La frana che scosse la Bregaglia: al via il processo dopo nove anni

Sono circa le 09.30 del mattino del 23 agosto 2017. Oltre tre milioni di metri cubi di roccia si staccano dal Pizzo Cengalo, in Val Bregaglia, dando origine a una colata detritica che raggiunge il villaggio di Bondo, che sfugge per poco alla distruzione. Si tratta di una delle più grandi frane registrate in Svizzera negli ultimi 130 anni. Otto persone - quattro tedeschi, due austriaci e due svizzeri - risultano disperse: si trovavano lungo un sentiero escursionistico proprio nei pressi del Pizzo Cengalo, in Val Bondasca. Non sono mai state ritrovate.
Omicidio colposo plurimo
A nove anni e un giorno dal disastro si sta per aprire una nuova pagina: quella giudiziaria. A partire da lunedì, infatti, cinque persone andranno a processo al Tribunale regionale Maloja: dovranno rispondere di omicidio colposo plurimo. Il dibattimento, previsto su tre giorni e che dovrebbe concludersi mercoledì, si terrà per motivi di spazio al centro congressi Rondo a Pontresina.
Sul banco degli imputati
Gli imputati sono due funzionari dell’Ufficio cantonale per le foreste e i pericoli naturali, un geologo esterno e due rappresentanti del Comune di Bregaglia, fra cui l’ex sindaca e attuale consigliera nazionale grigionese Anna Giacometti (PLR).
Ma cosa è successo? Nelle 12 pagine dell’atto d’accusa, la Procura si concentra soprattutto sulle due settimane che hanno preceduto la frana del 23 agosto 2017. In particolare, si dovrà valutare l’operato e le valutazioni delle autorità di fronte all’imminente pericolo di crolli. La decisione di non chiudere i sentieri fu davvero un «rischio inaccettabile»? Secondo la Procura i cinque imputati avrebbero dovuto riconoscere le «numerose avvisaglie» che annunciavano la frana. Gli esperti avrebbero dovuto raccomandare ulteriori misure e il Comune attuarle. Fra queste, si cita la chiusura preventiva dei sentieri verso la Val Bondasca.
14 giorni sotto la lente
Per la Procura di Coira, che ha preparato un atto d’accusa di 12 pagine, c’è un periodo ben definito per valutare la responsabilità penale della frana, ovvero l’intervallo fra il 10 e il 23 agosto 2017. Fino al giorno prima, la stima per una possibile frana era compresa fra 1 e 30 anni. Il 10 agosto il geologo esterno rapportò a uno dei due funzionari cantonali, che le misurazioni tramite radar mostravano un aumento della massa instabile. Un totale di 5-6 milioni di metri cubi di roccia: i segnali indicavano l’imminenza di una frana di grandi dimensioni. Per questi motivi il geologo raccomandò di vietare temporaneamente l’accesso alla Val Bondasca e di rilasciare un divieto di soggiorno nei maggesi. Misure definite da lui come «sensate». Le informazioni vennero condivise con entrambi i funzionari cantonali e prima di raccomandare delle misure al Comune, decisero di valutare la situazione più da vicino. Decisioni che vennero comunicate per telefono anche all’impiegato del Comune di Bregaglia e alla sindaca, Anna Giacometti. Il 12 agosto un funzionario cantonale, il geologo e il rappresentante del Comune sorvolarono il Pizzo Cengalo. Quel giorno, secondo l’atto d’accusa, la situazione era «molto tranquilla». Per questo motivo i responsabili decisero di effettuare ulteriori misurazioni solo il primo settembre. Il 14 agosto ebbe luogo un incontro presso la sede del Comune di Bregaglia a Promontogno. L’atto d’accusa riporta le notizie agli atti.
La crepa sulla cima del Pizzo Cengalo si era allargata di dieci centimetri rispetto alle misurazioni fatte nel luglio 2016. Il volume della massa instabile era passato da 3,7 a 5 milioni di metri cubi. Quell’anno, il guardiano della capanna Sciora, che osservava e prendeva nota dei vari scoscendimenti, aveva registrato 30 frane dal 24 giugno. L’Ufficio cantonale delle foreste e i pericoli naturali e il geologo esterno consigliarono di mantenere le misure di sicurezza decise nel 2015 - ovvero dei cartelloni indicanti il pericolo affissi lungo le strade d’accesso alle capanne - e tenere aperta la Val Bondasca. I rappresentanti dell’amministrazione comunale presenti approvarono la proposta. Il 21 agosto il geologo esterno ricevette dal gerente della capanna i dati attuali. Una frana era imminente, ma considerate le dimensioni del distacco non erano necessarie misure ulteriori. La mattina del 23 agosto, infine, 3,1 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal Pizzo Cengalo.
Rinvii e colpi di scena
Lunedì, a Pontresina, inizia il processo. Perché ci sono voluti nove anni e un giorno dal disastro per arrivare in aula? La strada è contorta. Le indagini vengono avviate già in quei giorni, ma per l’apertura di un’inchiesta penale da parte della procura bisognerà attendere fino a giugno 2018. L’anno successivo, nel giugno 2019, c’è il decreto di abbandono, sulla base di un rapporto dell’Ufficio per le foreste e i pericoli naturali dei Grigioni. La frana, per gli esperti, non era prevedibile. Una conclusione a cui giunge nel gennaio 2020 (in seguito a un ricorso presentato dall’avvocato dei parenti degli otto dispersi) anche il Tribunale cantonale dei Grigioni.
L’ultima istanza, il Tribunale federale, cambia invece le carte in tavola. Nel gennaio del 2021 accoglie il ricorso dei parenti delle vittime: la procura deve riaprire il caso: il parere dei funzionari dell’Ufficio per le foreste e i pericoli naturali dei Grigioni (che avevano scritto un rapporto di 73 pagine) non è sufficiente per un’archiviazione.
Oltre a ciò, la relazione dei funzionari retici - secondo i giudici di Mon Repos - coinvolgeva varie persone che potevano essere (o sono) poste sotto accusa nell’ambito di un procedimento penale. Pertanto, serve una nuova perizia.
Gli indagati
L’incarico viene assegnato al geologo vodese Thierry Oppikofer, che nella sua relazione - pubblicata nel dicembre del 2023 - critica l’operato delle autorità: a suo avviso, avevano corso un «rischio inaccettabile» decidendo di non chiudere in anticipo i sentieri escursionistici.
Appena un mese più tardi, a fine gennaio 2024, la Procura grigionese informa che cinque persone risultano indagate in relazione alla frana del Pizzo Cengalo. Sono proprio le cinque che dovranno rispondere delle accuse a partire da lunedì prossimo.
Conflitti di interesse
Negli ultimi due anni e mezzo, il procedimento è slittato a più riprese per vari motivi. Non da ultimo per possibili conflitti di interesse. Due membri del Tribunale regionale di Maloja hanno infatti rinunciato già nel 2024 a partecipare al procedimento giudiziario.
Da ricerche della RSI era emerso che il presidente della Corte regionale era Franco Giacometti, cugino dell’ex sindaca di Bregaglia. Non solo. Era presidente del PLR locale proprio nel periodo in cui Anna Giacometti guidava l’Esecutivo comunale. Un’altra figura del tribunale, la giudice Rosita Fasciati (PLR), era legata ad Anna Giacometti da una stretta amicizia di lunga data e faceva anche parte del Municipio di Bregaglia quando avvenne la frana. Il processo è poi slittato per due volte consecutive. Tra due giorni si arriva in aula.
