Gran Bretagna

Dopo la morte del figlio, la 56.enne britannica Wendy Duffy sceglie il suicidio assistito in Svizzera

La 56.enne britannica, sana ma devastata dalla morte del figlio, ha scelto la clinica svizzera per morire — Il suo caso rilancia la discussione sulle regole britanniche sul fine vita e sulle polemiche che circondano Pegasos
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Ginevra Benzi
24.04.2026 15:15

È sana, senza patologie fisiche, ma la 56.enne britannica Wendy Duffy – ex assistente sociale delle West Midlands – ha comunque deciso di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera, rendendo pubblica la sua storia. Alla base della sua decisione c’è però una spiegazione: la morte del figlio 23.enne, soffocato accidentalmente nel 2022 mentre mangiava un pomodoro dopo essere rientrato da una serata al pub. Nonostante i tentativi di rianimazione da parte della madre, per lui non c’è stato niente da fare. 

Da allora la donna non ha mai superato il lutto, dichiarando al Daily Mail di non provare «più alcuna gioia» e «nessun desiderio di continuare a vivere». Dopo una valutazione psichiatrica, ha ottenuto l'approvazione della clinica elvetica Pegasos, a cui ha versato 10mila sterline. Dopodiché, Duffy ha lasciato una lettera ai suoi cari e ha scelto abiti e musica per gli ultimi momenti. Fra le richieste rivolte alla clinica quella di lasciare la finestra della stanza aperta, per simboleggiare l’idea di liberazione dello spirito.

Una volta ottenuta la conferma da parte della clinica, Duffy ha comunque voluto aspettare che i suoi genitori morissero di vecchiaia. La donna ha poi impostato un conto alla rovescia sul suo telefonino, in attesa della data indicata. Il resto della sua famiglia – quattro sorelle e due fratelli – è stata informata della volontà. La decisione di rendere pubblica la sua storia un giorno prima della sua dipartita è stata voluta dalla stessa Duffy per denunciare un'ingiustizia.

Cosa dice la legge britannica

«La mia vita, la mia scelta. Vorrei che questa possibilità esistesse nel Regno Unito», ha dichiarato sempre al Daily Mail, sottolineando che nel suo Paese l’eutanasia è illegale. «Potrei gettarmi da un cavalcavia o da un palazzo, ma questo lascerebbe chiunque mi trovasse a fare i conti con quella scena per il resto della vita», ha dichiarato la donna. Già in passato, dopo anni di terapia e farmaci antidepressivi, aveva tentato il suicidio, rischiando l’invalidità. E il caso ha inevitabilmente riacceso il dibattito britannico sulla morte assistita, ponendo al centro dell'attenzione la proposta di legge attualmente ferma alla camera dei Lord – nonostante l'approvazione dei Comuni – con scadenza fissata per venerdì. Già nel mese di marzo, cento deputati laburisti avevano scritto al primo ministro Keir Starmer affinché intervenisse per facilitare l'iter. Ma senza successo.

Ad oggi, le norme britanniche consentono infatti la morte assistita solo in caso di malattia terminale – con meno di sei mesi di vita –  ma solo dopo un’attenta valutazione di due medici e di un gruppo di esperti.

Il tema della sofferenza psicologica

Il caso Duffy apre tuttavia interrogativi che vanno oltre il profilo giuridico del suicidio assistito e toccano il rapporto tra sofferenza psicologica, autodeterminazione e responsabilità collettiva. Diversi osservatori sottolineano infatti come la vicenda si distingua da altri casi di fine vita, poiché riguarda una persona non affetta da patologie terminali ma segnata da un lutto profondo e persistente. In questa prospettiva, il dibattito si sposta dal solo «diritto a morire» alla questione di come la società affronti forme estreme di dolore esistenziale e quali strumenti – terapeutici, relazionali e comunitari – siano realmente disponibili per accompagnarle. Sul piano bioetico, il caso riaccende inoltre la discussione sui limiti del principio di autonomia quando la richiesta di morte assistita nasce da sofferenze psichiche e non da una condizione medica terminale. Un confronto che investe non solo le procedure e i criteri di accesso, ma anche una riflessione più ampia sul ruolo delle reti di sostegno e sul rischio che domande di aiuto profonde vengano lette esclusivamente in chiave individuale o clinica.

Le polemiche sulla Pegasos

Fondata nel 2019 a Basilea da Ruedi Habegger, la Pegasos è l’unica struttura europea che accetta pazienti il cui desiderio di morte non deriva da una malattia terminale, ma da una sofferenza psichiatrica. Motivo per cui è stata al centro di diverse polemiche, che vanno ricondotte ad un approccio ritenuto da molti più permissivo rispetto ad altre organizzazioni come Exit o Dignitas, come rilevato anche da Swissinfo. Al centro delle critiche vi sono i criteri con cui verrebbero accettate le richieste, estesi in alcuni casi anche a persone non affette da malattie terminali ma segnate da sofferenze psicologiche o esistenziali, alimentando il timore di una deriva etica. A questo si aggiungono accuse di favorire una forma di «turismo del suicidio», con pazienti provenienti dall’estero e costi elevati — secondo ricostruzioni di People — che hanno spinto alcuni osservatori a parlare di un modello quasi commerciale. Le polemiche si sono intensificate dopo alcuni casi mediatici, come quello del britannico Alastair Hamilton, raccontato da ITV News, morto in Svizzera senza che la famiglia ne fosse informata, o quello di Maureen Slough, riportato dal Sun, la cui figlia ha denunciato di aver appreso della morte tramite un messaggio della clinica. E ora si aggiunge il caso Duffy, rilanciato anche dal New York Post, che ha ulteriormente riacceso il dibattito sui controlli, sul coinvolgimento dei familiari e sui limiti del quadro normativo svizzero, mentre Pegasos rivendica di agire nel pieno rispetto della legge e in nome del principio di autodeterminazione.