ad esempio, non siamo nemmeno in grado di proteggere il 10% del nostro spazio aereo dai droni e dalle minacce balistiche. Senza risorse finanziarie aggiuntive, questa situazione persisterebbe ben oltre gli anni 2030. E questo in un contesto in cui il nostro Paese è già oggi regolarmente oggetto di ricognizione da parte di droni nemici. Spetta al Parlamento assumersi la responsabilità in questo ambito e proteggere il nostro Paese e i suoi circa 9 milioni di abitanti».
A giugno avete chiesto al Governo un ulteriore pacchetto di risparmio di almeno un miliardo di franchi e un aumento una tantum dell’IVA a favore dell’Esercito e della 13. AVS. Non è forse già troppo tardi, visto che a novembre si voterà sull’IVA per l’AVS?
«Certo! Ma proprio perché sappiamo di aver iniziato il riarmo con quasi un decennio di ritardo, dobbiamo agire subito e con ancora più determinazione».
In ogni caso, perché un aumento unico dell’IVA per l’AVS e per l’esercito dovrebbe funzionare e un aumento separato no?
«L’arte della politica consiste nel trovare maggioranze: con una soluzione combinata avremmo probabilmente potuto coinvolgere anche la sinistra. Quest’ultima continua a rifiutare categoricamente un aumento dei fondi destinati esclusivamente alla difesa. Dobbiamo capire che raggiungeremo l’obiettivo solo se ragioniamo in modo globale e non solo seguendo la linea di partito».
Per quanto riguarda i risparmi destinati a finanziare l’esercito, il Parlamento non ha già perso un’occasione l’anno scorso? Il Consiglio federale aveva fatto la sua parte.
«Si, è vero. È quindi ancora più importante agire ora. Bisogna considerare che due terzi della spesa federale sono vincolati a scopi specifici, ad esempio per rendite, trasferimenti ai Cantoni, ecc. Nella parte non vincolata, il pacchetto di alleggerimento prevede tagli fino al dieci per cento. Poiché però la sicurezza rientra proprio tra le spese non vincolate, queste misure di risparmio si applicano anche in questo ambito. Ma questi risparmi da soli non saranno sufficienti per raggiungere l’obiettivo».
«La tragedia borghese sta diventando imbarazzante», aveva scritto tempo fa la NZZ, vista l’incapacità dell’UDC, del PLR e del Centro di trovare un accordo. Non c’è forse una mancanza di coraggio politico?
«Concordo con l’analisi della NZZ. Se l’UDC mantiene la sua posizione intransigente, falliremo. Ribadisco: ora più che mai è importante pensare in modo globale. Ciò di cui abbiamo bisogno ora è una coesione delle forze borghesi. Non si tratta di coraggio, ma di responsabilità. Parliamo della sicurezza del nostro Paese e di proteggere la popolazione. Questo è pur sempre un principio fondamentale tipicamente elvetico. Dimenticarlo, proprio nell’attuale situazione mondiale, sarebbe un errore imperdonabile».
Parlate di un fondo iniziale per l’esercito di 10 miliardi, da finanziare anche con gli utili della BNS. A condizione che la BNS riesca a realizzare utili ricorrenti, non si tratterebbe di risorse sottratte ad altri compiti?
«La sicurezza ha il suo prezzo: per decenni abbiamo goduto dei benefici della pace – con spese nei settori più disparati. Ora, però, dobbiamo ridefinire le nostre priorità. La lotta per la ridistribuzione è iniziata. Lo sottolineo ancora una volta: qui non si tratta di progetti di lusso sconsiderati o di iniziative dettate da motivi politici. Si tratta della sicurezza dei nostri nove milioni di abitanti».
Ritiene davvero possibile destinare maggiori risorse alla difesa senza intaccare in qualche modo il freno all’indebitamento?
«È una questione di tempistica, di quando raggiungeremo la nostra capacità di difesa: se si ha la sensazione di poter aspettare ancora dieci anni o più, allora non è necessario indebitarsi ulteriormente. Io però non ho questa sensazione: il tempo stringe. Non credo che le future generazioni trarrebbero un vantaggio se consegnassimo la Svizzera senza debiti al signor Putin».
Come valutate le nuove linee guida dell’esercito che prevedono di destinare l’80% degli investimenti per la difesa alle minacce più probabili (droni, cyber, difesa aerea) e solo il 20% a settori come carri armati e artiglieria?
«La strategia dell’esercito è assolutamente corretta. L’Alleanza Sicurezza Svizzera sostiene questa definizione delle priorità da parte del ministro della difesa e sosterrà con coerenza questa linea d’azione. Finalmente le priorità sono state aggiornate e sono stati apportati gli adeguamenti urgenti e necessari all’orientamento strategico. Come Alleanza, lo chiediamo da anni».
Con queste linee guida il Parlamento può ancora nascondersi dietro il pretesto della mancanza di priorità?
«No, non può più farlo. Le basi ci sono, sono solide e il tempo stringe. Su questa questione si vedrà chi ha davvero a cuore la sicurezza della Svizzera e chi è disposto, a favore della nostra sicurezza, a prendere decisioni orientate alle soluzioni e magari a discostarsi, su uno o l’altro punto, dalla linea di partito».
Perché «Alleanza Sicurezza Svizzera» non prende posizione sull’iniziativa sulla neutralità?
«L’Alleanza per la Sicurezza non ha preso posizione sull’iniziativa sulla neutralità, poiché ritiene che tale iniziativa non sia nell’interesse della sicurezza del nostro Paese. Personalmente sono chiaramente contrario a questa iniziativa. Essa rende impossibile qualsiasi collaborazione con Stati amici e partner. Più concretamente: rappresenta un grave rischio per la sicurezza della Svizzera. Permettetemi di fare un esempio: per proteggere il nostro Paese abbiamo bisogno di accedere alle immagini della situazione aerea fornite dagli europei o dalla NATO. Se non disponiamo di tale accesso, ci accorgeremo di un attacco aereo solo quando i missili saranno già arrivati a Chiasso. E a quel punto sarà un po’ troppo tardi per reagire! Non è d’accordo?»
Perché sostenete la revisione della legge sul materiale bellico, su cui si voterà a novembre?
«In Svizzera dobbiamo essere in grado di produrre autonomamente i principali equipaggiamenti militari. Ciò vale la pena solo se queste aziende possono anche esportare. Inoltre, stiamo sperimentando sulla nostra pelle cosa significa non poter esportare armi: non si riesce più ad acquisire commesse oppure si viene classificati come ventesima priorità, come nel caso dei sistemi Patriot. È quindi in gioco la sopravvivenza di un intero settore e di innumerevoli aziende fornitrici. Stiamo parlando di circa 160 mila posti di lavoro. Ma, cosa ancora più importante, è in gioco la questione della sicurezza. Senza una legislazione moderna, la Svizzera dipende da fornitori stranieri e abbiamo sperimentato bene, ad esempio durante la pandemia a cosa ciò possa portare. Non possiamo farcela da soli, ma non possiamo nemmeno dipendere esclusivamente dagli altri».
A giugno il Consiglio nazionale ha approvato la nuova legge sulle attività informative che assegna al SIC maggiori strumenti per combattere l’estremismo violento. Gli Stati si pronunceranno il mese prossimo. Il SIC potrà anche disporre di informazioni sulle attività politiche dei singoli individui. È davvero necessario?
«La Svizzera – o meglio, la politica svizzera – soffre ancora oggi delle conseguenze dello scandalo dei «Fichen» (delle schedature) degli anni ’80, quando la Confederazione aveva creato schede su centinaia di migliaia di cittadini e organizzazioni. In effetti, non si deve più arrivare a tali estremi. Ma lo scandalo ha portato ad uno squilibrio normativo verso l’altro estremo. Per questo motivo, sì, abbiamo urgente bisogno di una revisione della legge, affinché si possa trovare un giusto equilibrio. Non stiamo parlando di cittadini irreprensibili ma di estremismo violento. Nei miei 16 anni come capodicastero sicurezza a Berna ne ho viste di tutti i colori. E posso dirvi una cosa: è solo per pura fortuna che in Svizzera, durante manifestazioni non autorizzate e violente, non si siano ancora verificati decessi tra le forze dell’ordine. L’obiettivo è la lotta alla violenza, non la sorveglianza di attività politiche».
