Società e violenza

Droga dello stupro, in Svizzera «un numero oscuro di casi»

Le difficoltà di fare piena luce su un grave fenomeno che non è monitorato dalle statistiche di polizia in maniera specifica — Le sostanze utilizzate per facilitare le violenze sessuali possono compromettere coscienza, capacità di reagire e memoria — La rete di aiuto in Ticino
©KEYSTONE/ANDREAS BECKER
Asia Della Bruna
29.07.2026 06:00

Anche in Svizzera si riaccendono i fari sulle cosiddette «droghe dello stupro». Un fenomeno complesso, caratterizzato spesso dalla paura di chi ha subìto violenza a denunciare quanto accaduto e dalle difficoltà dei medici e degli analisti a trovare le tracce delle sostanze stupefacenti ingerite dalle vittime. Premesse che complicano anche il lavoro degli investigatori.

Si parla molto del caso di Patrick Frei, un ex granconsigliere UDC argoviese accusato dal Ministero pubblico di Baden di aver somministrato, di nascosto, sostanze in grado di rendere due donne adulte e una minorenne incapaci di opporre resistenza, allo scopo di commettere violenze sessuali. I magistrati hanno fatto sapere che chiederanno per Frei la detenzione a vita e un trattamento terapeutico ambulatoriale durante l’esecuzione della pena. Tra i capi d’accusa figura anche il ripetuto tentato assassinio.

Ma, al di là del singolo procedimento, resta la domanda: qual è la reale diffusione del fenomeno in Svizzera?

Un fenomeno sommerso

L’espressione «droga dello stupro» è entrata nel linguaggio comune, ma sul piano medico e giuridico indica un insieme di sostanze accomunate dalla capacità di alterare lo stato di coscienza, compromettere la capacità di reagire e provocare amnesie. Tra le più note figurano il GHB, la ketamina e alcune benzodiazepine. In molti casi, inoltre, entra in gioco anche l’alcol, che secondo la letteratura forense resta la sostanza più frequentemente coinvolta nei cosiddetti drug facilitated crimes.

«La capacità della vittima di opporsi, di comprendere quanto stia accadendo, o di ricordare gli eventi, può risultare significativamente compromessa. È frequente che le persone abbiano ricordi frammentari, restino in stato di confusione o vivano improvvisi vuoti temporali», spiega al CdT la criminologa e giurista ticinese Roberta Schaller.

Tutto ciò, aggiunge, avviene spesso in contesti del tutto ordinari: locali notturni, feste, incontri privati o appuntamenti, nei quali le difese delle potenziali vittime sono abbassate.

Il tempo diventa poi uno dei principali nemici. Molte delle sostanze utilizzate sono eliminate rapidamente dall’organismo e, in poche ore, possono non essere più rilevabili. «Una delle principali difficoltà è proprio la necessità di agire con estrema rapidità - sottolinea Schaller - Anche le indagini devono essere avviate tempestivamente, perché molte prove sono altamente deperibili: non solo le sostanze sono eliminate dall’organismo nel giro di poche ore, ma con il passare del tempo possono andare perdute anche immagini di videosorveglianza e testimonianze».

In caso di sospetto, è fondamentale rivolgersi prima possibile a un pronto soccorso. La tempestività permette di eseguire gli accertamenti tossicologici e di attivare la presa a carico della vittima. In Ticino esiste, inoltre, una rete dedicata che coinvolge ospedali, specialisti e servizi di sostegno.

Individuare il fenomeno è difficile, non solo dal punto di vista medico, ma anche quando si cerca di quantificarlo. Nelle rilevazioni della statistica criminale di polizia sono registrati i reati contro l’integrità sessuale, ma non c’è alcuna specificazione sulla somministrazione forzata di sostanze stupefacenti.

«Esiste, con ogni probabilità, un numero oscuro significativo di casi che non emergono né dalle statistiche sanitarie né da quelle giudiziarie», osserva ancora Roberta Schaller. «I reati contro l’integrità sessuale - inoltre - sono tuttora tra quelli meno denunciati. Vergogna, paura, senso di colpa, timore di non essere creduti o di dover rivivere il trauma durante il procedimento giudiziario portano molte persone a non rivolgersi alle autorità».

Ricostruire ciò che è accaduto

Anche quando il test tossicologico risulta negativo, questo non significa necessariamente che non vi siano state una somministrazione di sostanze o una violenza. «Dal punto di vista giudiziario, è fondamentale indagare ogni singolo elemento. L’accertamento si fonda sulla valutazione complessiva di esami medico-legali e tossicologici, testimonianze, immagini di videosorveglianza, dati digitali e ogni altro riscontro oggettivo.»

Tra gli elementi sempre più importanti figurano anche le prove digitali, come messaggi, fotografie, dati di geolocalizzazione e altri elementi utili a ricostruire i fatti.

Al di là delle difficoltà investigative, la somministrazione delle droghe dello stupro implica conseguenze drammatiche per le vittime: «Oltre al trauma della violenza sessuale, nei casi in cui si teme di aver ingerito una sostanza stupefacente senza saperlo, si aggiunge spesso l’angoscia di non avere certezze dell’accaduto - evidenzia Roberta Schaller - Non ricordare parte degli eventi, non sapere se e chi ti abbia drogato o avere il dubbio di aver subìto un abuso può generare paura, vergogna, ansia, senso di colpa e una profonda perdita di controllo».

I vuoti di memoria possono portare molte persone perfino a dubitare di sé stesse e a esitare nel chiedere aiuto. «La paura di non essere creduti, unita ai vuoti di memoria, rappresenta uno degli ostacoli principali», sottolinea Schaller. Per questo, aggiunge, non è necessario ricordare ogni dettaglio perché il proprio racconto sia preso sul serio: «Oggi medici, personale di pronto soccorso e investigatori conoscono sempre meglio gli effetti che il trauma e l’eventuale somministrazione di sostanze possono avere sulla memoria. Saranno poi gli accertamenti sanitari e le indagini a cercare i riscontri oggettivi e a ricostruire quanto accaduto».

Memoria e identità

Il trauma di questo genere di violenza non deriva soltanto dall’abuso subito, ma anche dall’incertezza su quanto è accaduto, dalla perdita della capacità di comprendere e di esprimere la propria volontà.

La violenza, osserva Cristiana Finzi, delegata per l’aiuto alle vittime di reati del LAV (il Servizio di aiuto alle vittime di reati), non comincia con l’abuso, ma nel momento in cui una persona è privata della possibilità di scegliere. «L’obiettivo è rendere l’altra persona passiva, privarla della capacità di decidere e trasformarla in un oggetto sul quale proiettare o liberare i propri fantasmi. Questa dinamica diventa ancora più grave quando avviene all’interno della famiglia o di una relazione affettiva, perché alla violenza si aggiunge il tradimento di un legame fondato sulla fiducia».

«Normalmente - prosegue - l’elaborazione di un trauma richiede la possibilità di ritornare su ciò che è successo, attribuirgli un significato e riuscire progressivamente a integrarlo nella propria storia. Quando, però, il ricordo è cancellato o frammentato, questo percorso diventa molto più difficile». Per Finzi, la memoria permette alla persona di collocare l’esperienza nella propria storia e «di riconoscersi come soggetto di ciò che ha vissuto. Quando questo riferimento viene meno, possono essere intaccati elementi della propria identità e della capacità di autodeterminarsi».

Accanto a questa lettura, Schaller sottolinea come «la traumatologia contemporanea mostri che il percorso di elaborazione può iniziare anche dal recupero del senso di sicurezza e delle proprie risorse personali, in modo complementare all’integrazione dell’esperienza nella propria storia di vita». Un approccio che assume particolare rilievo quando il ricordo rimane incompleto o frammentario, perché anche in queste situazioni è possibile lavorare all’elaborazione del trauma.

Cosa cambia con la riforma

Sul piano giuridico, un cambiamento importante è giunto con la revisione del diritto penale in materia di reati sessuali. La riforma del 2024 ha modificato il modo in cui sono valutati i reati sessuali: non è più determinante accertare che la vittima abbia opposto una resistenza fisica, ma bisogna soltanto verificare se vi sia stato un consenso libero e volontario. Nei casi in cui si sospetta la somministrazione di una sostanza, il punto non è quindi chiedersi se la persona abbia reagito, ma se fosse realmente nelle condizioni di comprendere quanto stesse accadendo e di esprimere una scelta.

«Il focus si sposta sempre di più sulla tutela dell’autodeterminazione sessuale e sulla verifica dell’esistenza di un consenso effettivo, invece che sulla ricerca di segni di resistenza fisica - conclude Roberta Schaller - Una persona privata della propria capacità di autodeterminarsi non può esprimere un consenso libero e consapevole».