Ticino-Berna

La lettera a Guy Parmelin non è piaciuta: «Oltre che inutile, è controproducente»

La deputazione ticinese alle Camere federali critica la mossa del Governo cantonale – Storni: «Non andava spedita, è vittimismo» – Farinelli: «La prossima missiva che verrà inviata sarà classificata come la solita lamentela» – Chiesa: «Di certo la credibilità non aumenta»
©PABLO GIANINAZZI
Luca Faranda
23.09.2026 06:00

In questi giorni il presidente della Confederazione Guy Parmelin si trova a New York per rappresentare la Svizzera all’apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Con tutta probabilità, avrà poco tempo per pensare ai malumori del Consiglio di Stato ticinese. A Berna c’è però chi storce il naso per l’iniziativa del governo cantonale: è la deputazione ticinese alle Camere federali. «Quella lettera a Parmelin non andava spedita, non era opportuno», critica senza giri di parole il consigliere nazionale socialista Bruno Storni, presidente della deputazione.

«Non eravamo informati»

«Chiaramente noi non possiamo impedire al Consiglio di Stato di esprimersi, ma sarebbe stato forse meglio che ci informassero prima di un atto del genere», spiega il deputato. La deputazione, infatti, non era stata informata dei piani del Governo ticinese.

Per Storni, inoltre, l’immagine che emerge del Ticino a Berna - con iniziative di questo genere - «è quella di un Cantone un po’ litigioso. Un Ticino che rivendica e che critica sempre quello che la Confederazione fa o non fa nei suoi confronti. C’è un po’ di vittimismo. Non siamo mai contenti di quello che viene fatto».

Né scandalosa, né offensiva

Dello stesso avviso anche Alex Farinelli (PLR), vicepresidente della deputazione. «Bisogna prendere anche il contesto. Il Presidente della Confederazione, nell’ambito di una lunga intervista, a una domanda che toccava le entrate del Canton Ticino si è permesso di far notare che, oltre alle entrate, bisogna valutare anche come si spendono i soldi. Ora, non mi sembra una dichiarazione né scandalosa né offensiva», tiene a precisare Farinelli, secondo cui «non era necessario che il Consiglio di Stato scrivesse una lettera al Presidente della Confederazione». Anche perché all’atto pratico «rischia di far sì che domani, quando si scriverà magari su un tema ben più importante, la lettera che verrà scritta verrà classificata come la solita lamentela cantonticinese. Questa lettera, oltre che inutile, rischia anche di essere controproducente», deplora Farinelli.

Un ufficio postale a Palazzo

«Il problema - aggiunge il deputato PLR - è che noi dovremmo imparare che quando ci rapportiamo con Berna dobbiamo cercare di farlo nella maniera più mirata possibile, quando conta davvero. E non semplicemente manifestarci ogni volta che in qualche modo ci sentiamo toccati. Perché non funziona così la Berna federale. Se 26 Cantoni scrivessero lettere a Berna per ogni cosa, avremmo un ufficio postale a Palazzo federale».

Sindrome di Calimero

Pure Farinelli è dell’idea che il Consiglio di Stato avrebbe potuto consultare la deputazione, «anche solo per capire le varie sensibilità a Berna. Ma penso che la deputazione, in maniera unanime, avrebbe consigliato al Governo di lasciare perdere questa lettera che veramente non serve a nulla».

Difficilmente la deputazione riesce a trovare un punto d’incontro sui vari temi. Qui, però, c’è compattezza. Anche il «senatore» Marco Chiesa (UDC) si dice critico sulla lettera. «Di certo non aumenta la credibilità del Canton Ticino», afferma l’attuale presidente dell’UDC cantonale. «Così come questa attitudine non aiuta», aggiunge Chiesa, parlando di «sindrome di Calimero».

La perequazione

Entrando nel merito della questione, in particolare sulla questione della perequazione, il Consiglio di Stato ha più volte criticato il Consiglio federale di non voler procedere ad accorgimenti nella ridistribuzione fra Cantoni. Il problema, però, è che non riguarda (solo) Berna.

Facciamo un passo indietro. Bellinzona critica da tempo il sistema di calcolo, che rende iniquo il computo del reddito dei frontalieri. La modifica posta in consultazione – sostenuta dalla maggioranza dei Cantoni – verteva sull’introduzione di un nuovo meccanismo per la ponderazione del reddito di questi lavoratori nel potenziale delle risorse. Un cambio del sistema porterebbe nelle casse del Cantone nove milioni di franchi supplementari all’anno (a titolo di confronto, nel 2027 il Ticino dovrebbe ricevere circa 112 milioni). L’attuazione di eventuali modifiche non sarà però fatta prima del 2030, in coincidenza con la revisione generale del sistema perequativo. Colpa del Consiglio federale? Non proprio. Si tratta di una volontà espressa dalla stragrande maggioranza dei Cantoni, all’interno della Conferenza dei Governi Cantonali (CdC). Berna ne ha preso atto.

Almeno 18 Cantoni

Per la Conferenza dei Governi Cantonali, «le modifiche sostanziali a questo sistema di perequazione devono essere apportate esclusivamente sulla base di una visione d’insieme nell’ambito dei rapporti sull’efficacia», aveva spiegato la CdC al Corriere del Ticino negli scorsi mesi, ricordando anche che questa posizione è stata sostenuta da almeno 18 Cantoni. «La CdC ha ribadito questo principio nella sua assemblea plenaria del 12 giugno 2025 e lo ha confermato nuovamente in modo esplicito nella sua assemblea plenaria del 19 dicembre 2025». Berna, dunque, intende seguire la volontà della stragrande maggioranza dei Cantoni e non mettere mano in anticipo al sistema perequativo. Per questo motivo, Guy Parmelin (a Endorfine) e Karin Keller-Sutter (negli incontri avvenuti negli scorsi mesi con le autorità ticinesi) hanno più volte invitato il Consiglio di Stato ad attivarsi nelle sedi opportune. Ovvero proprio la Conferenza dei Governi Cantonali.

«A mio modo di vedere, è stato scorretto dipingere il Consiglio federale come colui che non voleva procedere a una tale modifica», sottolinea Chiesa, che critica anche l’agire del Consiglio di Stato sul blocco dei ristorni dovuto alla controversa tassa sulla salute italiana (per Berna è una tassa, per il Ticino un’imposta). «Ci sono battaglie sulle quali è giusto combattere, altre in cui magari bisognerebbe stare un po’ più in trincea».