L'intervista

«Il Consiglio federale con sette membri è superato, non siamo più nel 1848»

La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha fatto tappa a Bellinzona - I deputati, giovedì e venerdì scorsi, sono stati accolti da Greta Gysin - Tra una visita a Palazzo delle Orsoline e una al Tribunale penale federale, per l’ecologista ticinese si è trattato dell’ultima seduta da presidente della commissione: dopo due anni, è arrivato il momento di stilare un bilancio
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Luca Faranda
17.11.2025 06:00

La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha fatto tappa a Bellinzona. I deputati, giovedì e venerdì scorsi, sono stati accolti da Greta Gysin. Tra una visita a Palazzo delle Orsoline e una al Tribunale penale federale, per l’ecologista ticinese si è trattato dell’ultima seduta da presidente della commissione. Dopo due anni, è arrivato il momento di stilare un bilancio.

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L’ultima seduta da presidente si è conclusa con una nota amara. L’iniziativa parlamentare dei Verdi che chiedeva di aumentare da 7 a 9 i membri del Consiglio federale (cfr. CdT di sabato) non ha trovato una maggioranza in commissione.
«Sì, è una nota amara perché un Consiglio federale con nove membri sarebbe chiaramente una buona notizia per il Ticino. Tre anni fa, un’iniziativa simile aveva ottenuto una prima approvazione al Nazionale (era poi stata respinta dal Consiglio degli Stati, ndr). È una battuta d’arresto che, secondo me, fa male alla nostra realtà linguistica e culturale».

L’idea di aumentare i membri dell’Esecutivo risale all’inizio del 1900. Solo negli ultimi vent’anni è almeno la quinta volta che la proposta raggiunge Palazzo federale. Nel 2010, anche un’iniziativa cantonale depositata dal Ticino era poi stata respinta. Finora, tutti i tentativi si sono arenati in Parlamento.
«Ma un cambio di sistema ci permetterebbe di applicare finalmente l’articolo 175 della Costituzione («Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate», ndr). Sappiamo che oggi non è così. Dovremo rassegnarci al fatto che probabilmente, quando Ignazio Cassis lascerà il Governo, ci sarà di nuovo un lungo periodo in cui non avremo un rappresentante italofono».

L’idea di aumentare i membri dell’Esecutivo? Un tema su cui insistere

Anche nel 2022, durante la legislatura dell’onda verde una simile iniziativa parlamentare, accolta dal Nazionale, non ha trovato una maggioranza nell’altra Camera. Ha senso insistere su questa proposta?
«È vero, agli Stati le riforme del sistema fanno tendenzialmente più fatica a passare. Ma rimane importante insistere sulla questione: anche per il diritto di voto alle donne non è bastato un solo tentativo. È importante per una questione di rappresentanza territoriale e linguistica, sia di forze partitiche. E permette anche di tematizzare il carico di lavoro che hanno oggi i consiglieri federali. Non è certamente lo stesso dei consiglieri federali del 1848».

A proposito di carico di lavoro: un’altra iniziativa parlamentare dei Verdi, respinta nettamente venerdì dalla commissione, riguardava proprio la possibilità di introdurre il cosiddetto «top-sharing» (ovvero la condivisione del lavoro, o job-sharing, in posizioni di alta responsabilità) all’interno del Consiglio federale. È una proposta un po’ irrealistica?
«Personalmente, comprendo i motivi per cui è stata respinta. Dividere le responsabilità, a certi livelli, è difficile. Ma la si può vedere anche come una proposta un po’ provocatoria. Oggi abbiamo solo 7 “ministri”, mentre altri Paesi ne contano una trentina. Senza arrivare a questi numeri, è opportuno chiedersi se siamo ancora al passo coi tempi. Mantenendo dipartimenti così grandi (in particolare il DATEC di Albert Rösti e il DEFR di Guy Parmelin, ndr) si dà di fatto sempre più potere all’Amministrazione. E lo dimostra anche il numero elevato di segretari di Stato. È chiaro che il capo dipartimento non può seguire in modo dettagliato ogni dossier. Oltre a ciò, e lo si è visto nell’ultima elezione di un consigliere federale (solo Martin Pfister e Markus Ritter si sono candidati, entrambi over-55, ndr), non è facile trovare persone che siano disposte a coprire la carica. La mole di lavoro è immensa, la responsabilità è enorme e il salario, per quanto importante, non è comparabile con funzioni simili nell’economia privata».

Dopo due anni da presidente della Commissione delle istituzioni politiche, in che stato di salute hai trovato la democrazia?
«Credo che la democrazia, oggi, sia veramente sotto pressione. Il nostro è un sistema di successo ma è anche delicato perché si basa molto su regole non scritte e su una cultura politica che non possiamo dare per scontata. Queste regole e tradizioni sono sempre più sotto pressione. Da destra a sinistra dobbiamo rimettere al centro lo spirito del dialogo e della ricerca di soluzioni di compromesso, nel rispetto delle differenti visioni e posizioni politiche. Come politici, dobbiamo cercare di tornare maggiormente al dialogo e meno alla politica urlata, che ci sta portando in una situazione di grande difficoltà. Lo si può vedere bene anche a livello cantonale».

Il reale problema non è tanto la polarizzazione dei contenuti, ma dei modi

La polarizzazione riguarda però tutti, da destra a sinistra.
«Per me il reale problema non è tanto la polarizzazione dei contenuti, ma dei modi. Sono convinta che si possano avere opinioni anche molto distanti, ma avere ottime discussioni, a patto di essere disposti ad accettare che in una democrazia è normale che ci siano opinioni differenti. Bisogna poi essere pronti a cercare insieme delle soluzioni e al momento non è quello che la politica sta facendo».

La commissione è un ambiente chiuso, in cui non si ha visibilità pubblica. Questo favorisce il dialogo?
«Sì, decisamente. È però anche vero che la qualità delle discussioni dipende anche dal tema. Nella Commissione delle istituzioni politiche abbiamo discussioni di altissimo livello quando si parla di istituzioni e di sistema politico. Lì non percepisco polarizzazione. In altri ambiti, in particolare quello dell’asilo, i toni sono altri e non permettono di trovare delle convergenze».

Riavvolgendo il nastro di questi due anni, qual è il bilancio?
«Sono stati due anni molto intensi. Le questioni dell’asilo, il patto sulla migrazione, il caso delle firme falsificate, ma ci hanno occupato anche argomenti che hanno trovato meno spazio sui media: abbiamo iniziato una riforma del nostro sistema elettorale relativo alla ripartizione dei seggi, che oggi favorisce i grandi partiti. Lo stesso vale per la questione delle sotto-liste. Sono discussioni lunghe. Sono però contenta di passare lo scettro. Da presidente devi tenerti un po’ indietro, non puoi partecipare alla discussione come vorresti. Dopo due anni ho proprio voglia di tornare a fare un lavoro di contenuto».