Disoccupazione dei frontalieri UE Il Nazionale va in pressing su Jans

Un segnale. O forse, molto di più. Il Consiglio nazionale ha lanciato un messaggio all’indirizzo del Consiglio federale: la Confederazione non deve approvare la riforma sulla disoccupazione dell’UE. E deve farlo chiaramente presente alle autorità di Bruxelles. Con 109 voti a 72 e 5 astensioni, la Camera del popolo ha approvato una mozione dell’UDC che va proprio in questa direzione.
I democentristi, per voce della consigliera nazionale ginevrina Céline Amaudruz, vogliono obbligare il Consiglio federale a «respingere, in seno al Comitato misto per l’Accordo sulla libera circolazione delle persone, il recepimento della modifica unilaterale intrapresa dall’UE delle norme relative all’indennizzo dei lavoratori frontalieri disoccupati». Oltre all’UDC, hanno sostenuto l’atto parlamentare anche la maggioranza del Centro e del PLR.
Cambio di paradigma
La vicenda, da mesi, solleva critiche. Riguarda la riforma dell’UE, che rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma: dal principio «Lex Loci Domicilii» si passerà a «Lex Loci Laboris». Significa che in futuro, a pagare le indennità di disoccupazione dei frontalieri non sarà più il Paese di residenza, bensì il Paese di ultimo impiego.
Applicato al Ticino, significa che in futuro a farsi carico delle indennità di disoccupazione dei lavoratori italiani (con permesso G) che perdono l’impiego non dovrebbe più essere l’Italia, ma la Svizzera. Di più. Un lavoratore UE rimasto senza impiego in Svizzera potrebbe avere diritto alle stesse prestazioni dei residenti in Svizzera, alle stesse condizioni. Sia per quanto riguarda il periodo di contribuzione (aver svolto un’attività lucrativa per almeno 12 mesi negli ultimi 2 anni), sia per beneficiare delle prestazioni (fino a 260, 400 o 520 indennità giornaliere che possono essere riscosse in un «termine quadro» di due anni).
I frontalieri sono oltre 410 mila
Quali sarebbero le ripercussioni per la Svizzera? Si stimano costi che potrebbero raggiungere i 900 milioni all’anno (vedi box a lato). Sono circa 414 mila le persone residenti all’estero che lavorano nella Confederazione. «La Svizzera, che registra il maggior numero di frontalieri in Europa, sarebbe quindi il Paese più colpito finanziariamente da questa nuova regolamentazione», deplora l’UDC nel suo atto parlamentare.
Chi perde il lavoro avrebbe diritto alle stesse prestazioni di chi risiede nella Confederazione e ciò avrebbe un impatto anche sul lavoro degli Uffici regionali di collocamento (URC), i quali dovrebbero seguire anche le persone con permesso G che hanno perso il lavoro e ne stanno cercando uno nuovo (in Svizzera o all’estero).
Le bocce non sono ferme
Oggi non è ancora chiaro quando la revisione entrerà in vigore nell’UE. Le bocce infatti non sono ferme: a Bruxelles mancano ancora alcuni passaggi formali (il prossimo è atteso, forse, a fine settembre) per dare il via libera finale a una riforma che è in gestazione da oltre un decennio. Proprio su questo punto ha cercato di far leva il consigliere federale Beat Jans, sostenendo che sia «troppo presto per prendere una decisione. Al momento non sappiamo quando la revisione entrerà in vigore nell’UE», ha detto il «ministro» della Giustizia, annunciando però che «a breve» il Consiglio federale terrà una discussione su questa riforma, «esaminando e valutando attentamente tutte le possibili soluzioni». Ha poi ricordato che ci sono anche numerosi svizzeri che lavorano nell’UE. Nota a margine: Beat Jans si è trovato suo malgrado costretto a difendere la posizione del Consiglio federale, anche se questo dossier sarebbe di responsabilità del «ministro» dell’Economia Guy Parmelin (oggi assente).
Delusa, ma non sorpresa»
Le parole di Jans, però, non sono piaciute alla consigliera nazionale Céline Amaudruz. Il Consiglio federale, infatti, non ha voluto prendere una posizione chiara sul tema. «Sono delusa, ma non sono sorpresa. Vediamo che la politica del Consiglio federale è quella di assecondare tutte le richieste dell’Unione europea, senza mai difendere gli interessi della popolazione svizzera», critica la democentrista ginevrina. «Il nostro Governo temporeggia, mentre occorre invece agire con fermezza», aveva detto poco prima, in aula.
Il primo ottobre agli Stati
E ora? In attesa delle decisioni da parte dell’UE, la mozione del gruppo parlamentare UDC passa all’esame del Consiglio degli Stati. Tuttavia, una mozione identica presentata dal «senatore» ticinese Marco Chiesa (UDC) sarà discussa già il primo ottobre nella Camera dei Cantoni. Nel caso di un sì, il cerchio attorno a Jans, a Parmelin e all’intero Consiglio federale si stringerebbe. Anche se per l’istante il Governo vorrebbe attendere. «Il Consiglio federale non potrà ignorare una mozione accettata dal Parlamento», taglia corto Amaudruz. «Non è lui a decidere per noi».
Berna può dire di no
Berna, per il momento, deve però rimanere in attesa. È infatti la Commissione europea a dover informare la Confederazione di questa modifica in seno al comitato misto competente. Lì, la Svizzera potrà prendere posizione e anche opporsi a questo cambio di paradigma.
Con quali possibili conseguenze? Un rifiuto della Svizzera nell’adottare la riforma potrebbe comportare ritorsioni da parte dell’UE, «la cui natura è difficile da prevedere», aveva indicato la scorsa primavera la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) al Corriere del Ticino.
