«Il Consiglio federale con sette membri è superato, non siamo più nel 1848»

La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha fatto tappa a Bellinzona. I deputati, giovedì e venerdì scorsi, sono stati accolti da Greta Gysin. Tra una visita a Palazzo delle Orsoline e una al Tribunale penale federale, per l’ecologista ticinese si è trattato dell’ultima seduta da presidente della commissione. Dopo due anni, è arrivato il momento di stilare un bilancio.

L’ultima seduta
da presidente si è conclusa con una nota amara. L’iniziativa parlamentare dei
Verdi che chiedeva di aumentare da 7 a 9 i membri del Consiglio federale (cfr.
CdT di sabato) non ha trovato una maggioranza in commissione.
«Sì, è una nota
amara perché un Consiglio federale con nove membri sarebbe chiaramente una
buona notizia per il Ticino. Tre anni fa, un’iniziativa simile aveva ottenuto
una prima approvazione al Nazionale (era poi stata respinta dal Consiglio degli
Stati, ndr). È una battuta d’arresto che, secondo me, fa male alla nostra
realtà linguistica e culturale».
L’idea di
aumentare i membri dell’Esecutivo risale all’inizio del 1900. Solo negli ultimi
vent’anni è almeno la quinta volta che la proposta raggiunge Palazzo federale.
Nel 2010, anche un’iniziativa cantonale depositata dal Ticino era poi stata
respinta. Finora, tutti i tentativi si sono arenati in Parlamento.
«Ma un cambio di
sistema ci permetterebbe di applicare finalmente l’articolo 175 della
Costituzione («Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono
essere equamente rappresentate», ndr). Sappiamo che oggi non è così. Dovremo
rassegnarci al fatto che probabilmente, quando Ignazio Cassis lascerà il
Governo, ci sarà di nuovo un lungo periodo in cui non avremo un rappresentante
italofono».
Anche nel 2022,
durante la legislatura dell’onda verde una simile iniziativa parlamentare,
accolta dal Nazionale, non ha trovato una maggioranza nell’altra Camera. Ha
senso insistere su questa proposta?
«È vero, agli
Stati le riforme del sistema fanno tendenzialmente più fatica a passare. Ma
rimane importante insistere sulla questione: anche per il diritto di voto alle
donne non è bastato un solo tentativo. È importante per una questione di
rappresentanza territoriale e linguistica, sia di forze partitiche. E permette
anche di tematizzare il carico di lavoro che hanno oggi i consiglieri federali.
Non è certamente lo stesso dei consiglieri federali del 1848».
A proposito di
carico di lavoro: un’altra iniziativa parlamentare dei Verdi, respinta
nettamente venerdì dalla commissione, riguardava proprio la possibilità di
introdurre il cosiddetto «top-sharing» (ovvero la condivisione del lavoro, o
job-sharing, in posizioni di alta responsabilità) all’interno del Consiglio
federale. È una proposta un po’ irrealistica?
«Personalmente,
comprendo i motivi per cui è stata respinta. Dividere le responsabilità, a
certi livelli, è difficile. Ma la si può vedere anche come una proposta un po’
provocatoria. Oggi abbiamo solo 7 “ministri”, mentre altri Paesi ne contano una
trentina. Senza arrivare a questi numeri, è opportuno chiedersi se siamo ancora
al passo coi tempi. Mantenendo dipartimenti così grandi (in particolare il
DATEC di Albert Rösti e il DEFR di Guy Parmelin, ndr) si dà di fatto sempre
più potere all’Amministrazione. E lo dimostra anche il numero elevato di
segretari di Stato. È chiaro che il capo dipartimento non può seguire in modo
dettagliato ogni dossier. Oltre a ciò, e lo si è visto nell’ultima elezione di
un consigliere federale (solo Martin Pfister e Markus Ritter si sono candidati,
entrambi over-55, ndr), non è facile trovare persone che siano disposte a
coprire la carica. La mole di lavoro è immensa, la responsabilità è enorme e il
salario, per quanto importante, non è comparabile con funzioni simili nell’economia
privata».
Dopo due anni da
presidente della Commissione delle istituzioni politiche, in che stato di
salute hai trovato la democrazia?
«Credo che la
democrazia, oggi, sia veramente sotto pressione. Il nostro è un sistema di
successo ma è anche delicato perché si basa molto su regole non scritte e su
una cultura politica che non possiamo dare per scontata. Queste regole e
tradizioni sono sempre più sotto pressione. Da destra a sinistra dobbiamo
rimettere al centro lo spirito del dialogo e della ricerca di soluzioni di
compromesso, nel rispetto delle differenti visioni e posizioni politiche. Come
politici, dobbiamo cercare di tornare maggiormente al dialogo e meno alla
politica urlata, che ci sta portando in una situazione di grande difficoltà. Lo
si può vedere bene anche a livello cantonale».
La polarizzazione
riguarda però tutti, da destra a sinistra.
«Per me il reale
problema non è tanto la polarizzazione dei contenuti, ma dei modi. Sono
convinta che si possano avere opinioni anche molto distanti, ma avere ottime
discussioni, a patto di essere disposti ad accettare che in una democrazia è
normale che ci siano opinioni differenti. Bisogna poi essere pronti a cercare
insieme delle soluzioni e al momento non è quello che la politica sta facendo».
La commissione è
un ambiente chiuso, in cui non si ha visibilità pubblica. Questo favorisce il
dialogo?
«Sì, decisamente.
È però anche vero che la qualità delle discussioni dipende anche dal tema.
Nella Commissione delle istituzioni politiche abbiamo discussioni di altissimo
livello quando si parla di istituzioni e di sistema politico. Lì non percepisco
polarizzazione. In altri ambiti, in particolare quello dell’asilo, i toni sono
altri e non permettono di trovare delle convergenze».
Riavvolgendo il
nastro di questi due anni, qual è il bilancio?
«Sono stati due
anni molto intensi. Le questioni dell’asilo, il patto sulla migrazione, il caso
delle firme falsificate, ma ci hanno occupato anche argomenti che hanno trovato
meno spazio sui media: abbiamo iniziato una riforma del nostro sistema elettorale
relativo alla ripartizione dei seggi, che oggi favorisce i grandi partiti. Lo
stesso vale per la questione delle sotto-liste. Sono discussioni lunghe. Sono
però contenta di passare lo scettro. Da presidente devi tenerti un po’
indietro, non puoi partecipare alla discussione come vorresti. Dopo due anni ho
proprio voglia di tornare a fare un lavoro di contenuto».
