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Disoccupazione dei frontalieri, la Svizzera si dovrà opporre

Lo strappo è servito: il Parlamento ha stabilito che il Consiglio federale dovrà osteggiare la riforma dell’UE – Chiesa: «La posizione è chiara» – Fonio: «Decisione prematura, il focus andrà messo sulla tutela del mercato del lavoro»
© CdT/ Chiara Zocchetti
Luca Faranda
01.10.2026 21:03

Tra Berna e Bruxelles ci sarà presto uno scontro. Qui, però, i Bilaterali III non c’entrano nulla. La Svizzera dovrà opporsi il prima possibile a una prevista riforma dell’UE sulla disoccupazione dei frontalieri. Lo aveva deciso il Consiglio nazionale un paio di settimane fa (109 voti a 72 e 5 astensioni) e lo ha confermato oggi anche il Consiglio degli Stati, con 26 voti a favore, 16 contrari e un’astensione.

Ma di cosa si tratta? In futuro, a pagare le indennità di disoccupazione dei frontalieri non sarà più il Paese di residenza, bensì il Paese di ultimo impiego. Si tratta di un cambio di paradigma: dal principio «Lex Loci Domicilii» si passerà al cosiddetto «Lex Loci Laboris». Applicato al Canton Ticino, significa che un frontaliere rimasto senza lavoro avrà gli stessi diritti e le stesse prestazioni di un disoccupato ticinese: sarà la Svizzera a pagare la disoccupazione e saranno gli Uffici regionali di collocamento (URC) a dover cercare di reinserire la persona (con il permesso G) nel mondo del lavoro. Per averne diritto, i frontalieri devono aver lavorato nel Paese dell’ultimo impiego (ovvero in Svizzera) per almeno 22 settimane consecutive.

Nessuna ripresa automatica

La riforma dell’UE è ora realtà: lo scorso lunedì, infatti, il Consiglio dell’UE ha adottato in via definitiva la revisione del regolamento. Prossimamente, i singoli Paesi membri dell’UE potranno dare il via a questo cambiamento (hanno cinque anni di tempo per farlo, tranne il Lussemburgo che ne avrà 7 a causa dell’elevato numero di frontalieri sul territorio).

E la Svizzera? La Confederazione non dovrà adottare automaticamente la riforma, questo è chiaro. La questione sarà però messa all’ordine del giorno dalla Commissione europea all’interno del cosiddetto Comitato misto. Potrebbe già succedere il prossimo 12 novembre, ha avvertito il «ministro» dell’Economia Guy Parmelin. È proprio lì che avverrà lo strappo.

Il Comitato misto

Sì, perché le mozioni presentate dall’UDC (ed accolte rispettivamente in entrambe le Camere) vanno proprio in questa direzione. Chiedono al Consiglio federale «di respingere, in seno al Comitato misto per l’Accordo sulla libera circolazione delle persone, il recepimento della modifica unilaterale intrapresa dall’UE delle norme relative all’indennizzo dei lavoratori frontalieri disoccupati». Le due mozioni, per essere trasmesse al Consiglio federale, devono ottenere ancora l’approvazione formale della seconda Camera (verosimilmente a dicembre): ma il fatto che Stati e Nazionale abbiano già detto sì in prima battuta alla richiesta è un segnale forte. «Un segnale che non può essere ignorato. Il Consiglio federale dovrà prendere una posizione chiara e tutelare gli interessi della Svizzera», afferma il «senatore» ticinese Marco Chiesa (UDC), autore dell’atto parlamentare approvato oggi.

Il Consiglio federale, per voce di Parmelin, ha invitato il Parlamento a frenare:«È prematuro», ha sottolineato il consigliere federale. «Secondo me per niente: le cose sono andate anche piuttosto velocemente», afferma dal canto suo Chiesa, ricordando che dopo oltre dieci anni di discussioni, la riforma è andata in porto velocemente negli ultimi sei mesi. «Con questo chiaro sostegno dal Parlamento, il Consiglio federale non andrà a negoziare in condizioni di debolezza», aggiunge il ticinese, secondo cui questa riforma potrebbe avere un forte impatto: «Potrebbe rappresentare un ulteriore effetto calamita verso il mercato del lavoro ticinese».

Tematica delicata

«È una tematica molto delicata», afferma dal canto suo il consigliere nazionale ticinese Giorgio Fonio (Centro), che in occasione della votazione al Nazionale si era astenuto. «La decisione è prematura. Il Consiglio federale deve ancora valutare vari aspetti», afferma, pur ricordando che si tratta di una riforma che ha un prezzo: le stime indicano costi supplementari per la Svizzera tra 600 e 900 milioni di franchi all’anno.

Per il Segretario regionale OCST, in ogni caso, «il focus andrà messo sulla tutela del mercato del lavoro. Ci sono infatti questioni aperte che riguardano anche il sistema di controllo e il rischio di abusi». I frontalieri, ricorda però Fonio, oggi contribuiscono a pagare la disoccupazione. «La tematica è controversa: non dico che non ci si debba opporre alla riforma, ma forse bisogna attendere e valutare attentamente l’evoluzione prima di prendere una posizione netta».

Una posizione in linea con quella del Consiglio federale, che però si trova ora costretto ad agire. «Il Consiglio federale sta seguendo da vicino la questione e sta conducendo le necessarie verifiche e analisi. Una decisione ben ponderata richiede che tutti gli elementi e tutti gli interessi in gioco siano messi in prospettiva», ha sostenuto invano Parmelin nell’aula del Consiglio degli Stati, auspicando di voler prima vedere «esempi di attuazione o non attuazione all’interno dell’UE».

Misure di ritorsione

«La Svizzera non è obbligata ad adottare il regolamento rivisto», ha assicurato Parmelin. Il rischio? «Probabilmente comporterebbe misure di ritorsione da parte dell’Unione europea». Ha poi fatto notare che i contributi versati dai lavoratori frontalieri hanno generato un surplus di circa 290 milioni di franchi svizzeri per l’assicurazione contro la disoccupazione.

A quali misure di ritorsione si andrà incontro, non è ancora dato sapere. Ma al Consiglio degli Stati sono stati illustrati i rischi dell’adozione di una simile riforma. «Ad esempio, gli URC dovrebbero occuparsi di trovare un lavoro ai frontalieri, oppure provvedere a una riqualifica. È inconcepibile», afferma Chiesa. Un’espressione utilizzata anche dal collega ginevrino Mauro Poggia (MCG). «La concorrenza sul mercato del lavoro è già agguerrita, soprattutto a Ginevra e nei cantoni che accolgono i lavoratori frontalieri. Se, inoltre, un lavoratore frontaliero che perde il lavoro venisse messo sullo stesso piano dei lavoratori svizzeri per quanto riguarda il sostegno statale svizzero alla ricerca di un impiego in Svizzera, potete immaginare la tensione che ciò creerebbe per la pace sociale», ha avvertito il «senatore» ginevrino.

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