Disoccupazione dei frontalieri, ora la palla passa al comitato misto

Da «Lex Loci Domicilii» a «Lex Loci Laboris». La riforma dell’UE parla anche latino. Significa che presto, a pagare le indennità di disoccupazione dei frontalieri non sarà più il Paese di residenza, bensì il Paese di ultimo impiego. Applicato al nostro Cantone, significa che in futuro a farsi carico delle indennità di disoccupazione dei lavoratori italiani (con permesso G) che perdono l’impiego non dovrebbe più essere l’Italia, ma la Svizzera. Il condizionale è d’obbligo. Perché la Svizzera, per il momento, resta in attesa.
Il Parlamento europeo, invece, ha fatto un altro passo verso questa riforma: oggi, a Strasburgo, i deputati hanno votato a favore del nuovo regolamento sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale per i cittadini dell’UE con 511 voti a favore, 87 contrari e 61 astensioni. Sebbene la riforma sia in gestazione da oltre un decennio, l’ok da parte del Parlamento europeo era scontato. Il via libera fondamentale era infatti arrivato dagli Stati membri già nel corso della primavera.
«Norme più chiare»
La riforma prevede anche nuove disposizioni in materia di prestazioni per l’assistenza a lungo termine e di prestazioni familiari. Queste norme saranno più chiare, più facili da far rispettare e più semplici, sia per i lavoratori che per le imprese europee, aveva dichiarato negli scorsi giorni l’eurodeputata socialdemocratica tedesca, Gabriele Bischoff, relatrice del dossier. In linea di principio, ciascuno dei 27 Stati membri dell’UE decide autonomamente in merito al proprio sistema di sicurezza sociale. Per evitare eventuali problemi nel caso in cui le persone non vivano o non lavorino nel proprio paese d’origine, esistono anche norme a livello europeo. Secondo la Commissione europea, circa 16 milioni dei circa 450 milioni di europei vivono o lavorano in un altro paese dell’UE.
Possibili ritorsioni
E la Svizzera? La Commissione europea dovrà informare la Confederazione di questa modifica in seno al comitato misto competente. Di più. Serve l’accordo esplicito da parte della Svizzera per far entrare in vigore la riforma anche nel nostro Paese. Berna, dunque, potrebbe anche opporsi. Ma a quale prezzo? Un rifiuto della Svizzera nell’adottare la riforma potrebbe comportare ritorsioni da parte dell’UE, «la cui natura è difficile da prevedere», aveva indicato a suo tempo la Segreteria di Stato dell’economia (SECO). «La Svizzera non sarebbe in grado di difendersi legalmente, poiché l’accordo attuale non prevede un meccanismo di risoluzione delle controversie».
Questione di numeri
Per il momento, dunque, non cambia nulla sebbene ci sia una certa apprensione in merito ai possibili costi. Con oltre 413 mila frontalieri attivi nel Paese, per l’assicurazione contro la disoccupazione il costo potrebbe essere pari a centinaia di milioni di franchi in più ogni anno. La SECO non conferma le cifre, ma stando alle stime pubblicate dall’Aargauer Zeitung lo scorso aprile si parla di costi tra 600 e 900 milioni all’anno.
«Qualora la Svizzera adottasse questo nuovo approccio, un frontaliere disoccupato, cittadino UE, avrebbe diritto alle stesse prestazioni dei residenti in Svizzera, alle stesse condizioni (ovvero anche fino a due anni di indennità)», aveva spiegato al CdT la SECO.
Rimborsi e surplus
Già oggi la Svizzera, in qualità di Stato di impiego, rimborsa al Paese di residenza le prestazioni erogate al lavoratore frontaliere diventato disoccupato. L’anno scorso, secondo la SECO, i rimborsi agli Stati limitrofi sono ammontati a 283,3 milioni di franchi, di cui 226,5 alla Francia, 29,3 alla Germania, 21,1 all’Italia e 6,4 all’Austria.
La SECO registra d’altra parte entrate pari a circa 600 milioni di franchi, corrispondenti ai contributi versati dai frontalieri alla cassa svizzera di disoccupazione. A conti fatti, la Svizzera conteggia quindi attualmente un surplus di 300 milioni di franchi all’anno. Se la riforma venisse approvata, il bilancio si invertirebbe.
A settembre alle Camere
La palla resta nelle mani dell’UE. Sarà infatti Bruxelles a dover inserire la questione all’ordine del giorno del Comitato misto Svizzera-UE. Sul fronte interno elvetico, però, c’è già chi intende giocare d’anticipo. È il caso dell’UDC, che tramite una doppia mozione (tra cui una presentata agli Stati dal «senatore» ticinese Marco Chiesa) chiede al Consiglio federale di opporsi all’adozione di questa riforma già in seno al comitato misto.
«La Svizzera - criticano i democentristi nel testo della mozione - ha il maggior numero di pendolari transfrontalieri in Europa e sarebbe quindi la più colpita finanziariamente da questa nuova normativa». Verosimilmente, gli Stati potrebbero già discuterne alla sessione in programma nel mese di settembre.
