«I giovani devono essere più protetti», ma (per ora) senza divieti di accedere ai social

In futuro, i contenuti potenzialmente illegali che si incontrano su internet dovranno poter essere segnalati più facilmente. È questo uno dei punti centrali del progetto che sta elaborando il Consiglio federale per mettere un freno ai colossi del web. Una stretta, quella pensata da Berna, che va anche a tutela dei giovani: nella legge si vogliono infatti introdurre misure mirate per proteggere i minori. TikTok, Google e le altre «big» tecnologiche (i cosiddetti fornitori di piattaforme di comunicazione e motori di ricerca) non potranno più mostrare ai giovani pubblicità basata sulla profilazione, ossia sull’analisi del loro comportamento online e delle loro caratteristiche personali.
Non è contro la disinformazione
«Vorrei sottolineare che il progetto di legge non introduce nuove regole su ciò che può o non può essere detto sui social media. Non obbliga né le piattaforme di comunicazione né i motori di ricerca a combattere la disinformazione. Le autorità non avranno la possibilità di intervenire per far vietare o rimuovere informazioni indesiderate». Il consigliere federale Albert Rösti, ieri a Berna, lo ha voluto ripetere più volte. Cosa cambierà? Gli utenti avranno più diritti. Sarà più facile segnalare: le piattaforme dovranno effettuare controlli ed eventualmente (ma non è un obbligo) rimuovere i contenuti «indesiderati». Tra i comportamenti che possono essere segnalati rientrano ad esempio reati penali come la calunnia, l’ingiuria, la discriminazione o l’incitamento all’odio. Ogni segnalazione dovrà essere esaminata e ogni decisione dovrà essere motivata. In questo modo si rafforza un altro diritto degli utenti: quello di non vedersi cancellare di punto in bianco un contenuto (una foto, un post, un video o altro) o un account senza alcuna motivazione.
Nella legge che verrà (Rösti dovrà presentare un messaggio al Consiglio federale entro la fine di giugno del 2027) ci saranno anche altri elementi oltre alla procedura di segnalazione e di reclamo: i gestori delle piattaforme avranno l’obbligo di nominare un rappresentante legale in Svizzera.
Non si segue l’Australia, forse
E poi ci sono i giovani. Su questo punto, regna però ancora l’incertezza: nei piani del Consiglio federale non si fa riferimento a un eventuale divieto di accedere ai social al di sotto di una soglia minima d’età (una misura già in vigore in Australia e oggetto di discussione in Francia e Spagna). Per Albert Rösti, i partecipanti alla consultazione non hanno caldeggiato questa misura. Il prossimo anno è prevista la pubblicazione di un rapporto (sulla base di due postulati accolti dal Consiglio degli Stati nel marzo 2025) in cui saranno illustrate le possibili misure per proteggere i bambini e i giovani dal consumo nocivo di social media. Rösti non ha escluso di ritoccare ulteriormente il progetto, ma ha voluto ribadire che «dalla consultazione non emerge questa richiesta».
Attenti agli algoritmi
In che modo verrà dunque presa in considerazione la tutela dei minori? Le piattaforme di comunicazione e i motori di ricerca di grandi dimensioni dovranno analizzare in che misura i loro servizi creino o aggravino i rischi per i giovani e saranno tenuti ad attuare misure per ridurre questi pericoli. Questi fornitori dovranno poi fare attenzione ai loro algoritmi: non potranno mostrare pubblicità o inserzioni basate sulle ricerche o sugli interessi dei bambini che navigano in rete o sui social.
«Safety by Design»
Per Regula Bernhard Hug, direttrice della fondazione Protezione dell’infanzia Svizzera, i piani del Governo stanno andando nella giusta direzione. L’esperta, al Corriere del Ticino, parla in particolare dell’approccio «Safety by Design»: ovvero le piattaforme, i motori di ricerca e gli algoritmi devono già essere progettati con l’obiettivo di ridurre i rischi, anziché limitarsi a interventi correttivi in seguito. «La sicurezza va pensata fin dall’inizio e non si può prima puntare al business per poi accorgersi, a causa della regolamentazione, che bisogna investire nella protezione», sottolinea la direttrice della fondazione attiva a tutela dei più giovani, secondo cui bisogna agire d’anticipo. «A ciò si aggiunge una vigilanza che controlla regolarmente se le piattaforme agiscono correttamente». In caso contrario, sono previste sanzioni, multe (fino al 6% del fatturato mondiale, ndr) e, nel peggiore dei casi, il blocco del sito. Per Protezione dell’infanzia Svizzera resta però una grande lacuna: il Consiglio federale vuole intervenire solo sulle grandi piattaforme. «La legge andrebbe invece estesa anche alle piattaforme di medie dimensioni e alle app più piccole. C’è il rischio che gli autori di violenza sessualizzata digitale contro i bambini si spostino dove non c’è regolamentazione». Berna dovrà dunque fare di più. E (molto più) in fretta. Puntando soprattutto su questi approcci «Safety by Design»: tali provvedimenti riprendono quanto definito nel Digital Services Act dell’Unione europea, anche se il progetto rimane al di sotto degli standard UE. Lo stesso Rösti ha tenuto a precisare che la legge svizzera sarà più liberale e meno severa rispetto a quella europea. E per il divieto di accesso ai social media per i giovani? Protezione dell’infanzia Svizzera ricorda che a livello europeo qualcosa si sta muovendo. «Quel che è certo è che non dobbiamo offrire ai nostri bambini una protezione inferiore rispetto ai Paesi vicini».
A chi si applica
La legge si limita a regolamentare le piattaforme di comunicazione e i motori di ricerca di dimensioni molto grandi: ovvero i servizi che ogni mese vengono utilizzati in media dal 10% della popolazione residente permanente in Svizzera (attualmente circa 900 mila utenti). Oggi sarebbero una quindicina: figurerebbero ad esempio Instagram, Facebook, LinkedIn, Pinterest, TikTok, Snapchat, Reddit, X (ex Twitter) e motori di ricerca, anche basati sull’IA (Google e ChatGPT, solo per citare i servizi più noti).
La «Google Tax» rimane nel cassetto
C’è un altro progetto che per il momento rimane in un cassetto del DATEC: si tratta del «nuovo diritto di protezione affine per le imprese mediatiche», anche noto come «Google Tax». L’obiettivo di questa legge (già realtà in Francia) è di far passare alla cassa le piattaforme e i motori di ricerca: devono remunerare i media per l’utilizzo dei loro contenuti giornalistici. Si tratta di una norma comparabile al diritto d’autore, che permetterebbe agli editori di richiedere denaro a Google, Facebook o altri per l’uso dei loro contenuti. Gli editori svizzeri stimano in 154 milioni di franchi la somma che Google avrebbe dovuto pagare in base al cosiddetto «diritto di protezione affine».
Il Consiglio nazionale (lo scorso marzo) e poi il Consiglio degli Stati (a giugno) hanno deciso di rinviare il progetto al Consiglio federale. Perché? Per il Parlamento, questa legge va estesa anche ai fornitori di intelligenza artificiale. La versione inizialmente proposta dal Governo si concentrava solo sulle anteprime di testi e immagini (i cosiddetti snippet) e sulla remunerazione del loro utilizzo, senza dire nulla sui fornitori di IA. Per le Camere federali, pure loro dovranno passare alla cassa e garantire una migliore protezione della proprietà intellettuale contro gli abusi legati all’IA.
