«L'atomo non sarà redditizio senza un sostegno pubblico»

«Non intendiamo prendere posizione a favore o contro l’energia nucleare». Christian Schaffner, direttore dell’Energy Science Center del Politecnico federale (ETH) di Zurigo ha voluto sottolinearlo, prima di presentare uno studio che mira più a fornire una base scientifica per il dibattito. Fra meno di un anno, infatti, si andrà verosimilmente a votare sulla revoca del divieto di costruire nuove centrali nucleari (vedi articolo in basso).
«Quali condizioni rendono conveniente costruire nuove centrali nucleari in Svizzera?». Viene presentato così lo studio effettuato dal politecnico zurighese e dall’Istituto Paul Scherrer (PSI) di Villigen (AG). I ricercatori - 19 quelli coinvolti nel progetto - hanno combinato diversi scenari per il sistema energetico svizzero fino al 2050 e hanno esaminato in quali condizioni quadro politiche ed economiche nuove centrali nucleari potrebbero entrare a far parte del mix energetico ottimale in termini di costi e con le minori emissioni di CO₂».
Tre condizioni
Il risultato? Nuove centrali atomiche potrebbero essere integrate in un sistema elettrico a emissioni nette zero, ma nelle condizioni attuali non sarebbero redditizie. I modelli giungono infatti a una conclusione: alle condizioni attuali, nuovi impianti non sarebbero competitivi.
L’effettiva realizzazione di nuove centrali nucleari dipenderebbe dalla loro competitività. Secondo i modelli essa sarebbe raggiungibile solo se l’energia nucleare - al pari di quelle rinnovabili - fosse sostenuta dallo Stato e se quest’ultimo si assumesse una parte dei rischi. Un aspetto già in parte sottolineato dagli esperti della materia (cfr. l’intervista a Giovanni Leonardi sull’edizione del CdT del 19 giugno 2026) e dallo stesso «ministro» dell’Energia Albert Rösti. Il consigliere federale ha promesso che già entro la fine dell’anno sarà disponibile un rapporto sulle possibili implicazioni finanziarie per la costruzione di nuove centrali.
Dallo studio emerso ieri, tuttavia, sono tre le condizioni «affinché l’energia nucleare risulti economicamente competitiva rispetto alle fonti energetiche rinnovabili, già beneficiarie di sussidi»: sovvenzioni pubbliche, copertura del rischio attraverso garanzie e costi di costruzione non troppo elevati.
Franchi al kilowatt
I costi di costruzione, infatti, rivestono un ruolo fondamentale. «In Europa abbiamo una manciata di progetti di nuove centrali, alcuni dei quali sono andati decisamente fuori controllo. In Paesi extraeuropei esistono però alcuni progetti i cui costi di costruzione si sono rivelati molto contenuti. È quindi relativamente difficile stabilire una cifra precisa», ha spiegato Andreas Pautz del PSI, che figura tra gli autori dello studio e tra i favorevoli all’atomo.
Mentre gli impianti più recenti in Europa e negli Stati Uniti hanno comportato costi di investimento di circa 12 mila franchi per kilowatt, in altri Paesi esistono esempi nettamente più convenienti. Secondo i modelli di calcolo una nuova centrale nucleare sarebbe economicamente vantaggiosa solo qualora i costi di costruzione non superassero circa 8 mila franchi per kilowatt di potenza installata. A titolo di confronto, un impianto delle dimensioni di quello di Gösgen (SO) costerebbe quindi circa 8 miliardi. Se i costi di costruzione fossero pari a quelli dei più recenti progetti europei - circa 12 miliardi di franchi per una centrale comparabile - nella maggior parte dei modelli l’energia atomica scomparirebbe invece dal mix energetico ottimale in termini di costi.
«Non basterebbe»
«Lo studio conferma quanto è stato detto da tempo: i nuovi impianti non si autofinanziano. Serviranno sovvenzioni e le centrali dovranno anche essere garantite dallo Stato», spiega al Corriere del Ticino il consigliere nazionale ticinese Bruno Storni (PS), secondo cui è anche opportuno chinarsi sulla questione degli scenari. «È comunque difficile prevedere come saranno i consumi nel 2050. Lo sviluppo tecnologico procede molto in fretta», sottolinea l’ingegnere e deputato socialista. A suo avviso, l’aspetto sorprendente che emerge dai risultati dello studio è che nuove centrali nucleari ridurrebbero le importazioni nette totali di energia elettrica durante i mesi invernali, ma non potrebbero eliminarle completamente.
«Ciò significa che anche con una centrale nucleare in più si dovrebbe comunque importare energia», afferma Storni. Per André Bardow, uno degli autori dello studio, «per mantenere un sistema energetico stabile ed economicamente conveniente è imprescindibile disporre di una rete efficiente per gli scambi di energia elettrica con i Paesi vicini, anche in presenza di nuove centrali nucleari, al fine di garantire la flessibilità del sistema», si legge in una nota del Politecnico. «Tutti i modelli prevedono che la Svizzera rimanga un importatore netto», ha sottolineato dal canto suo Pautz dell’Istituto Paul Scherrer. In tutti gli scenari esaminati, un fitto commercio di energia elettrica con i paesi confinanti rimarrebbe una componente fondamentale per un approvvigionamento energetico sicuro e accessibile.
Non sono necessarie
Anche in un sistema energetico che prevede il ricorso all’energia nucleare, l’idroelettrico e il fotovoltaico costituiscono, nella maggior parte dei modelli, il pilastro portante del futuro approvvigionamento di energia elettrica, viene sottolineato dagli autori. E senza nucleare? I 19 esperti dell’ETH e del PSI che hanno condotto la ricerca ritengono che la Svizzera possa raggiungere il proprio obiettivo di zero emissioni nette con le tecnologie esistenti e quelle previste, senza che sia necessario costruire nuove centrali nucleari. Il sistema energetico svizzero, in quel caos, si baserebbe sull’energia idroelettrica, solare e su altre energie rinnovabili e sistemi di accumulo.
