Disoccupazione dei frontalieri, «Berna si deve opporre»

L’UDC gioca d’anticipo. E lo fa ancora prima che entri in vigore la riforma dell’Unione europea sulla disoccupazione dei frontalieri. Tramite una mozione, che verrà presentata entro la prossima settimana, invita il Consiglio federale a respingere, in seno al comitato misto, la modifica unilaterale delle norme UE.
Bruxelles ha un cantiere ormai aperto da un decennio che sta per chiudersi entro l’estate: in futuro sarà il Paese di ultimo impiego (definito anche «Lex Loci Laboris») a pagare le indennità di disoccupazione e non più il Paese di residenza («Lex Loci Domicilii»). Ciò significa che la Svizzera, potrebbe farsi carico delle indennità di disoccupazione dei frontalieri che hanno perso il lavoro.
Le medesime prestazioni
A inizio maggio la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) aveva confermato al CdT il possibile cambio di paradigma: «Qualora la Svizzera adottasse questo nuovo approccio, un frontaliere disoccupato, cittadino UE, avrebbe diritto alle stesse prestazioni dei residenti in Svizzera, alle stesse condizioni» (ovvero anche fino a due anni di indennità).
A Bruxelles l’approvazione finale è prevista per il mese di luglio, poi gli Stati avranno cinque anni (il Lussemburgo, che sarebbe particolarmente penalizzato, avrà invece sette anni di tempo) per implementare il cambiamento. E la Svizzera? Dovrà decidere. Ma spetta inizialmente all’UE (in caso di adozione formale della revisione) inserire la questione all’ordine del giorno del Comitato misto Svizzera-UE.
Già qui vuole intervenire l’UDC, che tramite una doppia mozione (al Nazionale e agli Stati) vuole creare una base legale per impedire che la Svizzera accetti questo cambio di prassi. Con il rischio tuttavia di esporsi a possibili sanzioni.
L’impatto sulle casse elvetiche
Il motivo è soprattutto finanziario. Con 412 mila frontalieri attivi nel Paese, per l’assicurazione contro la disoccupazione il costo potrebbe essere pari a centinaia di milioni di franchi in più ogni anno. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) non conferma le cifre, ma stando alle stime pubblicate dall’Aargauer Zeitung ad aprile si parla di costi fino a quasi un miliardo all’anno. «Solo in Francia, su un totale di 43.400 lavoratori frontalieri disoccupati, 27.500 erano precedentemente impiegati in Svizzera», spiega l’UDC per far capire l’entità del cambiamento che si potrebbe prospettare. Oltre a ciò, saranno più sollecitati anche gli Uffici regionali di collocamento (URC). «La Svizzera non ha praticamente alcun controllo sugli sforzi compiuti nella ricerca di un impiego», criticano i democentristi, che temono necessità di personale e oneri supplementari per gli URC. «Sarebbe un sistema estremamente burocratico e fondamentalmente ingestibile, poiché già oggi il sistema di controllo è complesso e richiede verifiche particolarmente approfondite. Non è accettabile che la Svizzera paghi senza poter controllare.», critica il consigliere agli Stati ticinese.
Costruire una maggioranza
«Ora dobbiamo fare i compiti a casa. O meglio, in casa», ci spiega Marco Chiesa. Per il consigliere agli Stati ticinese, ciò significa «impedire che qualcuno presenti alla Svizzera una fattura da centinaia di milioni di franchi all’anno. Se questa riforma venisse adottata, oltre al danno ci sarebbe anche la beffa».
L’UDC, per rendere anche solo realizzabile questa proposta, deve però essere in grado di costruire una maggioranza. È davvero possibile, ora che sul tavolo ci sono gli accordi con l’UE? «Ci stiamo muovendo per creare il fronte più ampio possibile. Mi sorprenderebbe se il Parlamento accettasse di pagare il conto di una decisione europea unilaterale. Siamo stati eletti per difendere gli interessi della Svizzera, non per ratificare automaticamente decisioni prese a Bruxelles a spese dei contribuenti svizzeri».
