«La Svizzera non ci vuole»: coppia gay rinviata in Russia

Ilia Ageev e Dmitrii Kiselev sono una coppia. Dovranno lasciare la Svizzera e tornare in Russia, dove ad attenderli c'è una realtà molto dura: le persone gay, lesbiche e queer sono perseguitate e rischiano pene severe, fino a diversi anni di carcere.
Anche se nel loro Paese d'origine sarebbero in pericolo, i due non hanno diritto né alla protezione né a un permesso di soggiorno in Svizzera, come scrive il Blick. Di riflesso, devono fare le valigie entro inizio ottobre. La Segreteria di Stato della migrazione (SEM) intende allontanarli mentre il Tribunale amministrativo federale, in seconda istanza, ha confermato la decisione di espulsione. «Per noi è la fine, finiremo in prigione», ha detto Ilia al Blick.
«Dormo solo con i sonniferi»
Il Blick ha incontrato la coppia nel piccolo appartamento in cui vive, alla periferia di Zurigo. Alle pareti ci sono dei disegni, in soggiorno un manubrio è appoggiato a terra e accanto ai fornelli c'è un famoso mix di spezie svizzero. Per ora, nulla fa pensare a una partenza imminente. Valigie o scatoloni? Non ci sono né il tempo né la forza per pensarci. «Non so come fare» dice a bassa voce Dmitrii. «Dormo solo con i sonniferi, due o tre ore per notte». Dalla sentenza, la loro vita è stata stravolta.
Seduti al tavolo della cucina, fissano i fascicoli della procedura d'asilo. «L'umanità e i diritti umani: non è questo che difende la Svizzera?» chiede ancora Dmitrii. «È per questo che siamo venuti qui».
La fuga dopo un'aggressione
I due vivono in Svizzera da cinque anni e mezzo. Sono fuggiti ancora prima che la Russia avviasse la guerra d'aggressione contro l'Ucraina. Nell'aprile del 2021, un mese prima della partenza, Ilia era stato vittima di un'aggressione omofoba a San Pietroburgo. «Quell'uomo mi ha colpito al volto e mi ha insultato perché sono gay» racconta. Ricoverato in ospedale con il naso rotto, aveva sporto denuncia, ma non è mai stata aperta un'inchiesta.
Secondo Ilia non si è trattato di un caso. Era un volto noto della comunità queer di San Pietroburgo: aveva organizzato proteste, viveva apertamente la sua relazione e aveva parlato in pubblico della propria sieropositività.
«Non siamo profughi economici, siamo rifugiati politici» sottolinea Dmitrii. Nel frattempo, Ilia è stato chiamato dall'esercito per combattere in Ucraina, ma rifiuta di prestare servizio, anche a causa del suo orientamento sessuale. Per i due una vita libera in patria è impensabile: «Per Putin siamo degli estremisti. Ci vuole in prigione o al fronte».
Dmitrii si riferisce alla giurisprudenza russa, che ha classificato il «movimento LGBTQ internazionale» come organizzazione «estremista». Chi ne fa parte rischia un procedimento penale e pesanti pene detentive, come confermano diversi casi documentati dalle ONG. Secondo Amnesty International, dopo la loro partenza Vladimir Putin ha inasprito notevolmente la repressione delle minoranze.
Per Berna la minaccia è un «fuoco di paglia»
Le autorità svizzere leggono la situazione in tutt'altro modo. Secondo la SEM e il Tribunale amministrativo federale, Ageev e Kiselev non soddisfano i requisiti per ottenere l'asilo. La minaccia sarebbe solo un «fuoco di paglia». La SEM ritiene che in Russia esista «un sistema giudiziario e di polizia funzionante» e che i due possano contare sulla «volontà di protezione» delle autorità russe. In sostanza, le persone omosessuali potrebbero vivere in Russia senza rischi importanti.
Il Tribunale amministrativo federale conferma questa valutazione. Ammette che in Russia gli omosessuali vivono con «considerevoli restrizioni legali», ma ritiene che questo non basti a giustificare l'asilo. Se tornassero e non ostentassero la loro sessualità, insomma, i due potrebbero vivere senza rischi. Il «timore di persecuzione», conclude la Corte, «non ha potuto essere dimostrato», né per il periodo prima della partenza né per oggi.
I dubbi degli esperti
Valerio Priuli, professore di diritto della migrazione alla ZHAW, ha analizzato la sentenza su richiesta del Blick. La Corte cita l'inasprimento del regime russo, ma avrebbe dovuto «esaminare in modo più approfondito» il pericolo futuro. L'esperto ha ricordato inoltre la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, secondo cui non si può pretendere che una persona nasconda il proprio orientamento sessuale. Per questo, le motivazioni della sentenza gli appaiono «problematiche».
Anche Amnesty International è della stessa opinione. «È vero che in Russia l'omosessualità non è formalmente punibile, ma questo minimizza la realtà», afferma un portavoce. «Dal punto di vista dei diritti umani» con una coppia gay serve la massima cautela: «Se ci sono indizi seri di tortura o di trattamenti inumani, l'espulsione non deve avvenire».
«La Svizzera non ci vuole»
Dmitrii, insegnante di formazione, da un anno lavora come assistente volontario in una scuola dell'infanzia zurighese, ogni giorno e senza stipendio. Grazie al programma cantonale di integrazione, Ilia collabora al marketing di un negozio sociale di abiti usati. «I nostri amici sono la nostra famiglia. Ci siamo integrati, qui siamo accettati e al sicuro» dice Kiselev, che conclude: «La Svizzera è la nostra nuova casa, ma la Svizzera non ci vuole».
