Ginevra si prepara come può alla manifestazione anti-G7

A pochi giorni dal G7 di Évian-les-Bains, che riunirà i leader delle principali potenze mondiali, Ginevra è già dentro il dispositivo di sicurezza. Benché il vertice si tenga oltreconfine, l’appuntamento coinvolge direttamente città - con tanto di aeroporto internazionale, destinato ad accogliere parte delle delegazioni - e cantone e, in misura minore, Vaud e Vallese. In città i segni sono visibili: numerosi commerci, anche lontani dal percorso del corteo autorizzato per il 14 giugno, hanno blindato vetrine e ingressi con pannelli di legno. La settimana si annuncia faticosa per lavoratori residenti e frontalieri, viste le perturbazioni annunciate dai trasporti pubblici e la chiusura della maggior parte dei valichi (solo sette aperti su trentaquattro). «La protezione della popolazione e dei suoi beni resta la nostra priorità assoluta», ha assicurato Anne Hiltpold, presidente del Consiglio di Stato ginevrino, pur ammettendo il coinvolgimento suo malgrado di Ginevra.
Grossi disagi alla viabilità
Sul terreno la macchina è imponente e il peso maggiore ricade sulla Polizia cantonale, mobilitata giorno e notte con tutti i corpi svizzeri. Deve accogliere allo scalo i capi di Stato e di Governo, salutati lunedì e martedì dal presidente della Confederazione, prima del trasferimento via strada o via lago verso Évian. Allo stesso tempo non può rinunciare al servizio ordinario d’urgenza, in media 230 interventi al giorno, né all’inquadramento della protesta. Per sostenere il dispositivo, la Polizia ha esaurito le proprie riserve e quelle del Concordato romando, prima di chiamare in aiuto tutti i corpi del Paese. La pressione si misura anche sulla linea verde: 750 chiamate in un giorno contro le 570 abituali, soprattutto per problemi di mobilità. La comandante della Polizia cantonale ginevrina, Monica Bonfanti, rivendica una linea calibrata rispetto alle decisioni prese: «Non siamo andati automaticamente verso la soluzione più securitaria».
La protesta resta però il fronte più esposto. Il corteo del 14 giugno seguirà un tracciato che evita il ponte del Mont-Blanc ma lambisce, ad esempio, la sede dell’OMC e la missione israeliana, un percorso che, ha osservato la comandante, rientra nella prassi cittadina. Il Governo difende il diritto di manifestare, ma Hiltpold avverte che esiste un limite: non si tollererà che quelle libertà siano confiscate da chi fa l’apologia della violenza.
Riguardo la frontiera con la Francia «la nostra volontà è di farne un anello forte della catena di sicurezza», ha dichiarato Jean-Luc Boillat, colonnello dell’Ufficio federale dogane e sicurezza dei confini. I controlli, intensificati sull’intero confine nazionale dal 13 al 18 giugno, si sommano alla reintroduzione temporanea delle verifiche alle frontiere interne franco-svizzere, dal 10 al 19. Lo strumento permette di fermare chiunque transiti anche senza sospetti, pur senza arrivare a un filtraggio sistematico, «né realistico né adeguato alla minaccia attuale». Per la popolazione sarà l’effetto più tangibile: l’incanalamento del traffico su pochi assi allungherà i tempi per i frontalieri, ragione per cui il telelavoro è stato raccomandato dove possibile.
Il nodo dei costi
A reggere l’intera impalcatura è l’Esercito. «Senza il suo appoggio non potremmo gestire un vertice di questa portata», ha ammesso Bonfanti. Il divisionario Raynald Droz, comandante della Divisione territoriale 1, ne precisa il carattere sussidiario: «L’esercito non sostituisce la Polizia. La sicurezza pubblica resta alle autorità civili». Il contributo militare copre ambiti che richiedono mezzi specifici: terreno, lago, aria, protezione di infrastrutture sensibili e aeroporto, presidio del Lemano e sorveglianza dello spazio aereo. Rinforza i doganieri ai valichi e vigila sugli obiettivi critici affidati dai Cantoni. Droz sa che una presenza militare visibile può suscitare interrogativi, ma la presenta come rassicurante: «Non siamo in una situazione di crisi, ma in una logica di anticipazione responsabile».
Dietro questo dispositivo c’è un coordinamento che le autorità rivendicano come modello. La struttura operativa riunisce i Cantoni lemanici e i servizi federali, e sul terreno coinvolge anche la polizia municipale e gli aspiranti dell’Accademia; Berna assume l’80% dei costi di sicurezza e il Parlamento ha approvato all’unanimità l’impiego della truppa. «Abbiamo lavorato davvero come una sola squadra», ha rivendicato Carole-Anne Kast, vicepresidente del Consiglio di Stato. È sul versante francese che l’intesa si è incrinata. «La sicurezza di questo vertice è una responsabilità condivisa», ha ricordato Alain Gaschen, ambasciatore e delegato del Consiglio federale per il G7, che lamenta il mancato accordo sulla ripartizione dei costi. La stima per la parte svizzera si aggira sulla ventina di milioni di franchi: «Se si fosse ragionato su una ripartizione paritaria, saremmo stati nell’ordine dei dieci milioni», osserva il delegato. Oggi Parigi le ospita tutte sul proprio suolo e ciò alleggerisce di circa la metà l’onere elvetico. Rammarico anche sul piano democratico, poiché la Francia non ha allestito uno spazio di dibattito per la società civile. Qualcuno aveva evocato una rappresaglia: negare alla Francia lo scalo di Ginevra, ma il delegato la giudica una leva debole, che colpirebbe l’immagine della Ginevra internazionale e numerose delegazioni, non solo Parigi. Il bilancio, promette Gaschen, si farà a vertice concluso, senza intaccare una relazione bilaterale storica.
