Economia

I datori di lavoro dicono no all’aumento dei contributi

L’Unione degli imprenditori mette in guardia contro un rincaro dei costi salariali - Secondo uno studio, questo indebolisce la piazza economica, pesa sulle giovani generazioni e aggrava la carenza di personale qualificato
©Gabriele Putzu
Giovanni Galli
17.01.2026 06:00

Tredicesima AVS, stabilizzazione del primo pilastro, abolizione del tetto massimo delle rendite per i coniugi, aumento delle spese nella politica familiare. Gli imprenditori mettono le mani avanti e si oppongono a finanziare questi progetti - il costo complessivo è stimato a 12 miliardi di franchi - attraverso un rincaro del costo del lavoro, che già oggi è tra i più cari al mondo. Secondo uno studio condotto da BSS Volkswirtschaftliche Beratung, in collaborazione con il prof. Marius Brühlart dell’Università di Losanna, maggiori contributi salariali gravano in modo unilaterale sul lavoro retribuito, indeboliscono l’attrattiva internazionale della piazza economica, aggravano i conflitti di distribuzione fra le generazioni, creano falsi incentivi per donne e lavoratori anziani e acuiscono la carenza di personale qualificato.

Lo scopo dello studio è duplice: da un lato, analizzare gli effetti a lungo termine di contributi salariali più elevati sui posti di lavoro, sull’attrattività della piazza economica e sulla crescita; dall’altro lato, valutare le conseguenze finanziarie dirette dei contributi sui bilanci delle famiglie. Un rincaro di un punto percentuale riduce di 7,4 punti la probabilità che una società internazionale scelga di insediarsi in Svizzera. Il motivo è che quando si tratta di scegliere una sede, i contributi sono molto più rilevanti delle imposte sugli utili, perché il loro onere difficilmente può essere ridotto tramite la pianificazione fiscale. Oltre a rendere il lavoro più costoso, si afferma nello studio, i contributi frenano gli investimenti e indeboliscono il potere d’acquisto delle famiglie, in particolare di quelle composte da giovani sotto i 35 anni. Un punto percentuale sembra insignificante in busta paga. Ma sull’arco di un’intera vita lavorativa l’onere cumulativo può risultare molto elevato: 27 mila franchi per i nuclei nella fascia media della distribuzione del reddito e 55 mila per il quintile superiore. Se tutti i progetti in discussione nella politica sociale (per 12 miliardi) venissero finanziati solo tramite contributi, l’onere per la fascia media sarebbe di 100 mila franchi. Un altro aspetto messo in evidenza nello studio sono gli incentivi negativi al lavoro. Se i contributi aumentano, il lavoro retribuito diventa meno vantaggioso, portando spesso al ritiro dal mercato o alla riduzione della percentuale d’impiego. Il che è considerato dai datori di lavoro particolarmente problematico in tempi di carenza strutturale di manodopera qualificata. Secondo l’Unione degli imprenditori (USI) è contraddittorio che da un lato lo Stato voglia promuovere la partecipazione al mondo del lavoro con ingenti investimenti e dall’altro indebolisca questi incentivi con un aumento dei contributi. «Contributi salariali più elevati aumentano il divario tra salario lordo e salario netto» spiega il capo-economista Patrick Chuard-Keller. Ciò può indebolire sia l’offerta di lavoro, perché lavorare risulta finanziariamente meno conveniente, sia la domanda di lavoro, perché il lavoro diventa più costoso per le imprese. La ricerca mostra che, in media, le reazioni dell’offerta di lavoro sono spesso moderate. Alcuni gruppi - in particolare le donne sposate e i lavoratori più anziani - reagiscono tuttavia in modo più sensibile, poiché le loro decisioni occupazionali dipendono maggiormente dal salario netto». Non solo. Formalmente, lavoratori e datori di lavoro si dividono i costi aggiuntivi. Nella pratica, però, la situazione è più complessa. «Quando aumentano le deduzioni salariali, può accadere che per i datori di lavoro rimanga meno margine per aumenti salariali e che una parte dei maggiori contributi venga quindi compensata da aumenti salariali più contenuti». Lo studio di BSS stima che circa il 75% dell’onere supplementare sia sostenuto dai lavoratori e il 25% dalle imprese.

Lo studio mette anche a confronto gli oneri derivanti da un aumento dei contributi con un aumento dell’IVA. Quest’ultima distribuisce l’onere su tutti i consumatori. Da un punto di vista intergenerazionale, l’IVA è quindi considerata uno strumento più equo, anche se ha effetti indesiderati a livello economico. «Un aumento dell’IVA rende la vita quotidiana più cara», dice Chuard-Keller. «Molti beni e servizi diventano più costosi. Alle economie domestiche restano meno risorse disponibili per il consumo. Se si consuma meno, ne risente anche l’economia: le imprese vendono meno, investono con maggiore cautela e creano meno posti di lavoro». Nel quadro delle discussioni sull’AVS, l’USI chiede sia di rinunciare a ulteriori contributi salariali sia una rigorosa disciplina di spesa e riforme strutturali, ad esempio tramite un freno all’indebitamento nel primo pilastro.