Gli Stati Uniti non mollano la presa: la Svizzera finisce sotto inchiesta

«Gli Stati Uniti non intendono più sacrificare la propria base industriale a vantaggio di Paesi che scaricano sul nostro mercato i problemi legati alla loro sovrapproduzione e all’eccesso di capacità».
Con queste parole, oggi, il rappresentante commerciale USA, Jamieson Greer, ha annunciato l’avvio di un’indagine commerciale contro 16 Paesi partner – tra cui la Svizzera – con lo scopo di esaminare «se le politiche e le pratiche di questi Paesi siano irragionevoli o discriminatorie e se gravino o limitino il commercio statunitense».
«Capacità in eccesso»
La decisione, come è facile intuire, si inserisce nella scia delle contromisure decise dall’amministrazione Trump dopo che lo scorso 20 febbraio la Corte Suprema americana ha annullato i dazi generali sulle importazioni.
Una prima risposta, Trump l’aveva data nelle ore seguenti la decisione della Corte federale, annunciando l’introduzione di nuovi dazi aggiuntivi al 10% in sostituzione dei precedenti, per un periodo di 150 giorni, in virtù di un’altra base legale.
Oggi, come detto, si è aggiunta anche l’indagine che dovrà esaminare quelle che l’amministrazione Trump ha definito «capacità in eccesso» di alcuni Paesi stranieri. Capacità che hanno portato a grandi deficit commerciali negli Stati Uniti. Ancora una volta, all’origine dell’offensiva americana c’è quindi il tentativo di correggere la bilancia commerciale.
«Le indagini di oggi sottolineano l’impegno del presidente Trump a ristabilire le catene di approvvigionamento critiche e a creare posti di lavoro ben retribuiti per i lavoratori americani nei nostri settori manifatturieri», ha aggiunto l’ambasciatore Greer.
Orizzonte dazi
Insomma, accanto alla manovra sui dazi, la Casa Bianca cerca un’altra via per difendere il mercato americano, nel solco del medesimo protezionismo e della medesima convinzione, ossia che l’industria americana sia penalizzata dalle capacità manufatturiere di altri Paesi. Di qui, la giustificazione offerta alla stampa americana: «Diversi partner commerciali degli Stati Uniti producono più beni di quanti ne riescano ad assorbire nei propri mercati interni. Questo eccesso di produzione finisce quindi per riversarsi sui mercati esteri, sostituendo la produzione americana oppure scoraggiando nuovi investimenti nell’industria manifatturiera statunitense». Secondo l’amministrazione, il risultato è che in diversi comparti gli Stati Uniti hanno perso capacità produttiva o sono rimasti indietro rispetto ai concorrenti stranieri.
Secondo il New York Times, che ha anticipato la notizia, è probabile che le nuove indagini commerciali si traducano in dazi doganali prima della scadenza, prevista a luglio, dei dazi aggiuntivi del 10%, a meno che il Congresso non decida di prorogarli.
Assieme alla Svizzera, l’indagine riguarderà Cina, Unione europea, Singapore, Norvegia, Indonesia, Malesia, Cambogia, Thailandia, Corea del Sud, Vietnam, Taiwan, Bangladesh, Messico, Giappone e India, ha dichiarato ai giornalisti Greer, aggiungendo che i singoli Paesi sono già stati informati.
«Abbiamo ricevuto una lettera dal rappresentante commerciale degli Stati Uniti, nella quale si comunica l’avvio di un’indagine contro la Svizzera per presunte pratiche commerciali sleali», ha confermato all’ATS la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), precisando che «la lettera e le sue implicazioni verranno analizzate» e verranno mantenuti i contatti con Washington. Un compito che si inserisce pienamente nella linea decisa la scorsa settimana dal Consiglio federale che prevede di continuare le trattative con gli USA per definire un’intesa bilaterale, nonostante la decisione della Corte Suprema di eliminare le tariffe doganali.
Consultazioni dal 5 maggio
Le indagini saranno condotte ai sensi del «Trade Act del 1974», una legge che permette agli Stati Uniti di imporre dazi in risposta a pratiche commerciali sleali. Le consultazioni e le udienze preliminari, necessarie prima dell’eventuale imposizione dei dazi, prenderanno il via il 5 maggio.
L’indagine prenderebbe in esame un’ampia gamma di pratiche commerciali che, secondo Greer, variano da Paese a Paese. Tra queste figurano sussidi pubblici, politiche che comprimono i salari interni, il ruolo delle imprese statali e diverse barriere che limitano l’accesso dei prodotti stranieri ai mercati nazionali. Verrebbero inoltre valutati fattori come tutele insufficienti per lavoro e ambiente, sistemi di protezione sociale deboli, prestiti agevolati e possibili manipolazioni valutarie. Secondo quanto riferito dal New York Times, l’amministrazione di Donald Trump avrebbe nel mirino diversi settori dell’economia globale, dall’alluminio all’automotive, fino a batterie, elettronica, alimenti trasformati, robotica e moduli solari.
«La politica tariffaria non è la soluzione per ridurre il deficit»
Un pallino. Una fissa. Una priorità. Nelle argomentazioni dell’amministrazione Trump, per giustificare l’indagine commerciale annunciata oggi, è tornato, ancora una volta, il tema della bilancia commerciale. A farne le spese, in agosto, era stata l’allora presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter. La quale – nell’ormai celebre telefonata con il presidente americano – aveva cercato di spiegare perché, in realtà, dal punto di vista economico, non rappresenta, o non dovrebbe rappresentare, un elemento di inquietudine. Ma è davvero così? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Beretta, professore titolare di Economia all’USI: «Il deficit commerciale non è automaticamente un fenomeno negativo o positivo: tutto dipende dal Paese e dal ruolo della sua moneta». Nel caso degli Stati Uniti, spiega Beretta, la bilancia commerciale è negativa dal 1970, subito prima della fine della convertibilità del dollaro in oro nel 1971. «All’inizio, il disavanzo era contenuto, circa 610 milioni di dollari, ma è cresciuto progressivamente fino a raggiungere 903 miliardi di dollari nel 2024». Questo fenomeno, spiega ancora il professore, è legato al ruolo internazionale del dollaro: «Per fornire al mondo liquidità spendibile, altri Paesi dovevano vendere beni e servizi agli USA, creando un deficit strutturale. L’economista Jacques Rueff definiva questo un “privilegio esorbitante” americano». Gli USA possono infatti pagare i propri acquisti nella propria moneta, mentre la maggioranza degli altri Paesi ha bisogno di valuta estera. «L’economia americana si è adattata a questa situazione di privilegio, concentrandosi su specifici beni da produrre internamente, soprattutto ad alto contenuto tecnologico». Quindi? «Quindi il deficit commerciale è continuato a crescere a dismisura. Da 646 miliardi nel 2020 è passato a 903 miliardi nel 2024. Al contempo, anche il debito federale è cresciuto, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a medio termine». Di fronte a questo deterioramento rapido del deficit commerciale, ormai strutturale, l’amministrazione Trump è chiamata a intervenire. «Tuttavia, la politica tariffaria non è la soluzione. Servirebbero politiche industriali a lungo termine e mirate. Non dazi». Al contempo, però, questa azione - conclude Beretta - deve essere bilanciata con un’altra priorità: «Se il disavanzo commerciale americano dovesse ridursi sensibilmente, cosa che escludo per lo meno nel breve periodo, significherebbe potenzialmente meno dollari in circolazione, quindi più spazio per altre monete estere. Anche questo rappresenterebbe un rischio per gli USA».
