Il summit

Il G7 di Évian interroga Ginevra tra sicurezza e tutela della libertà

In vista del vertice di giugno, la città sul Lemano sarà blindata: previsti controlli alla frontiera e un rafforzamento degli effettivi di polizia – La politica, però, è divisa tra chi chiede di vietare tutte le manifestazioni e chi, invece, pensa che sarebbe controproducente
© KEYSTONE/Martial Trezzini
Matteo Galasso
15.05.2026 06:00

In vista del prossimo vertice del G7 di Évian, dal 10 al 19 giugno Ginevra sarà blindata con un dispositivo di sicurezza straordinario che comporterà da un lato il ritorno dei controlli temporanei alla frontiera con la Francia e dall’altro un rafforzamento degli effettivi di polizia e fino a cinquemila militari in appoggio sussidiario. La decisione, adottata dal Consiglio federale la settimana scorsa su richiesta del Cantone, è giustificata dai precedenti del vertice dell’allora G8 già tenutosi ad Evian nel 2003 e da una situazione geopolitica tesa.

Il piano di sicurezza si articola su due livelli. Da un lato, c’è la trattativa con associazioni e collettivi che vogliono scendere in piazza. Dall’altro, prende forma un apparato su scala nazionale, fondato sulla convenzione intercantonale IKAPOL, sull’impiego dell’esercito a terra, sul Lemano e nello spazio aereo, sulla sorveglianza rafforzata e la chiusura di alcune dogane (sarà autorizzato il transito attraverso soli sette valichi) e sul coordinamento con la Francia attraverso un ambasciatore designato da Berna. Il Servizio comunicazione della polizia ginevrina conferma che le forze municipali saranno poste sotto il comando cantonale per tutta la durata del summit e che potranno essere istituite zone ad accesso regolamentato in modo mirato e temporaneo. La maggior parte della città, assicurano le autorità, resterà accessibile e i servizi essenziali continueranno a funzionare. Una sola domanda di autorizzazione per una manifestazione politica, prevista il 14 giugno, è stata depositata al Dipartimento ed è in corso di esame, mentre contatti regolari proseguono con il collettivo che l’ha presentata. Diversi collettivi potrebbero però tentare di manifestare senza autorizzazione. Sulla valutazione del rischio, la polizia cantonale non si sbilancia. «Il rischio zero non esiste, in particolare in occasione di un evento internazionale suscettibile di generare mobilitazioni», fanno sapere, ricordando che il dispositivo è concepito per anticipare in modo proporzionato l’evoluzione della situazione.

Pareri a confronto

Il deputato liberale radicale Jean-Pierre Pasquier chiede tuttavia una linea molto più rigida. La sua richiesta di vietare tutte le manifestazioni si fonda proprio sull’esperienza del 2003, quando gruppi radicali si infiltrarono nei cortei e devastarono la città, ma anche sui disordini più recenti registrati a Berna, Zurigo e nella stessa Ginevra. A questo si aggiunge il rapporto del Consiglio federale, che indica un peggioramento delle condizioni di sicurezza, con minacce asimmetriche, cyberattacchi e rischi terroristici legati ai grandi raduni. «Il diritto fondamentale alla libertà di espressione è essenziale, ma non è l’unico diritto. Esiste anche il diritto alla sicurezza», sostiene. «Il ruolo principale dello Stato è proteggere la popolazione». Il deputato ha aggiunto che il PLR ha presentato a questo proposito un progetto di legge da discutere in Gran Consiglio.

Il deputato socialista Romain de Sainte Marie chiede invece di garantire il diritto di manifestare attraverso un percorso negoziato con gli organizzatori, perché un divieto generale rischierebbe di produrre mobilitazioni non autorizzate, più difficili da controllare e potenzialmente più violente. «Vietare le manifestazioni può produrre più violenza», avverte. «Sindacati, associazioni e collettivi devono poter manifestare. Il pericolo non viene da loro». La via indicata dai socialisti è proprio quella di un’autorizzazione costruita insieme alla città e con i promotori, con itinerario e regole condivise.

Ancora aspetti da chiarire

Su alcuni punti, però, i due deputati convergono. Entrambi riconoscono la portata eccezionale dell’evento e la necessità di un dispositivo rafforzato, sostenuto da un coordinamento da parte delle autorità, che sia all’altezza della sfida. Entrambi accettano il principio che il diritto di manifestare possa subire restrizioni proporzionate. La distanza più dura riguarda invece il giudizio sull’Esecutivo cantonale. «Il Consiglio di Stato non sta lavorando bene», attacca Pasquier. «La popolazione ha pochissime informazioni. La comunicazione è del tutto insufficiente. Le piccole imprese non sanno se dovranno proteggere vetrine e negozi, né chi pagherà eventuali danni». Attualmente si sta esaminando un meccanismo di sostegno alle imprese in caso di danneggiamenti. De Sainte Marie, pur valutando corretta la gestione logistica, riconosce che a un mese e mezzo dall’evento «molti aspetti sembrano ancora in fase di negoziazione» e contesta l’ampiezza delle restrizioni previste tra il 1. e il 28 giugno, perché rischiano di incidere anche su appuntamenti culturali, sportivi e festivi estranei al summit. Proprio su questo punto, il Cantone ha precisato che il divieto temporaneo riguarderà soltanto le manifestazioni di forte impatto sul demanio pubblico nel centro cittadino, lasciando fuori gli appuntamenti già programmati, dal Bol d’Or du Léman alla Fête de la musique fino alle feste delle scuole.

Resta il nodo politico più delicato, quello del confine fra prevenzione e compressione delle libertà. La decisione sulle manifestazioni diventa così il punto in cui si misurerà la capacità del Cantone di conciliare sicurezza pubblica e diritti fondamentali, senza trasformare la prudenza in divieto preventivo né sottovalutare i rischi legati al vertice. La Polizia rinvia alla valutazione delle domande caso per caso, fino all’eventuale rifiuto quando i rischi non consentano uno svolgimento compatibile con il quadro legale. Mentre il Gran Consiglio terrà a fine mese una seduta speciale sul progetto di legge dedicato alle manifestazioni durante il summit.