«La logica della forza non è nuova, ma l’arroganza indebolirà gli USA»

«Il mondo è cambiato». E ancora: «Siamo entrati in una nuova era in cui vale solo la legge del più forte». Lo hanno ripetuto, senza mezzi termini, tutti e tre i consiglieri federali nel corso del WEF, segnato dall’intervento spavaldo di Donald Trump. Il quale ha attaccato, senza remore, i suoi alleati e deriso la Svizzera «in maniera inaccettabile». In questo nuovo mondo, «dove si applica solo la legge del pugno», qual è il posto della Svizzera? Ne parliamo con Sacha Zala, storico, professore all’Università di Berna e direttore del centro di ricerca Dodis.
Professor Zala, iniziamo dall’attacco frontale di Trump nei confronti della Svizzera. Esistono dei precedenti?
«Innanzitutto, mi lasci dire una cosa: si è parlato di “cesura” e di “nuova era”, ma dal profilo storico è fuorviante. Vedremo più avanti perché. Quanto ai precedenti, nelle relazioni diplomatiche svizzere non mi vengono in mente altri esempi di comportamenti così imbarazzanti. Occorre tuttavia precisare. Nella storia non sono mai mancati leader arroganti o provocatori: pensiamo a Napoleone, a Guglielmo II, a Mussolini, a Krusciov - celebre per la scarpa battuta sul tavolo all’ONU - o, in tempi più recenti, a Berlusconi. La differenza fondamentale, oggi, non sta tanto nella personalità dei leader, quanto nel ruolo dei media. La comunicazione è diventata istantanea, globale e permanente. In passato, gesti simili li conoscevamo solo attraverso i resoconti della stampa, se questa li riportava. Questo ha trasformato profondamente il comportamento politico, che è diventato sempre più performativo e personale».
Parlare di «nuova era» improntata alla «politica di potenza» – come ha fatto Karin Keller- Sutter – quindi, secondo lei, è fuorviante?
«Ogni generazione ha l’impressione di trovarsi di fronte a problemi nuovi, dinanzi a una svolta epocale. In realtà, la politica di potenza – ossia la legge del più forte – non rappresenta affatto una novità storica: è una costante. Ciò che è davvero nuovo è il modo in cui tutto ciò viene comunicato e percepito. La legge del più forte è sempre valsa, semplicemente in forme diplomaticamente più raffinate e sottili. Non siamo ancora in una “nuova era”. Già durante la Guerra fredda, per esempio, la logica della forza degli USA dominava, anche se mascherata dalla diplomazia. Che non è l’arte della buona educazione: è l’arte di raggiungere i propri interessi senza umiliare l’avversario. E questo genera stabilità. L’arroganza, al contrario, tende a produrre resistenza, coalizioni avverse e instabilità. E soprattutto: a sopravvalutare le proprie forze».
Trump, quindi, sta sbagliando strategia? Oppure ci sono circostanze esterne che lo obbligano, in qualche modo, ad alzare la voce, a mostrare i muscoli?
«Ho l’impressione che questa politica, fatta di pressioni brutali, possa forse produrre risultati immediati a breve termine, ma nel lungo periodo rende gli Stati Uniti più deboli e più soli. Anche sul piano militare, dubito che gli USA abbiano davvero la capacità di controllare in maniera diretta l’intero emisfero occidentale. Storicamente, è stata la diplomazia a permettere agli Stati Uniti di esercitare la propria egemonia a costi relativamente bassi. Abbandonare questo strumento significa aumentare i costi politici, economici e strategici del potere. Dal punto di vista europeo, trovarsi di fronte a un partner erratico e imprevedibile induce inevitabilmente a un riorientamento. Un esempio molto significativo è il Canada: tradizionalmente stretto alleato degli Stati Uniti, sta ora cercando con determinazione nuovi accordi e nuove alleanze nel resto del mondo. Ciò potrebbe accadere ad altri partner storici di Washington».
Storicamente mi sono fatto questa idea, ossia che le grandi potenze alzano la voce nei momenti di transizione, prima e dopo una guerra. Le sembra plausibile?
«Condivido. Tuttavia, occorre tornare al concetto iniziale. Rispetto al passato la comunicazione è cambiata radicalmente e con essa il ruolo dei media. Questo è il vero fattore nuovo. Si possono quindi fare due letture: Trump è un genio che ha compreso perfettamente questo nuovo contesto comunicativo e lo sfrutta abilmente? Oppure siamo di fronte a un capo di Stato con gravi problemi caratteriali, il cui comportamento non è tattico, ma solo espressione della sua personalità? Non abbiamo una risposta definitiva. Con Trump, però, il problema non è solo comunicativo: conta anche ciò che fa concretamente, incluso lo smantellamento di procedure e istituzioni negli Stati Uniti. Riassumendo: la logica egemoniale non è nuova, semmai è nuovo il contesto mediatico».
Quali sono i rischi per un piccolo Paese come la Svizzera, che ha costruito la propria credibilità internazionale sul rispetto delle regole e sul funzionamento del multilateralismo?
«Premessa: la Svizzera è piccola solo geograficamente e dal punto di vista militare, ma non lo è affatto sul piano economico. È una potenza di prim’ordine. Tuttavia, continuiamo a percepirci come piccoli. Di fronte ai rischi, il vero problema è che non sappiamo mai come evolveranno gli eventi: non esistono ricette sicure. La Bulgaria, ad esempio, è quasi tre volte più grande della Svizzera, ma ha un peso economico circa otto volte inferiore a quello svizzero. In quanto membro dell’UE e della NATO, non deve però confrontarsi con le stesse sfide della Svizzera, poiché è inserita in un assetto politico e in un sistema di alleanze più ampio».
Se comprendo bene il suo discorso, la vera questione è la Svizzera nei suoi rapporti con l’Europa, in particolare rispetto alla neutralità?
«Certamente. La neutralità può essere, in certe situazioni, una strategia efficace. Lo è stata, ad esempio, durante la Seconda guerra mondiale. Ma bisogna essere molto cauti. Prendiamo il Belgio, un Paese comparabile alla Svizzera: neutrale nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, è stato invaso entrambe le volte. Nel 1949 entra direttamente nella NATO, traendo la conclusione che la neutralità non lo ha protetto. La Svizzera, invece, è stata risparmiata e ne ha tratto l’idea opposta: che la neutralità funzioni. Se la Svizzera fosse stata invasa anche solo una volta, oggi probabilmente penseremmo il contrario. Il problema delle “ricette” è proprio questo: giudichiamo le strategie conoscendo già l’esito della storia. Se si è certi di non essere invasi, si può giocare tra i blocchi; se invece l’invasione si materializza, si capisce che occorre cercare protezione in un’alleanza. Ma nel presente non sapremo mai come andrà a finire».
Lo «strappo» consumato con gli Stati Uniti, esplicitato dalle parole di Cassis, potrebbe spingere la Svizzera ad avvicinarsi all’Europa?
«Difficile da dire. Gli USA rappresentano una potenza “inaggirabile”, per riprendere le parole di Parmelin, pensiamo solo al mercato e a ciò che rappresenta per l’economia svizzera. Del resto, in passato la Svizzera ha vissuto altre crisi diplomatiche, per esempio con la Cina, ma questo non ha impedito di continuare i rapporti commerciali con Pechino. Di certo, possiamo immaginare l’impatto che questa crisi con gli USA avrà sull’Unione europea».
In che senso?
«Storicamente quando un’istituzione o una costruzione politica viene aggredita dall’esterno, questa tende per reazione ad accelerare i propri processi di integrazione interna. L’abbiamo visto nella stessa storia svizzera. Il nuovo Stato federale del 1848 era una costruzione fragilissima: i cantoni conservavano ampie competenze ed erano molto riluttanti a centralizzare i poteri. Poi arriva la crisi di Neuchâtel del 1856, quando il re di Prussia rivendica diritti dinastici sul Principato di Neuchâtel. La reazione svizzera è fortissima: viene rieletto il generale Dufour, si mobilizzano due divisioni, e si sviluppa un forte sentimento nazionale. Da storico, mi aspetto che più intensa sarà la pressione esterna, più accelerato sarà il processo di integrazione europea».
Di fronte a un’Europa più forte e a un’America più lontana, la Svizzera dove si posizionerà?
«Durante la Guerra fredda la logica bipolare ha consentito alla Svizzera di eludere questa domanda: lo Stato neutrale, collocato tra due blocchi, poteva trarne vantaggi. Oggi, invece, la domanda non è più eludibile. Il mio centro di ricerca ha pubblicato documenti del Dipartimento militare del 1992, allora guidato da Kaspar Villiger, sulla cosiddetta “capacità di difesa autonoma”. Il rapporto nasceva nel contesto della Guerra del Golfo, quando le immagini dei bombardamenti di precisione americani resero evidente che l’esercito svizzero non era più adeguato ai nuovi tipi di conflitto. Nei documenti si legge chiaramente che, qualora la Svizzera non fosse più in grado di difendersi da sola, la neutralità si trasformerebbe in una minaccia per la sicurezza del Paese. Questo è scritto nero su bianco. Un diplomatico del Dipartimento degli Affari esteri annotò allora che, se i generali arrivassero a una simile conclusione, qualcuno dovrebbe dirlo apertamente al popolo. Ma da allora, nessuno lo ha fatto. La questione diventa quindi cruciale: se fossimo certi che non ci sarà una guerra, potremmo continuare a muoverci tra i blocchi con una certa ambiguità. Ma se una guerra dovesse scoppiare, le condizioni cambierebbero radicalmente. Soprattutto oggi che la guerra non si combatte più solo con carri armati e truppe, ma con strumenti a-territoriali: cyberattacchi, guerre ibride, pressioni economiche e tecnologiche».
Torniamo alla neutralità…
«Sì, alla neutralità e ai rapporti con l’UE e con la NATO. Svezia e Finlandia hanno risposto chiaramente alla domanda sulla sicurezza nel nuovo contesto internazionale. Detto questo, esistono differenze fondamentali tra loro e la Svizzera. Svezia e Finlandia hanno la Russia alle proprie frontiere e sono Stati nazionali classici. La Svizzera, invece, non è uno Stato nazionale nel senso tradizionale: è una confederazione di lingue, culture e religioni diverse. La sua identità nazionale si è costruita proprio attorno alla neutralità. Che in Svizzera non è stata principalmente uno strumento di politica estera, ma soprattutto uno strumento di politica interna: ha funto da collante nazionale e da narrazione identitaria. Il problema è che questa funzione interna della neutralità, importantissima per la coesione del Paese, rischia oggi di produrre risposte sbagliate alla domanda fondamentale: quali sono i veri interessi della Svizzera in materia di sicurezza?»
