L'intervista

La voce del medico dal centro grandi ustionati di Zurigo: «Siamo fiduciosi»

Il dottor Bong-Sung Kim ha spiegato al «Tages-Anzeiger» la presa a carico dei pazienti vittime dell'incendio di Crans-Montana: «La sfida è l'assistenza a lungo termine», la convalescenza sarà lunga
© KEYSTONE/Michael Buholzer
Red. Online
08.01.2026 12:00

«La giovane età è un'arma a doppio taglio. Da un lato, è emotivamente toccante, perché potrebbero essere i nostri fratelli o figli. Ma è anche motivo di speranza. Senza entrare troppo nei dettagli, posso dire che i pazienti giovani hanno possibilità decisamente migliori. Sia per quanto riguarda la sopravvivenza, sia per i risultati del trattamento. Siamo ottimisti». Bong-Sung Kim è primario al centro grandi ustionati dell'Ospedale universitario di Zurigo. In una lunga intervista al Tages-Anzeiger, ha raccontato il duro lavoro che viene svolto in questi giorni sui giovani feriti di Crans-Montana. «Sono fiducioso. Stiamo lavorando su più fronti. Crediamo che molti non solo sopravviveranno, ma potremo anche garantire loro una buona qualità di vita a lungo termine».

Il dottor Bong-Sung parla chiaramente di una «situazione straordinaria», anche per il reparto grandi ustionati. «Il 1. gennaio, quando sono stato chiamato a intervenire, era inizialmente difficile comprendere la portata dell'evento». A Zurigo sono arrivati, in totale, 17 pazienti coinvolti nell'incendio. Il tutto è stato reso possibile da un'organizzazione di crisi e grazie alla solidarietà: si sono fatti avanti molti medici, personale infermieristico, ex collaboratori, chirurghi, anestesisti. Anche dall'estero. Molti pazienti sono arrivati in elicottero, alcuni anche in jet all'aeroporto di Kloten e poi in ambulanza. «Ma il numero cambiava continuamente, perché abbiamo accolto pazienti da altri centri e ne abbiamo trasferiti altri. Sei pazienti rimarranno qui a lungo termine».

Pazienti in coma farmacologico per il dolore

Come è andata, esattamente, la tragica notte di Capodanno? «È normale procedura che le vittime di ustioni di questa entità vengano avvolte il più rapidamente possibile in coperte o teli speciali per mantenerle al caldo e, se necessario, vengano intubate a scopo protettivo. Significa che vengono sottoposte a ventilazione artificiale e curate, e che vengono indotte in coma farmacologico». Spesso già prima dell'arrivo in ospedale, «perché le ustioni sono molto dolorose e per il trauma. Con il coma artificiale, proteggiamo i pazienti dal dolore intenso, ma anche dalla situazione traumatica, e garantiamo la respirazione», chiarisce il medico.

La giornalista Michèle Binswanger chiede al dottor Bong-Sung se c'è un momento che lo ha colpito particolarmente, in tutta questa tragedia. «Abbiamo ricevuto un paziente che, nel frattempo, si è risvegliato. Ovviamente, era sotto l'effetto di forti farmaci per poter sopportare il dolore, quindi non c'è stata una conversazione "normale". Ha parlato con noi in francese. Vederlo sveglio e in grado di parlare con i suoi genitori è stato davvero commovente».

L'équipe dell'Ospedale universitario di Zurigo ha, per prima cosa, lavato i giovani pazienti e pulito loro le ferite. «Poi sono seguiti i primi interventi di emergenza. Il secondo e il terzo giorno sono iniziate le cure chirurgiche». Attualmente vengono effettuati trattamenti quotidiani. «Ad esempio, asportiamo la pelle bruciata e la sostituiamo gradualmente con pelle autologa (uso di tessuto cutaneo o cellule prelevate direttamente dal paziente stesso, ndr.). Se sono interessate aree estese degli strati profondi della pelle, è possibile coprirle con pelle artificiale. Questo aiuta la rigenerazione. Tuttavia, la pelle autologa rimane ancora oggi l'opzione migliore».

Non è possibile donare la pelle

L'ospedale dispone di una scorta di pelle di donatori (deceduti), appositamente trattata. Viene utilizzata sui pazienti solo nel periodo tra l'asportazione della pelle bruciata e il trapianto della propria pelle. Si tratta di una sorta di bendaggio esteso, utilizzato in casi gravi. «Riceviamo molte richieste e ringraziamo tutti coloro che ci scrivono, tuttavia non è possibile donare la propria pelle», chiarisce lo specialista. Piuttosto, è possibile ora «coltivare la pelle autologa. A tal fine inviamo campioni di pelle a un laboratorio specializzato a Losanna. Lì viene coltivata la pelle autologa del paziente. Dopo alcune settimane, può essere trapiantata per sostituire lo strato superiore».

Ustioni su schiena, mani e volto, ma anche interne

Le ustioni riportate dai giovani che nella notte di Capodanno si trovavano al Constellation «non sono molto tipiche»: le vittime di Crans-Montana hanno gravi ustioni sulla schiena. «Ciò dimostra che le fiamme provenivano dal soffitto. Hanno cercato di fuggire dal locale rannicchiandosi. Non è lo stesso per tutti, ma abbiamo molti pazienti che hanno riportato ustioni anche al viso, alle braccia, in modo massiccio alle mani, meno alle gambe. Nel complesso, anche in questo caso è un vantaggio che siano giovani. I giovani sono più capaci di liberarsi rapidamente dai vestiti in fiamme rispetto alle persone anziane». Quasi tutti i pazienti – compresi quelli ancora in cura a Zurigo – hanno riportato pure traumi da inalazione. «Si inalano gas, fumi caldi o persino fiamme. Ciò provoca ustioni interne, danni alle vie respiratorie, compresa la trachea, e persino ai polmoni. Ovviamente non possiamo eseguire trapianti di pelle all'interno del corpo come facciamo sulla pelle esterna. Ma di solito si guarisce. La prima fase richiede cure mediche intensive molto complesse, ma a medio termine si guarisce completamente».

Insomma, non si può dire che il peggio sia passato. «Dopo alcuni giorni, l'organismo è ancora particolarmente colpito. La pelle invia sostanze in tutto il corpo le quali provocano una risposta immunitaria che danneggia l'intero sistema. È in questa fase che le condizioni dei pazienti, spesso, diventano più critiche. Per questo è importante trasferirli prima». Operazione che è stata intrapresa nelle prime 48-72 ore. «Tuttavia, è necessario trovare un luogo dove possano essere curati per settimane o mesi. La sfida è, infatti, l'assistenza a lungo termine. A tal proposito abbiamo ricevuto molto sostegno dai centri specializzati, anche all'estero».

Cicatrici permanenti

Anche per chi si prende cura dei pazienti, non è per nulla facile: «Ci sosteniamo a vicenda. E abbiamo la forza e il sostegno che ci trasmette la comunità. Questo lavoro si protrarrà per mesi. Come team, fissiamo traguardi positivi che sono importanti per noi. Ad esempio "il primo paziente è sveglio", oppure "il primo paziente può essere trasferito in reparto"». 

Quello che è successo non sarà mai cancellato, nell'anima e sul corpo. «La medicina ha fatto progressi, si può fare molto con la microchirurgia, si possono trapiantare tessuti propri o coltivarli, esiste la chirurgia ricostruttiva e oggi nei centri specializzati sono possibili anche i trapianti di viso. Possiamo fare molto, ma ci sono cicatrici che rimarranno visibili per tutta la vita. Le vittime dovranno imparare a conviverci».

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