Dissociazione 27

L’alba di una nuova perequazione

Confederazione e Cantoni vogliono distribuire meglio le competenze tra i vari livelli dello Stato: l’obiettivo, però, non è ridurre le uscite. Berna potrebbe non finanziare più le alte scuole, come USI e SUPSI – Vitta: «Dobbiamo assicurarci che il Ticino non venga ulteriormente penalizzato»
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Luca Faranda
24.04.2026 19:30

I rapporti tra Berna e il Ticino si sono incrinati. Il Consiglio di Stato è amareggiato dalla decisione del Consiglio federale di non intervenire almeno fino al 2030 sui calcoli della perequazione finanziaria, che oggi penalizza il Cantone a Sud delle Alpi. «Una decisione che mina la coesione nazionale e lo spirito di solidarietà svizzero», scriveva lo scorso 7 aprile il governo cantonale all’indirizzo del Consiglio federale, accusandolo di «mancanza di sensibilità politica» e anche di «mancanza di riconoscimento per la realtà del nostro Cantone».

In realtà, buona parte della responsabilità ce l’hanno i Cantoni stessi. Il Dipartimento federale delle Finanze (DFF), al Corriere del Ticino, aveva infatti ricorda che nella sua decisione, «il Consiglio federale ha ripreso l’espressione della volontà della Conferenza dei governi cantonali», ovvero la CdC. Le modifiche alla perequazione vengono proposte dai Cantoni e la loro entrata in vigore «dipende quindi in larga parte dalla volontà della CdC».

La conferma arriva direttamente da Berna. Sin dal 2008, ci fanno sapere dalla Conferenza, «la CdC sostiene che eventuali adeguamenti sostanziali a tale sistema di perequazione debbano essere effettuati solo sulla base di una visione d’insieme nell’ambito dei rapporti sull’efficacia». La Conferenza dei governi cantonali ha ribadito questa posizione di principio lo scorso giugno «e l’ha confermata nuovamente in modo esplicito nella sua assemblea plenaria del 19 dicembre 2025». Non solo. Questa posizione - come tutte quelle della Conferenza - ha ottenuto l’approvazione di almeno 18 governi cantonali, Per il Ticino, insomma, c’è stato poco o nulla da fare. All’orizzonte, però, si intravede un possibile cambiamento.

Misure compensative

Oggi, rappresentanti della CdC e del dipartimento di Karin Keller-Sutter si sono riuniti a Berna. All’ordine del giorno, però, non c’erano le finanze, né la perequazione. Sul tavolo, c’era l’enorme progetto denominato «Dissociazione 27» (vedi sotto). Per rafforzare il federalismo, le competenze devono essere attribuite in modo chiaro tra Confederazione e Cantoni.

La parte più difficile? Il progetto non deve incidere sul bilancio della Confederazione e dei Cantoni: se alcuni compiti vengono trasferiti da un livello statale all’altro, occorre spostare anche i corrispondenti mezzi finanziari. Nessun livello istituzionale deve realizzare risparmi a scapito di un altro. Dunque, se Berna si assume un compito che finora era attribuito ai Cantoni (o viceversa), bisognerà «individuare eventuali misure compensative, al fine di garantire un bilancio globale equilibrato tra Confederazione e Cantoni nonché di evitare disparità tra i Cantoni stessi».

Il rapporto intermedio

Ma a che punto siamo? Oggi, il DFF e la CdC hanno pubblicato un rapporto intermedio (quello finale sarà presentato a fine 2027), che sarà ora posto in consultazione fino a inizio luglio presso la Confederazione, i Cantoni, l’Unione delle città svizzere e l’Associazione dei Comuni svizzeri.

«Non si tratta di ridurre le uscite, ma di definire più chiaramente le competenze, rafforzando in tal modo l’efficienza e l’ordinamento federalista dello Stato», ha spiegato Sabine D’Amelio-Favez direttrice dell’Amministrazione federale delle finanze (AFF), aggiungendo che tra i vari settori di compiti sotto esame (ben 21), ne sono stati individuati 14 in cui è possibile intervenire. Si tratta di ambiti come la sicurezza, la formazione, i trasporti e le infrastrutture. Ma anche le alte scuole e le università, come USI e SUPSI.

Compromettere la qualità

Le spese della Confederazione, nell’ambito delle alte scuole e delle università, ammontano a 2,8 miliardi di franchi, di cui 1,5 di contributi ai Cantoni. Tra le possibili soluzioni immaginate nel progetto, i Cantoni in futuro saranno chiamati a gestire e finanziare «interamente le scuole universitarie situate sul proprio territorio». Il rischio però è noto: «Una modifica delle competenze in materia di finanziamento rischia di compromettere la qualità e l’efficienza dell’istruzione superiore e delle attività di ricerca in Svizzera e di superare le capacità di bilancio dei Cantoni responsabili delle scuole universitarie, in particolare quelle dei Cantoni finanziariamente deboli che ospitano scuole universitarie di piccole dimensioni», avvisa la CdC nel rapporto.

«Nessuno sarà svantaggiato»

Per le casse cantonali del Ticino, con USI e SUPSI, sarebbe un altro duro colpo. Eppure, la direttrice dell’Amministrazione federale delle finanze non vede criticità. «Se si delega completamente questo ambito al Cantone, ciò che finora era stato erogato sotto forma di sovvenzione diretta, verrà concesso in via generale attraverso una maggiore partecipazione dei Cantoni all’imposta federale diretta, ad esempio, o tramite la perequazione finanziaria».

Allo stato attuale, sono questi gli strumenti immaginati da Confederazione e Cantoni per correggere gli squilibri che si andranno a creare. L’obiettivo è che nessuno dei 26 Cantoni venga svantaggiato. D’Amelio-Favez riconosce che «ci sono ancora alcune sfide su come gestire le differenze tra i Cantoni. Non abbiamo ancora tutte le risposte, ma dipenderà molto anche dai settori di compiti che saranno selezionati e che avranno ottenuto una maggioranza per il proseguimento del progetto».

L’impatto non sarà uniforme

Quel che è certo, è che prima di vedere realizzato questo progetto «Dissociazione 27» passeranno ancora svariati anni e (forse) anche più di una legislatura. Per il Ticino, che auspicava il prima possibile un intervento a livello di perequazione finanziaria, non resta che aspettare. E sperare di essere più ascoltato sia da Berna, sia dagli altri Cantoni.

Ma cosa ne pensa Bellinzona? Lo abbiamo chiesto al consigliere di Stato Christian Vitta, a capo del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE) e membro del gruppo di lavoro che si è occupato di «Dissociazione 27». «È un progetto vasto perché tocca numerosi ambiti. E come ogni grande progetto, quando si entra nei dettagli emergono delle problematiche. Dobbiamo assicurarci che il Canton Ticino non venga penalizzato da questi cambiamenti. È questa la nostra preoccupazione maggiore», ci spiega il consigliere di Stato, ricordando che il progetto indirettamente può interessare anche il tema della perequazione finanziaria. È pertanto necessario tematizzare anche questo aspetto per correggere eventuali effetti collaterali non desiderati.

Ora, con la pubblicazione del rapporto intermedio, si entra nella seconda fase. «La nostra richiesta è di approfondire anche gli impatti sulle singole regioni e sui singoli Cantoni. È chiaro che l’impatto non sarà uniforme. Per questo motivo un approfondimento tenendo conto anche degli effetti sulla perequazione è importante», ammonisce Vitta, secondo cui le prime conclusioni sul progetto si potranno trarre solo al termine della seconda fase. «Oggi non possiamo ancora dire se questa operazione sarà utile o meno per il nostro Cantone».

La più grande riforma del federalismo

Il Consiglio federale l’aveva definita «la più grande riforma del federalismo». Era il 9 novembre del 2007 e il Governo, in conferenza stampa, aveva annunciato l’entrata in vigore - per il 1. gennaio 2008 - della «Nuova impostazione della perequazione finanziaria e della ripartizione dei compiti tra Confederazione e Cantoni» (NPC).

La madre di tutte le riforme sui rapporti tra i due livelli dello Stato aveva due obiettivi: compensare la disparità tra i Cantoni e aumentare l’efficienza. Da una parte, ed è quella che ottiene l’attenzione politica maggiore (specialmente in Ticino) c’è la perequazione finanziaria intercantonale: i Cantoni finanziariamente deboli ricevono da quelli finanziariamente forti (perequazione orizzontale delle risorse) e dalla Confederazione (perequazione verticale delle risorse) mezzi finanziari di cui possono disporre liberamente. In questo modo la concorrenza fiscale tra i Cantoni è salvaguardata, ricorda il Dipartimento federale delle finanze, precisando che a ciò si aggiunge anche la compensazione degli oneri.

In senso lato 

E poi, dall’altra parte, c’è la perequazione finanziaria in senso lato, che riguarda principalmente la ripartizione dei compiti. Ovvero chiarire chi, tra Confederazione e Cantoni (nonché i Comuni), deve eseguire un determinato compito.

Approccio ampio

«Nonostante l’NPC abbia consentito di dissociare compiti importanti, ne rimangono molti con finanziamento congiunto», spiega il Dipartimento federale delle finanze, aggiungendo che dal 2008 sono state inoltre introdotte nuove interrelazioni. È pertanto necessario un riesame di questa ripartizione dei compiti. Le discussioni sono iniziate nel 2019, ma complice la pandemia sono slittate. Dal 2024, sul tavolo c’è il progetto «Dissociazione 27», sempre più necessario. Con le recenti crisi (ad esempio la pandemia) è aumentata la centralizzazione, che riduce però il margine di manovra dei Cantoni.

La revisione comprende un totale di 21 settori di compiti, ma dopo la pubblicazione del rapporto intermedio ci si concentrerà su 14 ambiti, tra cui prestazioni complementari; finanziamento dell’infrastruttura ferroviaria; promozione dello sport; formazione musicale e sussidi all’istruzione nella formazione terziaria. Ci sono poi ambiti in cui non si è trovata ancora l’unanimità, come ad esempio un intervento sul traffico regionale viaggiatori; il traffico d’agglomerato; la polizia; la formazione professionale, nonché le scuole universitarie.

 Il volume finanziario in gioco è elevatissimo: circa 4 miliardi assunti interamente dalla Confederazione e circa 4,8 miliardi verso i Cantoni. Bisognerà poi trovare un equilibrio per compensare queste differenze. L’obiettivo di questo riesame è di «attribuire chiaramente la responsabilità per l’adempimento e il finanziamento dei compiti statali» seguendo i principi di sussidiarietà e di equivalenza.

Sussidiarietà ed equivalenza

Secondo il principio di sussidiarietà, l’autorità territoriale sovraordinata (in questo caso la Confederazione) può assumere un compito soltanto se può svolgerlo meglio, ossia a un costo inferiore e con una qualità superiore rispetto alle istanze inferiori (in questo caso i Cantoni). L’obiettivo è di partire dal basso: ovvero dai Comuni, poi dai Cantoni e infine - se necessario - dalla Confederazione. È il principio del federalismo.

C’è poi il principio di equivalenza: «stabilisce che, al fine di evitare falsi incentivi, la cerchia dei beneficiari deve concordare con la cerchia dei finanziatori e degli organi decisionali», scrive il DFF. Ad esempio, una tassa non deve presentare uno squilibrio con il valore oggettivo della prestazione.