Il caso

L'accordo di sicurezza tra Svizzera e UE è a un punto morto

Il motivo è che gli stati membri dell'UE non sono interessati a stringere nuovi accordi
©Gabriele Putzu
Ats
23.10.2025 10:26

Il partenariato in materia di sicurezza e difesa tra Svizzera e Unione europea (UE), auspicato dal Consiglio federale è a un punto morto, in quanto gli stati membri dell'UE non sono interessati a stringere nuovi accordi. Lo ha appreso Keystone-ATS da una fonte vicina al dossier, a Bruxelles.

Secondo un'altra fonte, soltanto le negoziazioni già in corso verranno portate a termine.

Interrogata al proposito, la Segreteria di Stato della politica di sicurezza (SEPOS), comunica che non è stata fissata nessuna data per dei colloqui esplorativi formali. Questi rappresentano un primo passo per il proseguo della trattativa. Finora si sono svolte soltanto discussioni informali a livello tecnico, riporta una portavoce della SEPOS.

A Bruxelles è il Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) a occuparsi delle negoziazioni a nome dell'UE. Tuttavia questo deve ricevere il nullaosta da parte di tutti gli stati membri per poter procedere, ciò che non è ancora il caso per la questione svizzera, riferisce una portavoce del SEAE.

Quest'ultima ha aggiunto che il Consiglio dell'UE, riunente gli stati membri, nelle sue decisioni dà la priorità alle potenziali nazioni partner.

Uno dei criteri di valutazione è l'equilibrio geografico. Finora l'UE ha concluso otto accordi di partenariato, cinque con nazioni europee (Regno Unito, Albania, Norvegia, Macedonia del Nord e Moldavia) e tre con stati esterni (Canada, Giappone e Corea del Sud). Avendo già un numero sufficiente di accordi nel Vecchio Continente, viene fatto sapere da Bruxelles, l'UE non intende dunque stringerne altri.

Secondo le istituzioni europee, i partenariati sono delle dichiarazioni d'intenti non vincolanti sul piano giuridico e adattati alle necessità dei partner. Da marzo questo accordo ha suscitato un interesse crescente.

È infatti in quel momento che Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, aveva annunciato la creazione dello Strumento di azione per la sicurezza dell'Europa (SAFE) per sostenere gli stati membri negli ambiti degli armamenti e della difesa. La Commissione mette a disposizione 150 miliardi di euro, sotto forma di credito.

Per gli stati terzi un partenariato di sicurezza e difesa rappresenta una premessa inderogabile per la partecipazione al SAFE. Per questa ragione, come spiegato dal capo del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport Martin Pfister al Consiglio nazionale in occasione della sessione d'autunno, la Svizzera dovrebbe ancora siglare un accordo supplementare sugli armamenti.

Questo avrebbe lo scopo, secondo il ministro zughese, di negoziare con l'UE condizioni migliori per l'industria degli armamenti nel quadro di progetti di riarmo comuni. In particolare sarebbe interessato il segmento dei componenti distribuiti nei sistemi globali.

Attualmente gli stati non membri possono fornire un massimo del 35% dei componenti di un prodotto per la difesa. Una percentuale che potrebbe essere aumentata attraverso un ulteriore accordo, "che sarebbe positivo per la nostra industria bellica", sostiene il consigliere federale.

Regno Unito e Canada stanno attualmente discutendo un accordo per entrare nel SAFE, Norvegia, Islanda, Liechtenstein (membri dello Spazio economico europeo) e Ucraina ne fanno già parte.