Energia

La porta del nucleare è sempre più aperta

Il Consiglio federale ha reso noto che le centrali di Gösgen e Leibstadt potrebbero rimanere in esercizio fino a 80 anni. Il dibattito si allarga: a giugno il Nazionale discuterà la revoca del divieto di costruire nuovi impianti
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Luca Faranda
14.05.2026 20:00

Lunga vita all’atomo. O meglio, fino a circa ottant’anni. È questa la possibile durata di vita delle centrali nucleari di Gösgen e Leibstadt. Non solo ciò sarebbe tecnicamente possibile, ma anche redditizio. A confermarlo è un rapporto adottato ieri dal Consiglio federale, che rilancia così il dibattito sul nucleare già avviato dall’iniziativa popolare «Stop al blackout».

Pianificazione da rivedere

Facciamo un passo indietro, partendo dal disastro di Fukushima nel 2011. Sull’onda lunga di questo incidente, il popolo (con il 58,2% dei voti) aveva approvato nel 2017 la Strategia energetica 2050, vietando la costruzione di nuove centrali nucleari e chiudendo di fatto la porta all’atomo. Tuttavia, questa porta ora è solo socchiusa, poiché tutto è stato rimesso in discussione. «La Strategia energetica 2050 è stata sviluppata sulla base di ipotesi errate e non è quindi adatta a garantire il futuro approvvigionamento elettrico», aveva criticato l’ex presidente del PLR, il «senatore» argoviese Thierry Burkart, che attraverso un postulato ha chiesto al Governo di valutare la «continuazione dell’esercizio delle centrali nucleari attuali».

Oggi, in Svizzera ci sono quattro centrali nucleari: Beznau I e II, Leibstadt (tutte nel canton Argovia) e Gösgen (Soletta), mentre quella di Mühleberg (Berna) è in fase di smantellamento. L’impianto era attivo dal 1972, ma l’azienda che gestiva la centrale (la BKW Energie) ha «staccato la spina» alla fine del 2019. Il sito verrà sgomberato da tutto il materiale radioattivo entro il 2031. Anche le altre quattro centrali ancora attive hanno già una data di disattivazione prevista: Beznau I e II nel 2033, Gösgen nel 2039 e infine Leibstadt nel 2044. Tuttavia, non è detta l’ultima parola.

Finché la sicurezza è garantita

In realtà, infatti, nessuna delle quattro centrali attive in Svizzera ha una «data di scadenza». Gli impianti dispongono di autorizzazioni di esercizio a tempo indeterminato e possono rimanere in funzione fintantoché la loro sicurezza è garantita, ricorda il Consiglio federale nel rapporto, precisando che «tutte le centrali nucleari svizzere presentano un buon livello di sicurezza nel confronto internazionale».

Le aziende elettriche che gestiscono le centrali nucleari prevedono una durata di esercizio (tecnicamente e finanziariamente sostenibile, considerando anche gli investimenti necessari) di circa 60 anni. Mercoledì, però, qualcosa si è mosso.

Esclusi i sostegni statali

«Il Consiglio federale giunge alla conclusione che un esercizio a lungo termine fino a un massimo di 80 anni delle centrali nucleari di Gösgen e Leibstadt è tecnicamente possibile e quasi sempre anche redditizio», scrive il Governo nel rapporto adottato ieri proprio in risposta al postulato di Thierry Burkart. Dall’analisi emerge che Gösgen - investimenti e condizioni quadro permettendo - potrebbe restare attiva fino al 2059, mentre alla centrale di Leibstadt si potrebbe proseguire l’attività fino al più tardi al 2064. Al momento sono tuttavia esclusi sostegni statali per l’esercizio a lungo termine. Già oggi, le quattro centrali nucleari ancora in funzione in Svizzera sono state finanziate esclusivamente con capitali privati e attualmente il loro esercizio è redditizio, ricorda l’Esecutivo. Ciò anche perché gli investimenti (stimati tra 700 milioni e 1,2 miliardi di franchi) possono essere ammortizzati e la sostituzione di elementi chiave - come il contenitore del reattore - non è «né necessaria né prevista per un esercizio a lungo termine fino a un massimo di 80 anni». Tuttavia, nell’analisi non viene affrontata la questione (tuttora irrisolta) dello smaltimento delle scorie radioattive.

L’apertura dell’Esecutivo

Il rapporto, è bene ricordare, si concentra sulle sole centrali di Gösgen e di Leibstadt. Eppure, apre la strada a un’alternativa. Ovvero alla costruzione di un nuovo impianto, oggi vietata per legge. «L’importanza di una nuova centrale nucleare diventa ancora più evidente in caso di un potenziamento insufficiente delle energie rinnovabili o dell’insorgere di una penuria di energia elettrica dovuta ad altre cause», scrive il Consiglio federale, proiettandosi già in avanti. Sì, perché la revoca del divieto di costruire nuove centrali nucleari è ormai all’ordine del giorno.

«Stop al blackout»

A riaprire il dibattito è stata l’iniziativa popolare «Energia elettrica in ogni tempo per tutti (Stop al blackout)», che chiede di produrre energia elettrica «nel rispetto dell’ambiente e del clima». Stando ai promotori, devono essere «ammissibili tutti i tipi di produzione di energia elettrica rispettosi del clima». Anche se non è mai esplicitamente menzionato nel testo, il ritorno al nucleare costituisce il nucleo dell’iniziativa. Lo sa bene il Parlamento, che attualmente sta discutendo l’iniziativa e il relativo controprogetto indiretto elaborato dal Consiglio federale. Anche la controproposta del Governo (tramite un adeguamento della legge, invece che una modifica costituzionale) prevede la revoca del divieto tecnologico.

Il dossier è arrivato sui banchi del Consiglio degli Stati nello scorso mese di marzo. In quell’occasione, i «senatori» avevano deciso di adeguare la legge federale sull’energia nucleare in modo che in Svizzera si potesse nuovamente essere autorizzata la costruzione di centrali nucleari. La palla è ora nelle mani dei consiglieri nazionali, che si esprimeranno verosimilmente nel corso della sessione estiva in programma a giugno. In commissione, l’ha spuntata di misura (13 voti contro 12) il fronte borghese che auspica un’apertura a tutte le tecnologie, nucleare incluso.

Una spinta in più per passare l'inverno

Nel 2024 la produzione di energia elettrica da fonte nucleare in Svizzera è stata di circa 23 terawattora (TWh), pari a circa il 30% della produzione nazionale di energia elettrica. Nel semestre invernale 2024/25 l’energia nucleare ha contribuito per il 36% a tale produzione. Nel rapporto è stata analizzata anche l’evoluzione del mix elettrico svizzero fino al 2060 in base a vari scenari. I risultati indicano che in futuro in Svizzera, soprattutto in inverno, rimane un rischio considerevole di aumento della dipendenza dalle importazioni, indica il Consiglio federale. A suo avviso, «un esercizio a lungo termine delle centrali nucleari esistenti, accompagnato da un potenziamento sistematico delle energie rinnovabili, può contribuire a ridurre la dipendenza dalle importazioni durante l’inverno».

Le parole della premier italiana

Il tema del nucleare in questi giorni ha passato anche i confini elvetici: la premier italiana Giorgia Meloni, parlando al Senato, ha infatti reso noto che «entro l’estate» il quadro normativo sarà pronto anche per «la ripresa della produzione nucleare in Italia». Tuttavia, già in due occasioni (nel 1987, poco dopo Chernobyl, e poi nel 2011, anno di Fukushima) gli italiani si opposero all’idea.