La prima presidenza dell’OSCE, un segnale d’apertura al mondo

Oggi come trent’anni fa, un ticinese è presidente in carica dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). La prima volta, nel 1996, l’onore è toccato a Flavio Cotti. Nel 2026 il ruolo è passato a Ignazio Cassis. «La partecipazione all’OSCE, che fino al 1994 si chiamava ancora Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE, ndr), è stata fondamentale per la Svizzera», ci spiega lo storico Sacha Zala, direttore dei Documenti diplomatici svizzeri (Dodis), che ogni anno analizza migliaia di dossier dell’Archivio federale. «Per la prima volta, la Confederazione si lancia a capofitto in un’organizzazione multilaterale che considera politica».
Nel 2025 si sono festeggiati i 50 anni dagli Accordi di Helsinki, firmati il 1. agosto 1975 nella capitale finlandese. Oltre trenta Paesi si erano impegnati a rispettare la sovranità statale, l’inviolabilità delle frontiere e i diritti umani. «In realtà, tutto il processo di questa Conferenza ha avuto luogo a Ginevra», ricorda Zala.
La vocazione
Lo storico traccia un quadro di quegli anni: «Nella Berna federale c’erano due fazioni: i multilateralisti e gli integralisti della neutralità. La presenza dei sovietici, da cui arrivava l’iniziativa della CSCE, ha creato quella dimensione di universalità necessaria per avere un consenso interno. La Svizzera ha così potuto rendersi partecipe e mostrare la sua vocazione per mediare tra l’Occidente e il mondo comunista».
La decisione di partecipare e poi - nel 1996 - di assumere per la prima volta la presidenza di questo organo, per Zala «è stata l’occasione per dimostrare che la neutralità non impedisce di attivi in queste organizazioni. Bisogna dare atto a Flavio Cotti di aver affrontato questa dinamica all’interno del Paese. E anche di voler assumere la presidenza dell’OSCE». Per Zala, il Consiglio federale ha lanciato un segnale sia all’interno sia all’esterno della Svizzera (all’epoca non era ancora membro dell’ONU), mostrando che il Paese voleva dare il suo contributo alla comunità internazionale.
Organo bloccato
«I dubbi e i timori espressi erano gli stessi anche un paio di anni fa, quando la Svizzera è entrata a far parte (per il biennio 2023-2024, ndr) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», afferma Zala. Eppure, sia il Consiglio di sicurezza, sia l’OSCE sono sostanzialmente due organi bloccati. La causa: le posizioni (e le azioni) della Russia. «Già nel 1996 la questione russa era preponderante. Oggi come allora, la Russia rappresentava una sfida. Si ponevano i problemi della Cecenia, del Nagorno-Karabakh, della Transnistria, ma si discuteva già anche dell’Ucraina e della Crimea».
Dai documenti del Consiglio federale del 1995, «si nota una certa prudenza. O meglio, un certo realismo dei limiti che ha l’OSCE. Allo stesso tempo, però, c’è la consapevolezza che si tratta dell’organizzazione in cui c’è ancora un dialogo tra la Russia e il resto d’Europa. Insomma, si assume la presidenza pur sapendo che non si potrà salvare il mondo».
«Anche trent’anni fa - sottolinea Zala - la portata dell’organizzazione era limitata. Ma è meglio riuscire a fare qualcosa, anche se in piccolo, piuttosto che niente. È un’opportunità che si è colta ben sapendo di non farsi troppe illusioni. Ma l’impegno della diplomazia svizzera nell’OSCE ha avuto anche l’effettto salutare di “normalizzare” la politica estera nella popolazione svizzera, mostrando che è possibile partecipare al multilateralismo senza che caschi il Paese».
La guerra nell’ex Jugoslavia
Nel 1995, però, ci sono altri temi che dominano l’attualità: è il caso della guerra nei Balcani. In Consiglio federale, ci conferma lo storico Sacha Zala, le discussioni sono accese. «C’è molta prudenza quando si parla di accogliere profughi in fuga dall’ex Jugoslavia. Cotti (ex PPD, ndr), in qualità di “ministro” degli Esteri, temeva però che l’immagine della Svizzera potesse risentirne. Era affiancato dalla socialista Ruth Dreifuss, che auspicava una politica sui rifugiati più aperta e generosa. Ma già il suo collega di partito, Otto Stich frenava, preoccupato per le ricadute finanziarie».
Il 7 agosto 1995
La questione è finita sul tavolo del Consiglio federale il 7 agosto 1995. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite si era rivolto alla Svizzera con la richiesta di accogliere profughi di guerra provenienti da Bosnia e Croazia. Il consigliere federale Otto Stich, stando ai documenti emersi e analizzati da Dodis, riteneva inopportuno che la Svizzera «precipitasse troppo» in questa direzione: «Ciò potrebbe ritorcersi contro di noi, in quanto gli altri Stati potrebbero cogliere l’occasione per aspettarsi dalla Svizzera, in quanto promotrice dell’iniziativa, un’offerta più generosa possibile». Già un migliaio di profughi di guerra supplementari sarebbero «molti per il nostro Paese».
Dello stesso avviso anche il consigliere federale Adolf Ogi (UDC), secondo cui non spettava alla Svizzera agire da «maestra» e mettersi sotto pressione. Alla fine, la comunicazione del Governo parla di accogliere «un numero adeguato» di persone, senza tuttavia indicare quante.
Posizioni più aperte
Secondo Zala, tuttavia, «essere alla guida dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, con la sua grande visibilità, alla fine ha certamente spinto verso posizioni più aperte rispetto a quelle inizialmente prevalenti nella maggioranza del Consiglio federale».
