La firma sui Bilaterali III «porta vantaggi reciproci»

«Vicini per geografia, ma partner per scelta». Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha ricevuto a Palazzo Berlaymont il presidente della Confederazione elvetica Guy Parmelin per la cerimonia di firma del nuovo pacchetto di accordi di stabilizzazione e sviluppo delle relazioni, anche noti come “Bilaterali III”. Lo ha fatto in una Bruxelles quasi primaverile, con la bandiera svizzera che - da protocollo per le visite ufficiali - svettava alta accanto alla parata di vessilli dell’UE all’esterno del quartier generale della Commissione, il “governo” dell’Unione. Cinque anni dopo aver comunicato la scelta di Berna di abbandonare i negoziati per la finalizzazione di un accordo quadro istituzionale, è toccato di nuovo a Parmelin recarsi nella capitale delle istituzioni dell’UE, stavolta con un messaggio di segno opposto, per indicare che «la fiducia reciproca è stata ristabilita». Un’ironia della sorte, per di più per un esponente dell’UDC, la formazione che giudica il pacchetto un «trattato di sottomissione ». Il presidente della Confederazione, però, non si è sbottonato e ha assicurato di indossare a Bruxelles le vesti di rappresentante del Consiglio fe derale, esattamente come nel 2021. Stavolta, tuttavia, per mettere il sigillo su «un insieme di accordi bilanciati, pragmatici e reciprocamente vantaggiosi». I “Bilaterali III” aggiornano intese già vigenti sulla partecipazione al mercato unico (dal trasporto aereo e terrestre alla valutazione di conformità dei prodotti, fino alla libera circolazione delle persone) e sui pagamenti per la coesione, e ne prevedono di nuove per allargare la cooperazione a energia elettrica, sanità e sicurezza alimentare. Il governo federale li ritiene «un motore di prosperità, lavoro e stabilità», in grado di creare opportunità per cittadini e imprese, ha aggiunto Parmelin. «Rappresentano un equilibrio equo tra i nostri interessi », gli ha fatto eco von der Leyen, determinata a mostrare che «in un contesto volatile, l’UE è e rimarrà un partner affidabile e prevedibile».
Il Buy European
È la carta del “momento geostrategico” esibita da un’Europa che prova a fare i conti con l’instabilità causata dall’alleato americano, a fare fronte comune e a concentrarsi sul rilancio della competitività dell’industria continentale. Compresa quella elvetica, dopo i ferri corti dei mesi scorsi per via della mancata esclusione della siderurgia elvetica dai dazi in arrivo sull’acciaio extra-UE. Rispondendo a una domanda, la presidente della Commissione ha infatti assicurato che «non è nel nostro interesse non includere la Svizzera» nel nuovo schema del “Buy European”, il provvedimento di sostegno alla manifattura dell’UE che l’esecutivo da lei guidato, dopo una serie di rinvii, dovrebbe finalmente presentare domani. In concreto, si prevederanno delle clausole di preferenza per ciò che è “Made in Europe” negli appalti pubblici considerati strategici; una mossa che ha già fatto infuriare Washington. Definire cosa si possa considerare europeo a tal fine ha occupato buona parte del dibattito delle ultime settimane, stretto tra una definizione minimalista e una più ampia che includerebbe anche Svizzera e Regno Unito. Che questa sia una priorità per Berna lo aveva già lasciato intendere il consigliere federale nel suo intervento: «Riteniamo che la Confederazione debba esser parte di tutte le soluzioni che hanno l’obiettivo di rafforzare la competitività e la resilienza dell’Europa».
«Il percorso non è concluso»
Seduti a un tavolo allestito nella sala protocollare di Palazzo Berlaymont, i due presidenti hanno impiegato svariati minuti per firmare le 17 intese settoriali e la dichiarazione congiunta che compongono il pacchetto. Ma «questa non è la conclusione del percorso», ha avvertito Parmelin. E infatti, l’accordo non si applicherà provvisoriamente. Per la piena esecuzione bisognerà aspettare il completamento delle procedure interne alla Svizzera con il passaggio prima alle Camere federali (l’avvio della consultazione è atteso questo mese) e quindi il possibile referendum popolare, sul cui esito favorevole von der Leyen si è detta ottimista. Nelle more, probabilmente entro la fine di quest’anno, dovrà dire la sua anche il Parlamento europeo. Sottoscritta a novembre, solo l’associazione ai programmi simbolo dell’UE come Erasmus+ e Horizon Europe è già effettiva, e lo sarà fino al 2028. «Al più tardi» per quella data, l’UE vorrebbe vedere i “Bilaterali III” in vigore. In attesa della ratifica, gli ostacoli rimangono in agguato. Tra questi, l’iniziativa popolare dell’UDC volta a limitare l’immigrazione e a fissare un tetto di 10 milioni alla popolazione residente prima del 2050, al voto il 14 giugno. Un’eventuale vittoria del sì «non avrebbe effetti diretti sul pacchetto» e non comporterebbe uno stop all’accordo sulla libera circolazione delle persone che è parte dei “Bilaterali III”, ha affermato Parmelin. A Bruxelles, però, restano cauti sul punto e sulle possibili implicazioni. «Siamo fiduciosi che la Svizzera rispetterà i suoi obblighi internazionali verso l’UE», ha tagliato corto von der Leyen: «Vogliamo relazioni che guardino avanti e non indietro».