Sicurezza

La Svizzera e la consapevolezza di trovarsi in una guerra ibrida

Era stato il consigliere federale Martin Pfister a dirsi preoccupato – Altri avvertimenti sono arrivati dai capi dell’esercito, prima Thomas Süssli, poi Benedikt Roos – Ne parliamo con un esperto
© Keystone/ALESSANDRO DELLA VALLE
Paolo Galli
12.09.2026 06:00

«Siamo davanti a una forma di guerra ibrida. Questo deve preoccuparci». In carica da pochi mesi, il responsabile del Dipartimento federale della difesa, Martin Pfister, si esprimeva così lo scorso mese di settembre. In un’intervista alla NZZ di poco successiva, aggiungeva: «La Svizzera sottovaluta i rischi per la sicurezza». E Thomas Süssli, nel momento di tracciare il bilancio del suo operato alla guida dell’esercito (era il mese di dicembre), a sua volta aveva ricordato: «A fine settembre ero presente in Polonia al “Warsaw Security Forum” e lì la questione non è se la Russia rappresenti una minaccia, bensì cosa si può fare al riguardo». Lui stesso aveva quindi parlato di «svolta epocale» e di «guerra ibrida», concetti ripresi ora dal suo successore, Benedikt Roos, che al LAC, pochi giorni fa, ha ammesso: «Un attacco ai Paesi baltici è molto probabile». E la Svizzera? Lo stesso Roos, in settimana, ai microfoni della SRF, ha poi spiegato: «Sì, anche la Svizzera è un obiettivo». Aggiungendo: «È una lotta tra sistemi: il mondo liberale e democratico contro quello autocratico. Più che mai facciamo parte del mondo occidentale e siamo quindi un potenziale bersaglio». È chiaro che affermazioni di questo tenore non permettono alla popolazione svizzera di dormire sonni tranquilli, ma neppure di guardare alle guerre in corso - e in particolare alla Russia - con il candore dei tempi di pace, dei tempi migliori. Che appaiono, a questo punto, molto lontani. Non a caso, sempre in occasione dell’evento al LAC citato, Norman Gobbi aveva annunciato un imminente volantino informativo per fornire ai ticinesi una serie di consigli in caso di crisi. «Conterrà informazioni di base e anche suggerimenti in merito all’approvvigionamento e al comportamento da adottare in caso di emergenza».

La distinzione tra pace e guerra

Siamo davvero a questo punto. Ce lo ha confermato anche Marcel Berni, esperto di strategia dell’Accademia militare presso il Politecnico federale di Zurigo (ETH). «È evidente che il rischio per la sicurezza della Svizzera è cambiato, negli ultimi anni. La nuova strategia di politica di sicurezza descrive il contesto come “notevolmente peggiorato”, in particolare dopo l’attacco russo all’Ucraina (lo ricordiamo, iniziato nel febbraio del 2022, ndr). Il confronto tra grandi potenze, la pressione economica, le operazioni informatiche, lo spionaggio, il sabotaggio e la disinformazione hanno acquisito maggiore rilevanza. In passato era più facile distinguere tra pace, crisi e guerra. Oggi gli Stati possono agire gli uni contro gli altri in tempo di pace più facilmente che in passato, senza che venga sparato un solo colpo». Una sorta di zona grigia già descritta più volte dallo stesso consigliere federale Martin Pfister. Le minacce più concrete - ha ricordato - possono essere militari, informatiche, economiche, comunicative (basti pensare alla disinformazione). Berni, su questo punto, da noi sollecitato, spiega: «È proprio la combinazione di questi mezzi a definire l’attuale panorama dei conflitti. Gli aspetti più evidenti sono gli attacchi informatici, lo spionaggio e le operazioni di influenza. Anche la disinformazione è una realtà quotidiana e, non di rado, mira a minare la fiducia nelle istituzioni democratiche». Tutto quadra. Il tema sarà all’ordine del giorno anche nella prossima sessione delle Camere federali.

Perché siamo nel mirino

Il fatto è che, all’improvviso, perlomeno nella percezione pubblica, la Svizzera ha cominciato a sentirsi potenziale obiettivo di una guerra. Una guerra dopo decenni di pace. Una guerra in una forma che non conosciamo. All’esperto abbiamo chiesto di spiegarci cosa significhi, concretamente, essere un potenziale bersaglio in un mondo caratterizzato dalla guerra ibrida. «Significa che un avversario può cercare di arrecare danno a un Paese o di influenzarne le decisioni politiche senza scatenare una guerra. Un potenziale aggressore agisce attraverso diversi vettori di attacco. Ogni singola azione può inizialmente sembrare un normale incidente. Il confine tra pace e conflitto diventa sfumato. L’aggressore cerca deliberatamente di impedire il più a lungo possibile che le sue azioni possano essere ricondotte a lui». Una guerra-non-guerra, insomma, che confonde le acque e la popolazione. Anche in Svizzera. Già, la Svizzera. Benedikt Roos, nell’intervista citata, realizzata pochi giorni fa, spiegava: «La Svizzera dispone di infrastrutture critiche importanti per l’intera Europa: la distribuzione di elettricità e gas, i principali collegamenti nord-sud, i grandi centri dati. Chi volesse destabilizzare l’Europa potrebbe agire proprio su questi punti». E Marcel Berni, sul tema, indirettamente conferma: «La Svizzera è ricca e ha una capacità limitata di difendersi in modo autonomo. Si tratta di una combinazione pericolosa. In quanto crocevia europeo, la Svizzera ospita aziende tecnologiche altamente sviluppate, centri di ricerca all’avanguardia e numerose organizzazioni internazionali. Questa combinazione rende la Confederazione interessante anche per i servizi segreti stranieri, che traggono vantaggio dalla sua neutralità». A ciò si aggiunge, continua Berni, la posizione geografica nel cuore dell’Europa, con importanti collegamenti in termini di trasporti, comunicazioni e approvvigionamento. Su questi elementi, poi, anche «un piccolo intervento può avere conseguenze di grande portata».

Contro la paura

In queste settimane, in Europa - e in particolare, diremmo, in Germania -, abbiamo raccontato di droni, di attentati, soprattutto di ciberattacchi. Ma tra un singolo episodio e una strategia ostile mirata, andrebbe fatta una distinzione. Non sempre semplice, anzi. «Di solito infatti non basta un singolo episodio. Ciò che conta è lo schema, oltre alla correlazione tra i più svariati parametri, per poter studiare gli episodi in modo sistematico e in relazione tra loro». Perché la conseguenza possibile è la diffusione, tra la popolazione, di nuove paure. Insomma, il rischio è di andare oltre la sensibilizzazione. Marcel Berni, su questo punto, riflette: «Questo limite risiede soprattutto nel modo e nel momento in cui vengono comunicati i rischi. Una buona comunicazione di crisi distingue tra possibilità, probabilità e minacce già osservabili. Dovrebbe sensibilizzare senza apparire allarmistica. Uno scenario può avere conseguenze catastrofiche pur rimanendo improbabile. Al contrario, gli attacchi informatici quotidiani possono essere frequenti senza che ciò significhi che la Svizzera si trovi in una guerra informatica». Al netto di tutto - anche delle posizioni sul tema degli investimenti nella difesa -, oggi è lecito chiedersi che cosa dovrebbe fare la Svizzera per diventare (o per sentirsi) più sicura, senza rinunciare al proprio modello politico, alla propria prudenza e alla propria capacità di dialogo. E allora abbiamo rivolto proprio questa domanda al nostro interlocutore. «In sostanza, proprio ciò che la Strategia in materia di politica di sicurezza 2026 intende realizzare con tre obiettivi: “Rafforzare la resilienza, migliorare la protezione e la difesa, aumentare la capacità di difesa”». Oltre alle direzioni di marcia indicate dalla Strategia, Marcel Berni aggiunge: «Concretamente, a mio avviso, ciò significa che la Svizzera dovrebbe rendere le proprie infrastrutture critiche più ridondanti, potenziare le capacità in materia di sicurezza informatica e di intelligence, proteggere la ricerca e le tecnologie dallo spionaggio, ridurre le dipendenze energetiche e di approvvigionamento, migliorare la difesa aerea e quella contro i droni, nonché svolgere regolarmente esercitazioni con i Cantoni, i Comuni, il mondo economico, la popolazione, forze di pronto intervento e l’esercito. A ciò si aggiunge, naturalmente, sempre una credibile capacità di difesa militare».

La guerra ibrida è arrivata anche a Palazzo federale: martedì al Consiglio nazionale e il giorno seguente al Consiglio degli Stati saranno trattate due mozioni che chiedono un rafforzamento della capacità della Confederazione di difendersi dalle ingerenze straniere (Foreign Information Manipulation and Interference, con l’acronimo FIMI). I due atti parlamentari identici, presentati dalla «senatrice» Andrea Gmür-Schönenberger (Centro/LU) e dalla consigliera nazionale Isabelle Chappuis (Centro/VD), chiedono al Consiglio federale di mettersi al riparo dalle minacce ibride: si vuole «rafforzare in modo duraturo la capacità della Confederazione di individuare, analizzare e prevenire le ingerenze straniere volte a influenzare l’informazione, il dibattito pubblico e i processi democratici in Svizzera», adeguando anche le basi giuridiche nell’ambito dei servizi di intelligence. Le deputate citano in particolare il servizio VIGINUM introdotto in Francia, «che serve a individuare e analizzare le ingerenze straniere nel settore delle informazioni nello spazio digitale». A loro avviso, si tratta di un esempio ispiratore di strutturazione statale, senza in questo modo volerne anticipare l’idoneità per il contesto svizzero. Il Governo si è già mosso in questo ambito, istituendo un gruppo di lavoro interdipartimentale (GLID) che sta già valutando le misure da attuare. Invita pertanto a respingere le mozioni (entrambe rispettivamente già approvate dalla prima Camera), poiché «anticiperebbero i lavori del GLID».
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