Identità elettronica: e se il voto venisse annullato?

Lo scorso 28 settembre, dalle urne è uscito un «sì». Di misura, però. Appena il 50,39% di favorevoli, pari a 21.266 voti a livello nazionale. L’introduzione dell’identità elettronica non ha fatto veramente breccia nella popolazione. Rispetto al primo tentativo (nel marzo 2021 l’ID-e era stata bocciata con oltre il 64% dei voti contrari), però, Consiglio federale e Parlamento sono riusciti a ottenere una maggioranza davanti al popolo.
Eppure, tutto potrebbe essere cancellato oggi con un colpo di spugna dal Tribunale federale. Per i promotori del referendum contro la Legge sull’ID-e, la decisione presa democraticamente è il risultato di «un’interferenza illecita». Sul banco degli imputati c’è Swisscom.
Non solo donazioni
Cosa è successo? Swisscom ha partecipato attivamente alla campagna di votazione, intervenendo a favore del «sì». Ha donato 30 mila franchi al «Comitato economico per l’ID-e svizzera» e ha partecipato attivamente al comitato «Alleanza pro ID-e», nel quale un dirigente ha pubblicamente fatto campagna a favore del progetto. La società di telecomunicazione è però di proprietà della Confederazione (che detiene il 51% delle azioni) ed è da considerare un’azienda vicina allo Stato.
La questione ha acceso subito il dibattito: il comitato «no alla legge sull’ID-e» aveva infatti presentato un ricorso già il 22 settembre, sei giorni prima dell’appuntamento alle urne. Altri ricorsi (da parte dell’Unione democratica federale e dal presidente del movimento Mass-Voll, Nicolas Rimoldi) sono poi seguiti dopo lo scrutinio. Per i ricorrenti, si tratta di una chiara violazione della libertà di voto garantita dalla Costituzione federale. Le aziende vicine alla Confederazione dovrebbero infatti essere tenute a mantenere la neutralità politica e non devono influenzare il processo democratico con interventi di parte.
Prima i Cantoni, poi Losanna
I reclami per chiedere l’annullamento del voto sono stati presentati in vari Cantoni (tra cui Berna e Zurigo), che già in ottobre si sono dichiarati «non competenti in materia». Secondo il diritto vigente, i ricorsi sull’esito di votazioni federali devono essere presentati a un governo cantonale, che poi si dichiara non competente. Solo a quel punto, il dossier può essere portato davanti al Tribunale federale. Questa mattina, i giudici di Mon Repos (nello specifico la prima Corte di diritto pubblico) si chineranno sul caso. E hanno deciso di tenere un’udienza pubblica a Losanna a partire dalle 09.30.
Una prima assoluta
Felix Uhlmann, professore di diritto costituzionale e amministrativo all’Università di Zurigo, all’indomani del voto aveva indicato a Keystone -ATS che i ricorsi avevano reali possibilità di essere accolti. Da un lato per il risultato risicato uscito dalle urne, dall’altro per l’esposizione di Swisscom.
Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale, le aziende vicine alla Confederazione dovrebbero essere «fondamentalmente tenute alla neutralità politica». Le aziende statali possono intervenire nel dibattito pubblico nel caso in cui siano «particolarmente toccate» da un tema in votazione. L’intervento deve però essere oggettivo, proporzionato e trasparente. Un interesse commerciale è sufficiente? Swisscom, che in base al mandato è chiamata a promuovere la digitalizzazione, dall’ID-e trarrebbe infatti un vantaggio: l’acquisto di abbonamenti di telefonia mobile sarebbe semplificata dall’identità elettronica. Oltre a ciò, Swisscom vende anche abbonamenti per servizi di firma digitale legalmente valida. Un portavoce di Swisscom, al portale «20 Minuten», ritiene che il sostegno alla campagna da parte dell’azienda sia stato «trasparente e ponderato».
In caso di accettazione dei ricorsi sull’identità elettronica da parte del Tribunale federale, la votazione dovrà essere ripetuta: sarebbe una prima assoluta in Svizzera. Dal 1848, solo una volta Mon Repos ha annullato una votazione: nel 2019, con l’iniziativa dell’allora PPD sull’imposizione delle coppie sposate, che era stata respinta dal 50,8% dei votanti (e non accettata come nel caso dell’ID-e). Il Governo aveva fornito informazioni errate sul numero di coppie discriminate dal sistema di tassazione (80 mila anziché 450 mila). Il partito aveva però rinunciato a chiedere la ripetizione della votazione, preferendo lanciare un nuovo testo.
